Dimmi quale musica va in tv
e ti dirò chi vince le elezioni

Gli studiosi della popular music hanno presente, ormai da quasi quarant’anni, un’affermazione del musicologo statunitense Charles Hamm, il quale sostenne che in occasione delle elezioni presidenziali del 1980 il successo trionfale di Ronald Reagan su Jimmy Carter sarebbe risultato meno sorprendente se si fosse analizzata con cura la musica trasmessa dalle stazioni televisive degli Stati Uniti nei mesi precedenti, invece che insistere sulle scalette (playlists) delle radio e sulle classifiche discografiche. La musica trasmessa alla televisione nel 1980, scrisse Hamm, illustrava in modo molto chiaro quei cambiamenti di atteggiamento negli elettori statunitensi che avrebbero portato alla vittoria – con larghissimo margine – dell’ex-attore ed ex-governatore della California.

Il breve accenno di Hamm, estratto da un lungo intervento presentato in una conferenza internazionale, è stato citato più volte a sostegno della tesi che la musica, e in particolare la popular music, sia un termometro dei sentimenti delle masse, e che quindi il suo studio vada incoraggiato e non tenuto fuori dalle istituzioni accademiche (come allora, nel 1981, avveniva quasi dappertutto). Ma quel saggio di Hamm diceva molto di più, passando scrupolosamente in rassegna le fonti sulla circolazione della popular music negli USA e la loro attendibilità; Hamm, ricordiamolo, non era un massmediologo o un sociologo, ma un musicologo che inizialmente si era occupato di musica del Sei-Settecento, e che poi aveva scritto un’imponente storia della musica negli Stati Uniti (tradotta anche in italiano).

Il significato più pertinente del passaggio più volte citato non era solo che i dati di ascolto potessero costituire degli indicatori, delle spie, ma che era necessario – studiandoli – andare oltre l’aspetto puramente quantitativo, e quindi occuparsi della qualità della musica studiata, dei suoi significati, dei suoi orientamenti ideologici. Hamm aveva osservato che mentre la produzione discografica mainstream, e dunque le classifiche e le trasmissioni radiofoniche, alla fine degli anni Settanta era ancora legata ai generi e agli stili (o ai loro echi) che nella prima parte del decennio avevano accompagnato le rivendicazioni per i diritti civili e la lotta alla guerra nel Vietnam, le stazioni televisive erano invece dominate da una programmazione musicale pop-country, orientata su valori patriottici, religiosi, familiari, e con caratteri musicali fortemente legati alla tradizione. I critici musicali popular si concentravano sulla produzione discografica di nuovi generi (punk, new wave, hip hop) e sui nuovi eroi popolari del classic rock, Bruce Springsteen su tutti, ma moltissimi americani erano del tutto estranei a quelle musiche, e ascoltavano country alla televisione. Un’America non invisibile, ma non vista, come quella che nel 2016 ha eletto Trump.

Fin dal 1981 (ero presente quando Hamm lesse il suo intervento, intitolato “Some Thoughts on the Measurement of Popularity in Music”) ho pensato che l’invito a studiare tutta la popular music, non solo quella preferita dai critici e considerata cool, fosse da prendere molto seriamente. Tanto più quando negli anni successivi divenne sempre più chiaro anche nel nostro Paese il rapporto fra televisioni e politica. Ammetto, però, di non aver seguito il suggerimento più diretto di Hamm, quello di andare a cercare la musica apparentemente nascosta. Il giornalismo musicale e di costume italiano, come si sa (e come si è fatto anche qui) segue il Festival di Sanremo, convinto dell’assioma che il Festival sia “lo specchio del Paese”. Ma lo è davvero? Ha un grande seguito, sì, per una settimana, ed è seguito da un breve strascico. Ma nel resto dell’anno? E quale musica riempie le serate televisive, non solo alla Rai, non solo nelle reti maggiori, non solo in occasione dei reality come Amici o X Factor? I fautori dell’assioma dello “specchio del Paese” fanno mai un po’ di zapping sulle reti dove per ore e ore, ogni giorno, orchestre e cantanti esplorano le varianti della canzone “all’italiana” (tardo-melodica e neomelodica) e del ballo liscio? E cioè, l’equivalente funzionale, e in certi casi anche politico, del country statunitense?

A guardare e ascoltare il Festival di Sanremo e i suoi impressionanti dati di ascolto, si ricaverebbe che viviamo in un Paese progressista moderato, dove si celebrano i valori dell’uguaglianza, del contrasto al terrorismo, alla mafia, al razzismo, dove si coltiva la legalità, la professionalità e il merito, e una generosa apertura internazionale. C’è anche altra musica, in Italia. Non necessariamente una musica “di destra” (e non entro qui nel tema spesso banalizzato dei rapporti fra generi musicali e criminalità organizzata), ma una musica che certamente mostra un attaccamento a certi valori, e il disinteresse per altri, che altrimenti non capiremmo. Con una “spazzolata” sul digitale terrestre proviamo ad ascoltarla e a vederla. Magari prima delle elezioni, per non essere sorpresi dopo.