Dietro le quinte
della psico-Brexit

Il referendum (consultivo e non vincolante) sulla Brexit si è tenuto il 23 giugno 2016. Favorevoli all’uscita dalla Ue il 51,89% dei votanti, contrari il 48,11%. In Inghilterra e Galles hanno prevalso i primi, in Scozia e Irlanda del Nord i secondi. (ndr)

La diffusione degli ultimi dati sull’immigrazione ebbe un effetto galvanizzante sulla campagna per il referendum. il dibattito si spostò dalle previsioni economiche, dalla sovranità, dai vantaggi politici di appartenere alla UE, concentrandosi sull’immigrazione e sul controllo dei confini. Cambiò anche il tono. Si fece più amaro, più personale, più rancoroso. Sembrava che una metà del paese fosse diventata ferocemente ostile all’altra metà. Un numero crescente di persone cominciò ad augurarsi che l’intera faccenda, spossante, cattiva, divisiva, finisse e fosse dimenticata il più presto possibile.
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Benjamin accese il televisore. Era sintonizzato sul canale della BBC. Lo tenne acceso, come sottofondo, per tutta la mattina. Un servizio mostrava Nigel Farage che inaugurava un nuovo manifesto per la campagna a favore dell’uscita dalla UE. Raffigurava una lunga fila serpeggiante di giovani, per lo più uomini, per lo più dalla pelle scura. Ovviamente immigrati. Una scritta a caratteri cubitali di color rosso attraversava l’immagine: PUNTO DI ROTTURA. A caratteri più piccoli diceva anche: “La UE ha tradito tutti noi” e “Liberiamoci della UE”, “Riprendiamoci il controllo dei confini”.
Benjamin ebbe un moto di vero raccapriccio davanti a quella immagine rozza, impudente e xenofoba. Era la cosa più brutta che avesse visto in quella brutta campagna.
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Nelle prime ore di quel pomeriggio – il pomeriggio del 16 giugno 2016 – Lois era in cucina intenta a scrivere la lista della spesa. La radio era accesa e sintonizzata su Radio 2, ma lei non stava molto attenta. Aveva smesso di ascoltare il notiziario, stufa di sentir parlare del referendum, come chiunque altro, e ora sentiva della musica sommessa.
Poco dopo le due, tuttavia, ci fu una notizia dell’ultima ora che paralizzò quel pomeriggio. Una parlamentare era stata aggredita nella sua circoscrizione elettorale, aggredita in strada mentre si recava alla biblioteca locale dove avrebbe risposto alle domande degli elettori.
Lois non l’aveva mai sentita nominare. Si chiamava Jo Cox. Era candidata nella circoscrizione di Batley e Spen nello Yorkshire. Una donna giovane.L’attacco era stato brutale: l’aggressore le aveva sparato e l’aveva accoltellata, urlando nel mentre delle parole in tono feroce, apparentemente incoerenti che, come era stato riportato in seguito, erano: “Prima l’Inghilterra. Questo è per l’Inghilterra”. Un passante, accorso a prestare aiuto, era stato a sua volta accoltellato. L’aggressore si era allontanato tranquillamente, ma pochi minuti dopo si era arreso alla polizia. Jo Cox era stata portata in ospedale in condizioni critiche.
Lois non l’aveva mai sentita nominare. Si chiamava Jo Cox. Era candidata nella circoscrizione di Batley e Spen nello Yorkshire. Una donna giovane.L’attacco era stato brutale: l’aggressore le aveva sparato e l’aveva accoltellata, urlando nel mentre delle parole in tono feroce, apparentemente incoerenti che, come era stato riportato in seguito, erano: “Prima l’Inghilterra. Questo è per l’Inghilterra”. Un passante, accorso a prestare aiuto, era stato a sua volta accoltellato. L’aggressore si era allontanato tranquillamente, ma pochi minuti dopo si era arreso alla polizia. Jo Cox era stata portata in ospedale in condizioni critiche.
Tremando in modo incontrollabile, Lois posò sul tavolo della cucina il computer portatile, lo accese e cercò tramite Google Jo Cox. Sposata, madre di due figli, quarantun anni – quarantadue di lì a una settimana. Benvoluta e nota a livello locale, era stata eletta in Parlamento per la prima volta più di un anno prima nelle file dei laburisti. Aveva fondato il gruppo Parlamentari amici della Siria. Era schierata per la permanenza nella UE e stava lavorando a un rapporto intitolato La geografia dell’odio anti-islamico.
Alle cinque del pomeriggio accese il televisore. La conferenza stampa della polizia ebbe inizio pochi minuti dopo. Una funzionaria di mezza età, i capelli rossicci pettinati in una frangia severa, parlava con voce grave, monotona, con in sottofondo il rumore continuo dei flash.
“Poco prima dell’una di oggi,” cominciò, “Jo Cox, eletta in Parlamento della circoscrizione di Bartley e Spen, è stata aggredita in Market Street, Birstall. Mi rattrista molto dover riferire…”
Lois ebbe un rantolo e serrò gli occhi:
“…che è deceduta a seguito delle ferite riportate”.
A gran passi raggiunse la finestra, guardò la tranquilla strada, con più forza che mai urlò: “Stupidi! Avete permesso che accadesse una cosa simile!”.
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“È successo qualcosa all’inizio dell’anno,” cominciò Lukas. “È stato molto brutto… molto triste per tutte le persone coinvolte.”
“C’entriamo anche noi”, disse sua moglie. “Anzi, siamo stati noi la causa. Mi fa star male, lo ammetto. Creo che ci sia stata una profonda frattura tra Ian e sua madre e noi siamo stati la causa.”
