Diego batte
San Paolo tra fede,
calcio e idolatria

Non poteva che finire così, con San Paolo detronizzato e Diego Armando Maradona nuovo titolare, a furor di popolo, del magico catino di Fuorigrotta.

MaradonaNapoli ha un rapporto carnale col sacro, con ciò che vibra e oscilla tra terra e mondo altro, tra catacombe e cielo. Non ama mai per caso, è caldamente devota a San Gennaro perché il vescovo, martirizzato agli inizi del IV secolo dell’era cristiana, si diede assai da fare nel 1631 mettendo a tacere l’eruzione del Vesuvio, guadagnandosi così sul campo fiducia cieca e una mitra fantasmagorica per oro e preziosi. E, proprio come per “faccia ‘ngialluta”, la città è fedelissima praticante del culto maradoniano (con quasi carbonare eccezioni) perché di miracoli il Pibe di Villa Fiorito ne ha compiuti davvero tanti, a Napoli e nell’universo mondo, documentati oltre ogni possibile scetticismo. Di San Gennaro si scioglie il sangue, il nano divino ha mandato in deliquio una città.

Diego è l’ultimo santo patrono

Blasfemia? Sotto il profilo antropologico solo fino a un certo punto, il calcio è rito, miti, liturgia. Oltretutto, secondo la regola molto pratica del “meglio abbondare”, Diego è l’ultimo santo patrono arruolato nell’affollata squadra dei protettori di Partenope, che annovera campioni come Sant’Antonio, Santa Teresa d’Avila, San Francesco d’Assisi, San Pasquale Baylon, Santa Rita da Cascia e, addirittura, l’arcangelo Raffaele, che in quanto patrono di medici e farmacisti può sempre tornare utile. Come al Real Madrid di Puskas, Gento e Di Stefano o il Brasile di Pelé, Rivelino, Gérson e Tostão, a Napoli piace vincere facile, o almeno crederci.

Do ut des. Maradona ha portato in città due scudetti, una Coppa Italia, una Supercoppa e una Coppa Uefa. E via con l’istantanea dedicazione dello stadio, sottoscritta e promossa con entusiasmo dal sindaco De Magistris, un primo cittadino che si confà allo sciovinismo napoletanista come ‘o rraù agli ziti di Gragnano.

La voce fuori dal coro

MaradonaFuori dal coro si è levata netta solo la voce di don Tonino Palmese. L’esautoramento di San Paolo – un convertito di lusso, un fine teologo degno (a Roma) di una basilica papale – non è andato giù a questo sacerdote docente all’Università Pontificia di Napoli, coordinatore regionale di Libera e tanto altro ancora. La sua è stata una sortita personale? Lecito immaginarsi che una figura così rilevante abbia protestato col pieno avallo della curia vescovile. E in effetti un compromesso, una rispettosa coabitazione tra turibolo e pallone era possibile, seguendo l’esempio milanese dello stadio di San Siro, inaugurato nel ’26 e dall’80 intitolato all’appena scomparso Giuseppe Meazza ma ancora oggi identificato in città col nome originario.

Lo stadio di Napoli avrebbe potuto fregiarsi ufficialmente di un doppio nome per ottimi motivi. L’impianto milanese prende originariamente il nome di San Siro dal quartiere in cui è stato costruito, quello napoletano, aperto nel 1959 come Stadio del Sole, viene ribattezzato quattro anni dopo esplicitamente per onorare, secondo un’antica tradizione, l’approdo del missionario intellettuale di Tarso dalle parti di Fuorigrotta. Niente da fare contro la marea tifosa e l’occasione più unica che rara di mietere consensi a costo zero.

Maradona ha rappresentato il riscatto di Napoli

MaradonaUn caso di idolatria? Sì, testualmente. Maradona non è stato solo un giocatore del Napoli, ha rappresentato Napoli, l’ha fatta vincere sportivamente e mediaticamente oltre il colera, i bassi, l’arte di arrangiarsi, la camorra. Ma il “Carnevale Diego” è finito, come la rivolta di Masaniello, il riscatto si è circoscritto al calcio e la città ha continuato a vivere e resistere, cercando di difendere e allargare ciò che era ed è Paradiso da tanti Inferni incombenti.

Sognare passati tempi felici non è un delitto, semplicemente non basta. Nella Lettera ai Romani, San Paolo dice: “Non valutatevi più di quanto conviene, ma valutatevi in modo saggio e giusto”. Qualche napoletano meno febbrilmente coinvolto nella celebrazione di Diego e non esente da un certo esprit superstizioso-scaramantico del luogo, ha già cominciato saggiamente a chiedersi se rinunciare a un santo doc con tutti i crismi sia stato un affare. In fondo, l’unico miracolo ultimamente riconosciuto a Maradona è la moltiplicazione dei figli pretendenti all’eredità, arrivati (per ora) a undici.