In Emilia più che il Pd
hanno vinto
Bonaccini e le Sardine

L’esperienza delle recenti elezioni in Emilia Romagna è considerata da molti come l’occasione decisiva per il centro sinistra italiano, e più in generale per le forze democratiche di questo paese, di capire una volta per tutte che il ritorno alla realtà non è più rinviabile. Cogliere quest’occasione sul serio significa verificare nei fatti se la cosiddetta forma-partito sia ancora in grado di tornare alla sua funzione storica, cioè quella di dare voce a una parte precisa della popolazione che, proprio perché rappresentata, ritiene necessario non soltanto esercitare il voto, ma anche partecipare alla vita politica. Ciò significa concretamente per il centro sinistra, a partire sopratutto dal Pd, tornare a rispondere, attraverso l’ascolto e lo studio della realtà, all’impoverimento progressivo della popolazione, alla situazione paradossale di fasce sociali sempre più estese che non possono più fruire dei loro diritti, svuotati ormai di qualsiasi efficacia da pratiche economiche svincolate da qualsiasi controllo politico che intenda salvaguardare, non soltanto a parole, la necessaria giustizia sociale. Si tratta insomma di scegliere da che parte stare: difficile sfida per un partito da tempo concentrato soltanto su se stesso, sui conflitti narcisistici e di potere che lo attraversano, incapace di valorizzare le forze nuove che, in quanto tali, non possono rispettare determinati comportamenti partitici. Non è un caso che in Emilia Romagna sia risultata un’eretica come Elly Schlein la più votata nel centro-sinistra e che la vittoria di Stefano Bonaccini sia stata resa possibile dal movimento delle sardine. Un movimento che ha messo a nudo, in nome dell’antifascismo e della solidarietà, la sterilità di un comportamento politico ormai quasi del tutto assorbito dalle anguste e sterili logiche di partito, come nel caso del Pd, e la pericolosa manipolazione delle fasce disagiate della popolazione, propria della destra leghista e neofascista.

Capacità di governo

A guardare dall’osservatorio privilegiato di Bologna le tre diverse piazze della destra leghista-neofascista, delle Sardine e del centro-sinistra, si percepiva rispettivamente la rabbia, quale espressione di menti avvelenate spesso da fatica, privazioni e alterate da notizie e soluzioni false, la pacatezza, propria di chi ha condizioni di vita che gli consentono ancora di dar conto del proprio dissenso politico razionalmente, infine la noia dei più, tipica di chi per esprimersi segue – ed è costretto a subire – rituali estenuanti. Difficile, infatti, non vedere nella piazza del centro-sinistra una scelta necessaria per adeguarsi a una campagna elettorale che, di giorno in giorno, si sviluppava sempre più nella manifestazione popolare, forma di espressione riabilitata in chiave democratica dal primo incontro delle sardine. Non che in quella piazza mancassero sinceri sostenitori di Stefano Bonaccini, ma il rito partitico appariva prevalente e con esso, come è intuibile, le logiche che guidano di norma il partito nella scelta dei candidati da affiancare al capolista. Si capisce allora perché Bonaccini abbia scelto elettoralmente di non identificarsi con il  suo partito e sia stato votato, in virtù delle sue provate capacità di governo, anche da quei cittadini che da tempo avevano rinunciato a votare il Pd, un partito incapace da tempo di farsi carico della loro voce, cioè della richieste di libertà e giustizia sociale proprie di una precisa parte di popolazione.

Radicale trasformazione

Per questo non ci si può ingannare: in Emilia Romagna hanno vinto le sardine e Stefano Bonaccini. Ripartire sul serio da questa consapevolezza è molto più impegnativo del dichiararsi, come sta facendo in queste ore Nicola Zingaretti, aperti a nuove idee e a nuove energie. Sarà l’ennesima dichiarazione fine a se stessa, infatti, se non si accompagnerà da subito alla pretesa di una radicale trasformazione dei comportamenti all’interno del partito, di un rinnovamento concreto del mestiere politico a tutti i livelli, locali e nazionali. Non si può più tollerare, infatti, che i politici parlino maggiormente sui mezzi di comunicazione che con gli individui in carne e sangue, che l’abilità di governare gli equilibri di potere sopravanzi le motivazioni ideali e le competenze di giovani, sopratutto donne, che troppo spesso sono sfruttati in chiave elettorale e poi messi da parte, a causa magari del fatto che devono fare esperienza politica. Un’espressione, questa, che ormai indica quasi soltanto tatticismi e strategie sempre più lontani, se non indifferenti, rispetto alla vita dei più.