Di Vittorio: «Per una cultura nazionale,
cioè profondamente popolare»

Dal 9 all’11 gennaio 1953 si svolge a Bologna il secondo congresso nazionale della cultura popolare (il primo Congresso si era tenuto a Milano, nella sede del Castello Sforzesco, il 7 e l’8 dicembre 1946; il terzo Congresso si terrà a Livorno dal 6 all’8 gennaio 1956, relatori Norberto Bobbio, Tommaso Fiore e Giulio Trevisani).
Uomini del mondo della cultura, sindacalisti, lavoratori e politici si riuniscono per discutere del sapere e dell’istruzione in Italia, dell’organizzazione della formazione intellettuale e delle strutture e strumenti necessari per la sua diffusione e sviluppo.
Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della Cgil, interviene al congresso sottolineando la concezione del sapere e della conoscenza come strumento di liberazione delle masse:

«Amici congressisti – afferma di Vittorio – sono lieto di salutare questo grande congresso, che ha già avuto una profonda eco nel paese ed è destinato ad avere vaste ripercussioni nelle masse popolari per quanto concerne lo sviluppo della cultura nel popolo, in nome della Confederazione generale italiana del lavoro e dei cinque milioni di lavoratori manuali e intellettuali che vi sono iscritti. La nostra Confederazione del lavoro ha nel suo programma, nel suo Statuto, fra i suoi compiti fondamentali quello di difendere e di sviluppare la cultura nelle masse popolari e lavoratrici, come mezzo essenziale di liberazione, non soltanto di liberazione spirituale dell’uomo, come mezzo cioè di liberazione dall’ignoranza, dalla miseria, dalla superstizione, dai pregiudizi, ma anche come strumento fondamentale di liberazione dall’arretratezza, dalla miseria, dalla povertà, dalla sporcizia, come strumento di elevazione intellettuale, morale, spirituale ma anche economica e sociale. Perciò la Confederazione del lavoro e tutte le organizzazioni sindacali annettono una importanza primordiale a tutti gli sforzi che sono diretti alla diffusione ed allo sviluppo della cultura nel nostro popolo […].

Ma prima di questo – prosegue Di Vittorio – permettetemi di accennare ad una certa ironia che è stata fatta da alcuni giornali sul mio intervento con un discorso a questo congresso della cultura popolare italiana […] Per rendere a suo modo chiaro il significato della mia presenza a questo congresso, un giornale ha scritto una frase appositamente sgrammaticata per dire: «Ecco qualcuno che è veramente rappresentativo di coloro che non conoscono la lingua italiana e che sono al fondo dell’ignoranza al congresso della cultura popolare». Lo scopo è di tentare di rappresentare come estremamente basso il livello culturale di questo congresso della cultura popolare. Lo scopo è anche un altro, al quale accennerò brevemente. Bisogna che io dica che in questa ironia di giornali benpensanti, di giornali che esprimono gli interessi della classe privilegiata e dirigente della nostra società, c’è qualche cosa di fondato. Io effettivamente non sono e non ho mai preteso, non pretendo di essere un uomo rappresentativo della cultura popolare o non popolare. Però sono rappresentativo di qualche cosa. E di che cosa sono rappresentativo? Io credo di essere rappresentativo di quegli strati profondi delle masse popolari più umili e più povere del nostro paese… quelle masse cioè alle quali le strutture sociali ingiuste ed inumane della nostra società negano la possibilità non solo della cultura, ma anche dell’istruzione elementare, e che ciò malgrado, però, vogliono, si sforzano di studiare e cercano di raggiungere quel grado che le loro capacità, le loro possibilità permettono di raggiungere, grado modesto ma che apre però la strada a nuovi e travolgenti progressi. Di questi strati delle masse popolari umili e povere io sono rappresentativo; di queste masse popolari a cui le classi dirigenti e sfruttatrici negano non soltanto ogni gioia ma anche il bene, la luce del sapere e che per merito proprio, per sforzi propri, vincono le tenebre dell’ignoranza, e si pongono alla testa del progresso, alla testa di ogni moto che porti avanti la nostra società, porti avanti tutta la società umana. Di questo io sono proprio rappresentativo. Il giornale che più ha ironizzato su questo soggetto è un giornale cattolico. Ed io lascio considerare a voi quanto poco cristiano sia questo voler negare a priori a chi proviene dalle masse più povere e più umili della nostra nazione di accedere almeno ai primi rudimenti della cultura. Secondo questi signori – e questo è il significato dell’ironia – non è possibile, non è ammissibile che chi è nato bracciante, analfabeta, in una famiglia di analfabeti, possa accedere alla cultura.

