Maradona, una storia d’amore
vista dagli occhi di un inglese

Sguardo sicuro e sfrontato, aria di sfida. Orgoglio argentino e scugnizzeria napoletana. Un messaggio chiaro: adesso ci siamo anche noi, vediamo chi vince. Tutto questo e tanto altro ci trasmette lo sguardo fiero del Pibe de Oro dalla locandina del film “Diego Maradona” dell’inglese Asif Kapadia.

Che poi non è un film, ma un documentario che racconta qualcosa di simile ad un film. Un film drammatico, tragico, asfissiante e talora claustrofobico, ma anche (non tanto quanto dovrebbe essere…) gioioso, felice, liberatorio. Ed è un’opera che assume contorni e significati molto, ma molto differenti se la valuti da napoletano oppure no. Ancor più se sei un napoletano più o meno coetaneo di Diego (1960) ed hai vissuto quella storia, in un arco di tempo che va dal 1984 al 1991. Sette anni irripetibili, a cavallo dei quali a Napoli nascono molti ragazzi di nome Diego, il Dio del pallone.

Da napoletano, posso dirlo con cognizione di causa, guardando il docu-film di Kapadia, ti emozioni, soffri, a tratti ti viene da piangere, ti immalinconisci e ti esalti, rivivi tante storie irripetibili, compresa l’apoteosi pagana dei festeggiamenti della primavera 1987, torna negli occhi una città impazzita di gioia. Ma non puoi fare a meno di notare come, utilizzando materiale inedito ed a tratti straordinario, Kapadia scelga il lato oscuro, la parte più nera, opaca, sofferente. E contemporaneamente lasci in sottofondo quella luce del sole tipica di Napoli che solo a tratti illumina lo schermo, molto più spesso invece scuro ed ombroso. E come sia trascurata l’intensa storia d’amore fra un campione (il più grande di sempre? Chi se ne frega, per noi si) ed una intera città, culminata in quattro titoli vinti (due scudetti) e tante rivincite nei confronti di chiunque, dalla Juventus all’Inghilterra (perché i napoletani sono anche un po’ argentini ).  Abbiamo già visto Maradona raccontato in tante salse, ci ha provato anche Emir Kusturica (che lo ama di sicuro) con grande rispetto ed apprezzabile risultato.

Qui invece sembra si vogliano giudicare l’uomo e le sue palesi debolezze, quelle di un ragazzo che a 15 anni era già responsabile di un’intera famiglia e che a Napoli, impietosamente strabordante e soffocante quando vuole amare davvero, non seppe reggere l’urto di un amore che travolge e che può anche portarti al lato oscuro della vita ed a farne di cotte e di crude. L’autore, già conosciuto per due lavori su Ayrton Senna e su Amy Winehouse, ha trovato qui probabilmente maggiori difficoltà nel confronto con il tema. Non un mito buono scomparso nella disperazione di tutti (Senna) , né la grande star della musica perduta senza rimedio e destinata ad una fine senza scampo (Amy), ma un eroe caduto ed ancora vivente, ancora in grado di far parlare di sé, incondizionatamente amato da un popolo intero, di un amore tramandato per generazioni ed immortalato da effigi che decorano i muri delle periferie di Napoli. Se lo guardi con distacco e non conosci la storia, è un film serio, severo, documentato, su come lo sport possa farti salire alle stelle e sbatterti nella polvere nell’arco di pochi anni che valgono una vita. Ci arrivi osannato da ottantamila persone e te ne vai da solo con la coda tra le gambe. Se lo guardi dal punto di vista di chi conosce la storia, l’ha vissuta, era presente in tanti momenti, scuoti un po’ la testa a sottolineare la mancanza della parte più pulsante, carnale, viva di quella folle epopea sportiva fatta anche di emozioni qui non raccontate. Diego continua così a dividere e spaccare, è il suo destino, è suo malgrado. Continua ad essere da un lato Diego, dall’altro Maradona. Magnifiche, comunque, alcune parti del documento ricco di immagini inedite, spesso prese da bordo campo o durante gli allenamenti, o in folgoranti inserti di vita privata che veramente privata non è mai: si va da un gol impossibile alla Juventus che si trasforma in svolta e rivalsa storica verso il nemico di sempre agli sguardi perduti e smarriti di Diego circondato dalla massa ed alle prese con situazioni più grandi di lui, alla capacità di prendersi sulle spalle una squadra (e tante botte dagli avversari maniscalchi) e portarla alla vittoria, guadagnandosi l’amore incondizionato di compagni che ancora oggi non direbbero una sola parola negativa su di lui.

E’ la mano de Dios, giustizia superiore ed inganno massimo, classe sopraffina e sberleffo insopportabile. Ne sanno qualcosa gli inglesi, come Asif Kapadia.