Disparità di genere: battaglia culturale
da fare ancora, pure dentro la sinistra

Ho seguito con molto interesse lo scambio su strisciarossa tra Oreste Pivetta e Silvia Garambois (https://www.strisciarossa.it/diritti-delle-donne-e-discriminazione-di-classe/; https://www.strisciarossa.it/chi-non-ha-non-e-ma-la-nostra-storia-e-fatta-anche-di-progressi/) a seguito dell’articolo “Ma la discriminazione di classe è più grave di quella di genere” (http://www.strisciarossa.it/ma-la-discriminazione-di-classe-e-piu-grave-di-quella-di-genere/) E, pur avendo sempre apprezzato Pivetta per la puntualità delle sue analisi e la sua abilità narrativa nel raccontare storie e personaggi, stavolta non posso condividere il suo ottimismo.

Passi avanti

Sì, è vero che sono stati fatti importanti passi in avanti riguardo alla questione femminile, soprattutto durante gli anni ’70 e i primi ’80. Lo so dalle letture dei libri di storia e delle testimonianze dell’epoca (ahimè, per limiti di età non ho potuto assistere a certe battaglie). La riforma del diritto di famiglia, l’introduzione del divorzio e dell’aborto e l’abrogazione del delitto d’onore hanno scolpito indelebilmente nel nostro ordinamento le conquiste del movimento femminista nel Novecento, con le sue istanze fortemente civilizzatrici.

Questo, però, non deve farci assumere un atteggiamento tutto sommato soddisfatto per il presente: quando osserviamo che sono tantissime le donne che oggi ricoprono ruoli di vertice nella stampa, nella politica e nelle aziende, bisogna tener conto delle difficoltà aggiuntive con cui queste riescono ad ottenere certi incarichi, sia per i pregiudizi che tuttora vergognosamente sussistono (la recente vicenda delle task forces governative è emblematica, in tal senso), sia per il dazio che sono costrette a pagare spesso e volentieri con il proprio corpo, quando la prevaricazione maschile esplode in tutta la sua brutalità nella molestia e nella violenza sessuale (il movimento #MeToo ha scoperchiato una situazione che tutti noi facevamo finta di non conoscere).

Una visione insufficiente

Dunque, perfino la parificazione giuridica tra uomo e donna, che è un aspetto parzialissimo, è messa quotidianamente in discussione nella realtà effettiva. Ma soffermarsi sulla sola questione del merito e dei “ruoli” – tanto per sostenere che siamo un Paese ancora maschilista, quanto per sostenere che non lo siamo più come prima – è un modo insoddisfacente di guardare alla questione femminile (e qui intendo rispondere anche alle obiezioni di Silvia Garambois): significa non solo fermarsi alla parificazione giuridica sopracitata, ma anche non vedere come le donne siano costrette a calcare modelli sociali costruiti strutturalmente in maniera maschile. Bisogna, allora, perseguire una battaglia culturale e politica dalla portata ben più ampia e radicale, ovvero disegnare una società nuova in cui i rapporti (sentimentali, familiari, extra-familiari, lavorativi…) non siano più basati sulla prepotenza e sulla prevaricazione.

È vero, la diseguaglianza tra classi è esplosa in tutta la sua drammatica attualità, soprattutto a seguito degli ultimi due decenni (o, forse, è sempre stata attuale). Ma, se torniamo a ragionare giustamente in termini di “classi”, dobbiamo tenere presente che la più grande eredità del movimento operaio consiste nell’aver esteso la battaglia per l’inclusione nella comunità dei liberi alle lotte contro le discriminazioni di sesso, oltre che a quelle di razza. Un processo faticoso e per cui tantissime compagne hanno speso la loro esistenza, provando a superare mentalità e pregiudizi che erano presenti pure a sinistra. Insomma, la costruzione di una società più giusta passa, tutt’oggi, anche e soprattutto per il raggiungimento dell’uguaglianza tra uomo e donna nel reciproco riconoscimento delle proprie differenze.