“Non parlare così,” intervenne Lukas. “Non darti la colpa. Non dare la colpa a noi. Non eravamo noi in torto. Noi eravamo le vittime”.
“Be’” disse Grete “ è successo al negozio del paese. Era un sabato all’ora di pranzo e faceva molto freddo. Non c’erano molti clienti… Eravamo dentro in quattro. Due persone al banco e due clienti. Una ero io, l’altro era un uomo, che poteva avere venticinque o trent’anni. Doveva essere appena uscito da un pub, era chiaro che aveva bevuto, ma era entrato per comprare altri alcolici, delle lattine di birra. Io avevo preso poche cose, un dentifricio, delle spugnette per lavare i piatti, roba del genere. Ammetto di essere stata maleducata e di aver fatto qualcosa che normalmente non faccio mai, cioè parlare al telefono mentre pagavo. Mi irrita quando lo fanno gli altri, ma mi aveva chiamato mia sorella ed ero contenta perché non la sentivo da un pezzo. Così ho continuato a parlarle mentre pagavo e uscivo dal negozio. Nella nostra lingua, naturalmente.
“Intanto l’altro cliente, quel giovane, era davanti all’altra cassa e sembrava avesse qualche difficoltà a pagare. Cercava di usare la sua carta, ma la macchina non la accettava. Ha cominciato a litigare con la cassiera. Non aveva contanti con sé – soltanto la carta – e alla fine ha dovuto rinunciare alle lattine di birra. Ma era arrabbiato. Ha estratto con furia la carta dal lettore, l’ha sbattuta sul banco e in quel momento, proprio mentre stava per andarsene, mi ha avvistata. O forse è più esatto dire che mi ha sentita. Notando che mi avvicinavo alla porta per uscire e stavo ancora parlando al telefono in una lingua che non era la sua, ha intercettato il mio sguardo. Non mi è piaciuto il modo in cui mi ha squadrata, così ho voltato gli occhi, ma era troppo tardi. Andandomene, ho visto Mrs Coleman che veniva nella mia direzione e si avvicinava al negozio, ma non ci siamo salutate perché all’improvviso quel tipo ha cominciato a imprecare contro di me. ‘Piantala con quel maledetto telefono,’ urlava, poi mi ha presa per un braccio e ha detto: ‘Con chi stai parlando?’ e ‘Che razza di lingua è?’ e ‘Noi qui parliamo inglese!’. Io ho strillato: ‘Lasciami andare’, ma lui ha ripetuto: ‘Che maledetta lingua parli?’, poi mi ha insultato, dandomi della troia polacca. Non ho replicato. Sono abituata a essere presa per polacca. Volevo ignorarlo e basta. Ma lui non la smetteva: ‘Non sopporteremo più… gente come te’ (non ha detto esattamente ‘gente’) e mi ha sputato addosso. Sputato, sì. Per fortuna non in viso, ma…”.
Tremando visibilmente si prese la testa fra le mani. Lukas l’abbracciò. Fu lui a riprendere il racconto: “Grete era sconvolta. Da dopo il referendum avevamo sentito entrambi il sottile cambiamento nel modo in cui la gente – non tutta – si rivolgeva a noi o ci guardava quando ci sentiva parlare, anche quando parlavamo in inglese, ma era la prima volta che succedeva una cosa del genere, una vera aggressione, un gesto di violenza. Alla fine abbiamo deciso che era bene andare a denunciare il fatto alla polizia. Quell’uomo era salito in macchina e se n’era andato. Non avevamo preso il numero di targa, ma pensavamo che sarebbe stato facile rintracciarlo. Ci siamo anche detti che sarebbe stato utile avere un testimone, così abbiamo deciso di chiedere a Mrs Coleman, perché aveva assistito all’intera scena”.
“Siamo andati da lei al mattino dopo, una domenica, e quando siamo arrivati abbiamo visto la macchina di Ian parcheggiata davanti a casa.”
“A essere sincera, ne sono stata contenta” disse Grete che si era ripresa un po’, “lui è più cordiale di Mrs Coleman. Voglio dire, io ho lavorato per un bel po’ d’anni da lei, passando molte ore a casa sua, e in tutto quel tempo non ho mai davvero…”
Grete continuò: “ È venuto Ian ad aprirci ed è stato cordiale, gentile. Stava prendendo il tè con sua madre in cucina. Mrs Coleman ha cominciato a prendere le tazze e le ha portate al lavello per sciacquarle. sapeva già cosa avrei detto e voleva preparare la risposta. Ho spiegato quello che mi era capitato e poi ho detto che avevamo deciso di andare alla polizia e ci chiedevamo se Mrs Coleman fosse disposta a testimoniare per confermare quello che era successo.
“Helena era ancora al lavello. Ian le ha chiesto: ‘Sei d’accordo, vero, mamma? Hai visto tutto, no?’ In un primo momento non ha risposto, poi ha detto. ‘Sì’.”
“Abbiamo aspettato che aggiungesse qualcosa. Abbiamo aspettato a lungo. Da ultimo Helena ha parlato. Ha iniziato sommessamente, con un filo di tristezza nella voce. Tristezza vera. Per questo le sue parole ci hanno fatto più male. Ha detto…” Greta respirò a fondo. Era chiaro che ripetere quelle parole l’addolorava. “Ha detto: ‘Penso che dopo tutto, fareste meglio a tornarvene a casa vostra’.
“In un primo momento credevo che si riferisse alla nostra casa al lato opposto del paese. Ma non era quello che intendeva dire. ‘Temo che quello che è accaduto ieri continuerà ad accadere in un modo o nell’altro. È inevitabile’.
“Ero ammutolita. Sono uscita in fretta dalla cucina”.
“Sono andato anch’io verso la macchina,” disse Lukas. “Ian e sua madre stavano litigando di brutto.”

(Jonathan Coe, “Middle England”, 2018)