Dino e il comunismo della libertà
vite di gente non comune

Dino mimava, allargando le braccia, il professore di educazione militare alla MGU, l’università statale di Mosca. Dino (Bernardino) Bernardini faceva parte del primo gruppo di 15 studenti comunisti italiani mandati dal PCI a studiare a Mosca negli anni del disgelo khruscëviano(c’erano, se la memoria non inganna, Fausto Ibba, Antonio Rubbi fra gli altri) e aveva scelto la facoltà di letteratura russa. L’insegnante di educazione militare era un tenente colonnello che srotolò sulla parete un telo su cui era graficizzato un MIG. Dino cercava di interrompere e il professore lo tacitava, fino a quando Dino, che non ne poteva più, gli gridò: “Io sono cittadino di un paese Nato”. Improvvisamente il professore si rese conto che nell’auditorium non c’erano solo allievi del campo socialista ma anche un gruppo di occidentali, occhi e orecchie tecnicamente appartenenti al campo nemico. Allora si parò con tutto il corpo e allargando le braccia contro il telo a nascondere le meravigliose conquiste tecniche dell’aeronautica militare sovietica.

Gli occhi di Dino, sotto le cespugliose sopracciglia e le labbra nascoste dalla barba rigogliosa, ridevano. Il secondo episodio della mia formazione di “sovietologa” che devo a Dino fu quello relativo alla scomparsa di Lavrentyj Berija dal volume “B” della Grande Enciclopedia sovietica. Bernardini, che aveva già sviluppato la passione per enciclopedie e dizionari di ogni genere che poi lo avrebbero reso un grande traduttore dalla lingua russa, era abbonato all’Enciclopedia e aveva già ricevuto il volume. Berija, come è noto, fu eliminato con il più drastico degli argomenti dalla nomenklatura dei vertici del Pcus. Ma il volume, all’epoca dei fatti, era già pronto ed erano già partiti i primi pacchi per gli abbonati. I redattori dell’Enciclopedia escogitarono allora di inviare una nuova pagina nella quale non compariva più il nome di Berija insieme alle istruzioni su come tagliare con una lametta la vecchia e sostituirla con la nuova. Dino, che era un ragazzo con la testa sulle spalle ma già allora dotato di senso dell’umorismo e di senso storico e filologico, non fece l’operazione e ha conservato per tutta la vita i due volumi, la busta con le istruzioni e la pagina nuova.

Negli anni Settanta (e fino al crollo dell’Unione Sovietica) era direttore di Rassegna sovietica, una rivista culturale dell’Italia-Urss, punto di riferimento per i russisti che vi pubblicavano le loro ricerche con grande libertà. Dopo il crollo dell’Urss ha fondato Slavia e ha continuato, sino alla morte, a fare lo stesso lavoro di rassegna sulle culture slave e di relazione fra queste e l’Italia, finanziando la rivista con gli abbonamenti e con la sua stessa pensione.

Io avevo appena finito la scuola e, dovendo lavorare mentre studiavo all’università, fui assunta come segretaria di redazione di Rassegna sovietica a metà tempo. La redazione era tutta lì, lui il direttore io la segretaria, situata su un soppalco lontano dai saloni affrescati della prestigiosissima sede dell’Associazione di amicizia con l’Urss. La curiosità per il mondo russo e per quello che, allora, chiamavamo l’underground moscovita, quella particolare dimensione esistenziale, nutrita di notizie che passavano dalla bocca all’orecchio, di letture più o meno proibite, di accesso, non a tutti consentito, agli scaffali speciali della biblioteca Lenin dove era collocata l’Unità, che si accalorava nelle cucine dei piccoli appartamenti russi, in interminabili discussioni, bevendo tè e vodka fino alle prime ore del mattino, quella curiosità, per quel che mi riguarda, è nata per su quel soppalco dell’Italia-Urss di piazza Campitelli, dai racconti di Bernardini. Dino era un maestro nella lingua di Esopo e mi insegnò la capacità di leggere dentro le righe degli articoli della Pravda o nei saggi delle riviste teoriche, letterarie e politiche, gli impercettibili movimenti di quello che sembrava un regime totalmente immobile.