La classe operaia ed i lavoratori oggi lottano per la conquista della cultura – continua Di Vittorio -. Le classi lavoratrici si sforzano di portare un contributo diretto alla elevazione, al rinnovamento, allo sviluppo della cultura nazionale. Le classi lavoratrici comprendono che come la cultura garantisce all’uomo il mezzo della propria elevazione, il mezzo del pieno sviluppo della propria personalità, la sua diffusione nelle masse lavoratrici popolari garantisce a queste masse il mezzo dell’elevazione, il mezzo dell’emancipazione, libera queste masse non soltanto dai pregiudizi che derivano dall’ignoranza, dai limiti che si vogliono porre all’orizzonte degli uomini, garantisce alle masse il mezzo che permette loro di non rassegnarsi più all’ignoranza, di non accettare l’ignoranza, la miseria, l’arretratezza, la sporcizia, lo stato di abbandono come fatalità irreparabili contro le quali non si può combattere. La cultura conferisce alle masse popolari un senso più elevato della propria funzione sociale, della propria personalità, della propria dignità nazionale e umana, e perciò è uno strumento di coesione e di emancipazione, e uno strumento potente del progresso di tutta la società. La cultura perché sia tale, bisogna che sia veramente nazionale; per essere nazionale bisogna che sia profondamente popolare, che attinga cioè dal popolo la linfa per la sua creazione, conferisca al popolo questa possibilità di continua elevazione e divenga così patrimonio di tutto il popolo […]. La classe operaia ed i lavoratori hanno acquisito […] la chiara, piena coscienza di essere non più oggetto della storia, ma di essere i protagonisti principali della storia, gli animatori della evoluzione storica verso il progresso. Perciò la classe operaia ed i lavoratori si sforzano di conquistare la cultura e di portare un contributo di vita nuova alla cultura, di concorrere a creare una cultura nuova, rinnovata, viva, feconda, popolare, nel senso che sia portata, che penetri nella coscienza delle grandi masse popolari e sia uno strumento vivo, valido, permanente di evoluzione. Perciò la classe operaia, i lavoratori, mentre si sforzano di assimilare tutto quanto vi è di nuovo e di valido, di vitale, nella vecchia cultura, si sforzano perché la cultura stessa si rinnovi continuamente e sia espressione diretta, immediata delle ansie, dei bisogni, delle aspirazioni più profonde del popolo, di tutte le molle che fremono per il progresso di tutta la società nazionale e della società umana […].

Ma perché questi sforzi siano efficaci – prosegue Di Vittorio – bisogna attaccarsi alle radici del male, bisogna bandire una crociata nazionale, una vera crociata. Dobbiamo bandire una crociata contro l’analfabetismo. Per noi, per questo popolo italiano che ha una tradizione così ricca e così gloriosa di cultura e di civiltà, è una vergogna intollerabile l’esistenza nel seno della nostra società di milioni di analfabeti; vogliamo liquidare, dobbiamo liquidare con le nostre forze l’analfabetismo del nostro paese. Esistono milioni di analfabeti nel nostro paese, e più di centomila maestri e professori disoccupati. Come giudicare obiettivamente una società che non è capace di utilizzare questo capitale prezioso rappresentato da centomila maestri e professori per combattere ed eliminare l’analfabetismo? […].

