Di Matteo-Bonafede
la tempesta perfetta
del giustizialismo

L’ultima tempesta che si abbatte sulla giustizia italiana è la tempesta perfetta del giustizialismo. I protagonisti dello scontro sono infatti alcuni dei suoi esponenti simbolo della magistratura e della politica: il pm Nino Di Matteo e il ministro Alfonso Bonafede, in uno dei templi populisti dell’informazione, “Non è l’Arena” di Massimo Giletti.

In breve, i fatti, anzi le telefonate, nella notte di domenica. La prima è del magistrato antimafia che rivela di aver ricevuto l’offerta del ministro della Giustizia di dirigere il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria o in alternativa la Direzione degli Affari Penali, ma che quando – il giorno dopo – ha fatto sapere di essere disponibile solo per il primo incarico, il ministro aveva già scelto un’altra soluzione, quella del magistrato Francesco Basentini. A rendere più grave e sconcertante la ricostruzione sono i motivi alla base del ripensamento, secondo Di Matteo: “Importantissimi capimafia, intercettati in carcere, dicevano ‘Se nominano Di Matteo è la fine’”. Dunque, – è l’implicita conclusione – la sua nomina sarebbe stata bloccata dai più alti livelli della mafia.

La seconda telefonata è quella del ministro Bonafede, fino a ieri considerato – assieme ai 5 Stelle – tra i sostenitori più entusiasti del pm del processo Stato-Mafia. Il Guardasigilli ora si dice “esterrefatto” dalla ricostruzione che però corregge solo in parte: “Gli dissi che tra i due ruoli per me era più importante quello degli affari penali, il ruolo ricoperto da Giovanni Falcone”. Ammette: “Effettivamente Di Matteo mi parlò delle intercettazioni dei detenuti che in carcere dicevano ‘Se viene questo, butta via le chiavi’”. Conclude: “A me era sembrato che fossimo d’accordo per gli Affari penali, ma evidentemente sbagliavo”.

Tralasciando il seguito politico, il gioco delle parti, le richieste di dimissioni da parte dell’opposizione eccetera, eccetera, la vicenda ha almeno un paio di aspetti di sconcertante gravità.

1) L’assoluta mancanza di senso delle istituzioni dimostrata da uno dei più importanti magistrati della Repubblica, per il quale evidentemente (ma è in ottima compagnia) la riservatezza e l’equlibrio non rientrano tra i requisiti richiesti a chi amministra la giustizia e dispone della libertà delle persone. Farsi indirettamente un vanto di una frase come “Se viene di Matteo, butta via le chiavi”, del resto la dice lunga sulla sua concezione della pena detentiva.

2) L’altrettanto evidente inadeguatezza del ministro della Giustizia che dopo le soluzioni imposte sulla prescrizione (il processo infinito) ha gestito in modo sconcertante anche l’emergenza sanitaria tra i detenuti. Quello che suona più triste è però l’accostamento con Giovanni Falcone, martire della lotta alla mafia e uomo di assoluto senso dello Stato e delle istituzioni, avversato proprio nel suo ruolo al ministero dai precursori di quel giustizialismo andato in onda a “Non è l’Arena”.