Dighe e furto d’acqua in Asia. S’impoveriscono così terre e contadini

Strozzare a monte le riserve di acqua di interi villaggi, è un furto legalizzato, che togliendo la più preziosa tra le risorse naturali del pianeta, arricchisce chi lo fa e affama chi lo subisce. I furti più o meno legalizzati delle terre per sfamare i ricchi Paesi del “Nord”, che strangolano l’altra parte del mondo, quella del “Sud”, costringendola a scappare, sono solo una goccia nel mare degli accaparramenti predatori, che toccano il loro culmine quando si apre il capitolo water grabbing.

L’acqua, la più preziosa tra le risorse naturali, è al centro e nel mirino dei più forti poteri economici mondiali che stanno cercando con metodi leciti e illeciti di prenderne il controllo, sottraendola, senza colpo ferire, a comunità locali o a intere nazioni. Senza colpo ferire poiché fino ad oggi l’accesso all’acqua, che le Nazioni Unite hanno riconosciuto tra i diritti umani fondamentali nel 2010, con una storica risoluzione proposta dal presidente della Bolivia Evo Morales, non viene tutelato da nessuno Stato. E quindi, in alcuni Paesi del Sud del mondo, da bene comune liberamente accessibile, l’acqua si trasforma in merce privata e controllata da chi detiene il potere.

Gli effetti sono devastanti. L’acqua non ha sostituti, e poiché non possiamo trasportarla per il mondo in quantità significative, la sua gestione a livello locale o regionale è di importanza vitale. Gli effetti di questo accaparramento sono rovinosi. Famiglie scacciate dai loro villaggi per fare spazio a mega dighe, privatizzazione delle fonti idriche, inquinamento dell’acqua per scopi industriali che beneficiano pochi e danneggiano gli ecosistemi, controllo delle fonti idriche da parte di forze militari per limitare lo sviluppo.

L’acqua è diventata così, un diritto alla vita per pochi. E questi pochi, in Estremo Oriente sono per la maggior parte costruttori di dighe. L’ultimo arrivato, infatti, tra i predatori di acqua è la grande Cina, un gigante, che ha l’ambizioso programma di arrivare al 60% di produzione di energia idroelettrica, dall’attuale 33%, entro il 2020. Per coprire questo enorme fabbisogno, dove ha pensato bene la Cina di approvvigionarsi di acqua? Costruendo dighe nell’altipiano tibetano, a monte dei grandi fiumi asiatici Brahmaputra, Indo, Mekong, Yangtze, Salween, Sutlej, Fiume Giallo e altri che garantiscono la sopravvivenza di oltre 1,5 miliardi di persone che lungo quei fiumi ancora dipendono dall’acqua. E se è acclarato l’effetto positivo delle dighe in termini di elettricità, le perdite finanziarie, ma anche sociali e umane inflitte dalle dighe sono sempre state ignorate dagli economisti e dai governi.

Il fiume che maggiormente interessa gli ingegneri idraulici cinesi mandati dal governo centrale, è il Brahmaputra che scorre per 1.625 km attraverso il Tibet prima di raggiungere l’India e il Bangladesh. Quattordici piccole dighe sono già state costruite lungo questo fiume, tre dighe sono in fase di costruzione e altre 22 in fase in progettazione. La più grande delle dighe in costruzione, nella parte superiore del Brahmaputra presso Zhangmu (prefettura di Lhokha), a 140 km dalla capitale tibetana Lhasa, è progettata per produrre 510 megawatt di energia per un costo di 167 milioni di dollari. Ed è soprattutto questa diga che preoccupa maggiormente sia l’India che il Bangladesh. Si tratta della mega-diga Motuo che dovrebbe sorgere vicino alla frontiere con l’India e produrre per il fabbisogno di Pechino,38 gigawatt di energia ma di cui non si sa praticamente nulla. E le preoccupazioni riguardano sia la quantità di acqua disponibile per i contadini e i pescatori nella parte bassa del fiume che anche la sicurezza, poiché la regione è a rischio sismico.

La Cina programma inoltre la costruzione di altre 76 dighe sui fiumi Mekong, Yangtze (Fiume Azzurro) e Salween. I tre fiumi nascono rispettivamente nella Regione autonoma del Tibet e in antiche zone residenziali tibetane nelle province di Qinghai, Sichuan e Yunnan. Su ognuno dei tre fiumi sono già state costruite due dighe che però sono solo una “anticipazione” dei mega-progetti che le autorità cinesi hanno in mente, e di cui finora nessuno può prevedere le conseguenze per la popolazione tibetana né per le molte minoranze etniche che vivono lungo il corso inferiore dei fiumi.

