Disobbedienza
e nonsenso comune

La questione della disobbedienza è oggi di vitale importanza. Se, stando alla Bibbia, la storia umana è cominciata con un atto di disobbedienza – quello di Adamo ed Eva – se, stando al mito greco, la civiltà ha avuto inizio con l’atto di disobbedienza di Prometeo, non è improbabile che la storia umana venga conclusa da un atto di obbedienza, l’obbedienza ad autorità prone ad antichi feticci, la “sovranità statale”, l’“onore nazionale”, la “vittoria militare”, e che impartiranno l’ordine di premere i fatali bottoni a individui che obbediscono a loro e ai loro feticci.
La disobbedienza è un atto di affermazione della ragione e della volontà. Non è tanto un atteggiamento contro qualcosa, quanto un atteggiamento per qualcosa: per la capacità umana di vedere, di dire ciò che si vede, di rifiutare ciò che non si vede. Per farlo non occorre che l’uomo sia aggressivo o ribelle: basta che tenga gli occhi aperti, che sia ben desto e desideroso di assumersi le responsabilità di aprire gli occhi a coloro i quali corrono il rischio di perire per il fatto di essere immersi nel dormiveglia.
(Erich Fromm, “La disobbedienza come problema psicologico e morale”, 1963)