Dietro le mascherine,
un giorno di festa
nonostante tutto

Immagino decine o centinaia di colleghi giornalisti di quotidiani tv siti, dell’universo mondo della comunicazione e dell’informazione, appostati all’ingresso delle scuole, in attesa alla uscita dagli istituti, politici, sindaci, assessori, provveditori alle loro scrivanie chini su tablet, iphone, dinanzi a schermi televisivi, tutti pronti a dichiarazioni recitate a memoria, tweet di denuncia, proclami, accuse, difese. Mai il primo giorno di scuola e la scuola, gli insegnanti, gli allievi di ogni ordine e grado hanno ricevuto tante attenzioni, dopo quelle assai meno calde subite in passato sotto forma di riforme che hanno condannato al progressivo costante degrado una delle istituzioni più importanti e nobili di un paese civile.

Un giorno di festa dunque, come è sempre stato il primo giorno di scuola, una festa particolare sotto il segno del coronavirus, ma una festa comunque che ci lascia credere che si ricomincia a vivere con le necessarie cautele, ma a vivere. La scuola è uno straordinario motore, è un lasciapassare alla speranza che “nulla sarà più come prima”: edifici nuovi o restaurati, fibra veloce ovunque, banda larga (come ha chiesto il presidente Mattarella), pc all’avanguardia, insegnanti qualificati e appassionati, studenti mai sazi di cultura, sostegno autentico ai disabili, genitori severi controllori dei diari e dei quaderni…

Pensiamo ai contenuti

Mai più rivedremo muri scrostati per le infiltrazioni dal tetto bucato, calcinacci che piovono dal soffitto, madri e padri che aggrediscono il professore per una bocciatura, aule allagate, maestre e maestri in sciopero, cattedre vuote, eccetera eccetera, il peggio che ci ha documentato la cronaca di questi anni. Dopo il primo giorno, ci lasciano immaginare un futuro radioso i quattrini del recovery fund. In un documento ho letto i titoli di alcuni progetti: Scuole future, Education for all, Sistem@ItsItalia, European class room… Forse in italiano sarebbe stato meglio.

Ovviamente non tocca all’Unione europea decidere che cosa e come si insegna, però uno sguardo ai contenuti qualcuno dovrà pur darlo, magari alla storia, alla geografia, all’italiano, persino a quella che un tempo si chiamava educazione civica, per capire chi siamo, da dove veniamo, che cosa dobbiamo temere…

Davanti alla tragedia di Colleferro si è rimasti sgomenti, impietriti, tentati dalla vendetta. Forse un po’ di televisione in meno, di Gomorra in meno, di giustizieri da videogioco o di politicanti sobillatori d’odio in meno e soprattutto una scuola migliore avrebbero scongiurato quel massacro. Capisco che sia difficile proporre ai fratelli Bianchi la lettura di Leopardi, ma rinunciare in partenza è un delitto.

Non so francamente come sia andato oggi con i contagi. Ho letto di una classe sotto controllo per via di un ragazzo ammorbato. Non ho alle spalle sopralluoghi e ispezioni termometro in mano. Ma vivo nell’occhio del ciclone: nel giro di cento metri una scuola elementare, una media superiore, una scuola materna, un’altra materna metodo Montessori.

I primi alla maniera di cavie sono stati i più piccoli, che se la sono spassata grazie al bel tempo in giardino e che non si sono spaventati davanti alle maestre e ai maestri mascherati: un gioco rumoroso e un confortante terremoto. Per gli altri non so dei distanziamenti in aula: fuori era il solito casino di ogni primo giorno di scuola, baci abbracci saluti. Primi approcci sentimentali: alle superiori si cresce e francamente mi prende l’invidia. Niente a che vedere però con le movide romane o milanesi.

Un bene prezioso

Leggo di classi dimezzate, metà a casa a seguire la lezione dal computer, di doppi turni, di alunni delle elementari che scrivono appoggiando il foglio sulla loro seggiolina. Chissà quanti altri disagi. Non è giusto, è ovvio, anche se quei bambini ritratti in ginocchio avranno vissuto tutto come uno scherzo: loro sanno ridere. Ma tutti dovrebbero aver il loro banco, i loro insegnanti, le loro aule. Mi è capitato per i tre anni delle medie di provare i doppi turni, ma era un divertimento quando si finiva il sabato mattina e si ricominciava il lunedì pomeriggio: quasi un giorno di vacanza in più, oltre la domenica. Mi chiedo come sia stato il primo giorno di scuola nell’ottobre del 1944 o del 1945, se ci fossero i vetri alle finestre, se i caloriferi fossero caldi, se i banchi ci fossero per tutti, se non si temesse che qualche bomba cadesse sulla scuola (a Milano è successo, a Gorla, il 20 ottobre 1944, nella elementare Francesco Crispi: morirono 184 bambini), se non ci si dovesse guardare anche dall’assalto dei pidocchi. Non parliamo della fame, delle scarpe rotte, delle matite introvabili. Mi piacerebbe ascoltare le testimonianze dei maestri di strada a Cortile Cascino o nei vicoli di Napoli. La scuola era comunque un bene prezioso, qualcosa dei ricchi che si offriva anche ai poveri.

Confesso che non saprei di che accusare la ministra Azzolina, che probabilmente di critiche se ne potrebbe meritare tante. Con il senno di poi, si sarebbe potuto fare tutto meglio. Però se il senso del dovere si sposasse allo spirito di sacrificio, molto si potrebbe aggiustare: tanto dipende dai protagonisti diretti di questa storia. Un cenno al passato non guasterebbe: giusto per imparare equilibrio, moderazione, misura, prima di gridare allo scandalo. Poi certo occorrono gli strumenti giusti e qui torna in causa la ministra e tornano in gioco gli apparati dello stato.

Non ci lasciamo alle spalle una guerra, ma non possiamo dimenticare trentacinquemila morti, migliaia e migliaia di terapie intensive e comunque siamo ancora tra colpi di una epidemia che nessuno poteva prevedere e che non abbiamo ancora davvero capito come affrontare, se non con le armi fragili di una mascherina e della nostra responsabilità.