Io vorrei – continua Di Vittorio – aggiungere ancora qualche proposta: la prima proposta, per cercare di diffondere quanto più ci è possibile la cultura, è questa: che in tutti i capoluoghi di provincia in cui esiste un’Università popolare, tutte le organizzazioni popolari e democratiche – ed io direi in primo luogo i sindacati – debbano intervenire per potenziare al massimo queste Università popolari là dove esistono. Là dove non esistono, ad iniziativa delle associazioni popolari – ed in primo luogo dei sindacati – debbono essere create al più presto. Secondo: sviluppare al massimo grado i circoli di carattere culturale, di carattere sportivo, di carattere ricreativo, di carattere turistico, circoli in cui rientrino tutte le forme dell’arte, filodrammatiche e bande musicali, tutte le forme di attività, escursioni ecc. […] Terza condizione: dare il massimo sviluppo alle biblioteche popolari: non abbiamo biblioteche sufficienti nel nostro paese; siamo ad un livello estremamente arretrato, dobbiamo andare avanti. Perché proponiamo che ogni associazione di massa, popolare, professionale, e di ogni altro carattere abbia una biblioteca. Io mi sento qui autorizzato a rivolgermi più direttamente ai sindacati e propongo ai sindacati di un certo rilievo che ognuno di essi abbia una biblioteca, sia pur piccola, sia pur modesta, che si facciano circolare i libri fra i lavoratori, che si susciti in tutti il gusto del leggere, del coltivarsi, del sapere. Ecco un’iniziativa che dobbiamo prendere: e si organizzino non soltanto nei capoluoghi di regione, nelle grandi città o nelle città di maggior rilievo le nostre biblioteche. Bisogna moltiplicare le mostre anche nelle piccole località. Facciamolo questo sforzo. Sotto questo aspetto rivolgo un appello ai nostri artisti: andiamo più in fondo, tra il popolo e andiamo anche nei piccoli centri, nella misura del possibile, perché più porteremo a portata di mano la possibilità di accesso alla cultura, al bello, alle varie espressioni dell’arte, più noi contribuiremo ad elevare il nostro popolo e ad interessarlo ai problemi dell’arte e della cultura […].

Permettetemi, a conclusione, di rivolgere un appello da questa tribuna a tutti gli intellettuali d’Italia, a tutti gli artisti d’Italia perche vengano con noi, si affianchino al popolo, penetrino profondamente nelle masse del popolo, portino al popolo la luce del loro sapere, traggano dal popolo quanto il popolo può dare di contributo vivo, vivificante, rinnovatore alla cultura nazionale: e noi faremo avanzare il nostro paese. La cultura – conclude Di Vittorio – è anche uno strumento di difesa e di potenziamento della libertà, perché non si può concepire uno sviluppo nazionale della cultura senza la libertà. Per questo la nostra Costituzione, nello stesso momento in cui ha sancito i diritti dei cittadini, ha sancito l’obbligo dello Stato di elevare l’istruzione e la cultura del popolo, perché questa è condizione della libertà. Perciò quando noi difendiamo tutti i diritti acquisiti, conquistati dal popolo italiano coi suoi sacrifici, con la sua lotta eroica, noi difendiamo la cultura. Tutti i periodi di reazione, di oppressione, di assolutismo sono stati nella storia periodi di oscurantismo e di decadenza della cultura; tutti i periodi di libertà sono periodi di sviluppo della cultura. Non per nulla il padre della cultura italiana ci ha lasciato in eredità una esclamazione che esprime il bisogno ansioso della libertà appunto come strumento della cultura: «Libertà vo’ cercando ch’è sì cara…». Intellettuali italiani, artisti italiani, uomini di tutte le forme, di tutte le espressioni della cultura! Prendete conoscenza di quest’ansia del popolo per la cultura, affiancatevi a noi e otterremo risultati giganteschi per far avanzare il nostro popolo e la nostra Patria! Come la cultura è strumento di difesa e di potenziamento della libertà, la cultura è liberazione anche dalle varie forme di settarismo, di intolleranza, di tracotanza, di idee preconcette, di apriorismi. Liberiamoci da queste scorie e facciamo che la cultura, il suo sviluppo, ci aiutino a diffondere un senso di maggiore solidarietà, di maggiore fraternità fra il popolo italiano, solidarietà e fraternità che debbono permetterci di intensificare gli sforzi sulla via del progresso, che debbono determinare uno sviluppo della capacita alla comprensione. Questa concordia, questa fraternità fra gli italiani deve portarci ad una comprensione più sensibile, più umana degli altri popoli, a reagire alla propaganda dell’odio e della tracotanza anche fra i popoli, perché fra i popoli ci sia comprensione, amicizia, collaborazione, solidarietà, anelito unanime di progresso. Perciò avanti amici d’ogni tendenza politica, di ogni opinione, di ogni scuola ideologica, di ogni scuola dell’arte, di ogni forma di pensiero, tutti facciamo appello all’unità e all’unificazione degli sforzi! E nella misura in cui i nostri sforzi saranno uniti, la cultura italiana, la cultura nazionale del nostro popolo sarà più ricca, sarà più viva, si rinnoverà continuamente ed aiuterà il nostro popolo a conquistare una maggiore concordia nazionale e ad essere nel mondo antesignano, campione della collaborazione, dell’amicizia, della pace fra tutti i popoli della terra, perché tutti marcino insieme per rendere più felice, più libera, più buona l’intera umanità».