Una cosa però si può ben prevedere: le dighe influenzeranno pesantemente l’economia tradizionale e l’ambiente del Tibet. La maggior parte degli abitanti della regione sono nomadi tibetani. Da anni essi vengono accusati dalle autorità cinesi di essere, con le loro mandrie, responsabili dell’erosione della terra. Di fatto invece l’economia delle popolazioni nomadi è perfettamente adatta alle condizioni ambientali e integrata nell’equilibrio naturale dell’Himalaya. Per le autorità cinese essi sono “arretrati” e viene usato ogni mezzo per costringerli a una vita sedentaria come contadini, operai o commercianti. Dal 2003 la Cina ha costretto oltre il 60% dei 2,25 milioni di nomadi tibetani a insediarsi in villaggi o ai margini delle città. In questo modo si distrugge sistematicamente la loro economia e forma di vita tradizionale, e quindi la loro identità. E si costringono, milioni di persone ad abbandonare quelle terre in cerca di nuove forme di vita.

Le rive del Mekong hanno incantato nel tempo, viaggiatori, esploratori e mercanti per le magnifiche cascate, la miriade di isole e isolette coperte da foreste rigogliose. Un paradiso, tra cui il distretto delle Quattromila Isole di Siphandone, nel Laos meridionale, dove è di questi ultimi tempi, la costruzione della diga di Don Sahong, una joint venture a cui partecipa il governo laotiano e che procede senza approvazione dalla Commissione del Fiume Mekong e contro le proteste da parte delle ONG della regione e dei paesi a valle come Cambogia e Vietnam.

Sempre nella stessa regione, nel 2012 iniziò la controversa costruzione della prima diga amaramente contestata di Xayaburi sul basso Mekong, un investimento di quasi 4 miliardi di dollari di una compagnia thailandese. Le contestazioni pongono questioni di sicurezza, ma anche di approvvigionamento alimentare per le popolazioni. “La diga Don Sahong – come spiegava allora Chhith Sam Ath del WWF Cambogiano – è una bomba ecologica a tempo che minaccia la sicurezza alimentare di 60 milioni di persone che vivono nel bacino del Mekong. La diga avrà un impatto disastroso sull’intero ecosistema del fiume fino al delta del Mekong in Vietnam”. Il piano del governo laotiano è di costruire nove dighe sul corso del Mekong e centinaia su altri fiumi e affluenti perché a suo dire è il solo modo di sviluppare uno dei più poveri paesi al mondo. Ma certo, il grandioso Mekong, che scorre per 4630 chilometri attraverso il cuore del sudest asiatico è in una crisi profonda. Il suo delta si sta ritirando e sprofondando. E la perdita di sedimenti ricchi di nutrienti genera scompiglio nella regione del delta. Tutte le grandi dighe fermano i sedimenti e privano le aree a valle di nutrienti vitali.

Il Vietnam soffre di una immensa perdita di nutrienti del 50% meno del flusso regolare. E questa malattia del fiume non è solo un disastro ecologico, ma una seria minaccia all’economia della regione. Il delta del Mekong è fondamentale per il futuro economico del Vietnam. Come certifica il WWF, “produce il 50% dei raccolti alimentari del paese e il 90% delle esportazioni di riso”. E’ una delle aree più produttive e più densamente popolate del Vietnam dove vivono 18 milioni di persone. “La cosa che sappiamo di sicuro – come dice un esperto del posto Nguyen Huu Thien – è che se il delta non potrà sostenere la sua popolazione di 18 milioni di persone, la gente dovrà emigrare. Le dighe seminano il seme dell’instabilità sociale nella regione”.

Una destabilizzazione in cui ritorna un’organismo economico internazionale, mai estraneo ai progetti di “politiche di sviluppo”, la Banca Mondiale, artefice di politiche economiche dubbie e asservite agli interessi dei Paesi ricchi, che ha definito l’operazione cinese sul fiume “una svolta per il Mekong”. Ma sui numeri incombe, come sempre deve essere, la realtà di un impatto della produzione idroelettrica che, se da un lato, porta benefici economici valutati nell’ordine dei 33 miliardi di dollari vitali per la sicurezza alimentare dei Paesi dove ricadono, dall’altro lato porta gravissime perdite causate da un sistema fluviale impoverito con ripercussioni enormi per la pesca, per i sedimenti, per i prodotti agricoli. E per tutte le popolazioni che quel fiume nutre e mantiene in vita.