Negli anni Sessanta era a Praga dove, alla rivista “Problemi della pace e del socialismo”, lavoravano molti giovani della brillante intellighentzija che si era formata nella destalinizzazione e che fu stroncata, nella carriera e, spesso, anche nella vita, dalla invasione del 1968. Molti di loro, come Evghenij Ambartzumov e Egor Jakovlev, hanno poi avuto di nuovo un ruolo nel periodo di Gorbaciov. Anche Dino fu molto segnato dall’arrivo dei tank sovietici a Praga e visse, allora, un momento di crisi che superò grazie alla presa di distanze assunta allora dal PCI.

D’altra parte, il legame con il PCI era troppo profondo per poter essere reciso. La sua era una famiglia di comunisti genzanesi. Suo padre aveva una osteria a via Taranto, a San Giovanni, durante l’occupazione nazista di Roma aiutava e nascondeva gli antifascisti. Anche i miei nonni, che abitavano in via Taranto, vicino all’osteria, furono aiutati quando mio padre Paolo e mio zio Cesare erano a Regina Coeli. Timoteo (Angelino) Bernardini era stato arrestato e torturato ma non aveva fatto nomi. Alla liberazione divenneil primo segretario della sezione comunista di San Giovanni. All’osteria, che tutti chiamavano l’osteria dei comunisti,erano appesi i ritratti di Togliatti e di Stalin. Per questo, in un documentario di RAI Storia Dino dice di sé “sono nato comunista”. La fede non impedì a Timoteo, quando andò a trovare il figlio a Mosca, di essere molto critico per ciò che vedeva su come andavano le cose nella patria del socialismo reale (on line si trova il racconto della storia di Timoteo Angelino: bernardini.com e la scheda dell’Anpi). La distanza sempre maggiore che il PCI con Berlinguer prese dal movimento comunista lo faceva sentire in pace con se stesso, dalla parte giusta del comunismo nella libertà. Per questo, quando, dopo il 1989, è crollato tutto, anche in Italia, diceva “mi sono sentito come un terremotato, non ho più avuto la mia casa”.

Dino aveva con l’Urss un rapporto da comunista eretico e aveva interiorizzato, negli anni di formazione, il modo di mantenere spazi di libertà proprio di tanti intellettuali russi, coltivandoli in una dimensione appartata. Gli bastava lo stipendio modesto e la possibilità di pubblicare quello che voleva, senza entrare in rotta di collisione con forze più grandi delle sue. Aveva imparato che l’ambizione e la carriera entrano il più delle volte in contrasto con la libertà. Era contento delle opportunità che la vita, a lui figlio del popolo che tale è sempre rimasto, gli ha offerto. È ciò che ha detto sua moglie Flora, al funerale, al tempietto egizio del Verano, salutandolo: “Abbiamo avuto una bella vita. Ci sono stati momenti difficili ma abbiamo avuto una vita molto bella”.

Dino, oltre che traduttore di testi letterari e di Lenin, era anche uno straordinario simultaneista, come adesso lo è suo figlio Mark, cioè un traduttore che traduce in simultanea, sopra la voce di chi sta parlando, dal russo all’italiano e dall’italiano al russo. È una abilità molto ben pagata che gli consentiva, quando si presentava l’occasione, di mettere da parte un bel gruzzolo. Tanto bastava alle sue spese ordinarie, lo ricordo sempre con le clarks ai piedi, pantaloni di velluto a coste, camiciole a mezze maniche d’estate, un giaccone di montone o un giaccone a vento d’inverno. E al suo unico vero lusso, quello di andare a giocare al casinò. Da quando aveva conosciuto Flora sceglievano i casinò in località di mare, che lei amava. Non era, però, un giocatore dostoevskiano, anche in questo teneva la testa sulle spalle. Si appassionava a inventare sistemi e lavorava sulle statistiche alla roulette, aveva un budget oltre il quale non si esponeva e il gioco durava solo fino a quando c’erano le vincite da investire.

Dino è morto venerdì 27 ottobre 2017. Fra i libri dello storico Eric Hobsbawm ce ne è uno che si intitola Storie di gente non comune, ovvero storie di persone che non trovano posto nella storia ufficiale ma che, invece, sono importanti per ciò che hanno lasciato e fatto sedimentare nelle coscienze degli altri. Dino Bernardini potrebbe essere uno di questi.