Dietrofront di Di Maio
che si piega a Mattarella. Lega-M5s
il fronte degli incapaci

Dopo 87 giorni del voto non c’è ancora un governo ufficiale, di quelli, per intenderci che illustrano il programma in Parlamento, ottengono la fiducia e poi lavorano nell’interesse del Paese. Ma in realtà  viviamo il paradosso che di esecutivi ce ne sono due paralleli che continuano comunque la lunga marcia verso Palazzo Chigi. Itinerari diversi, durata diversa, persone differenti. Da una parte il possibile esecutivo politico conseguenza dell’accordo tra Lega e grillini, dall’altra quello neutro, del presidente, che Carlo Cottarelli, l’uomo dei tagli che ha lavorato di cesello, ha pronto sulla scrivania.

Ma che è stato invitato proprio dal Quirinale a mettere per ora nel cassetto perché, contravvenendo ad ogni parola detta e ribadita in questi ultimi giorni, Luigi Di Maio si è presentato al Colle per prospettare al presidente Mattarella la possibilità di rianimare il governo politico giallo-verde togliendo dalla casella Economia il professor anti euro Paolo Savona, ma garantendo all’economista comunque un posto nel governo sempre a guida Giuseppe Conte tornato, per il momento, nelle aule universitarie.

E’ stato accolto e ascoltato il leader grillino dall’uomo paziente verso cui lui aveva chiesto l’impeachment solo poche ora fa, costretto poi a fare una clamorosa marcia indietro rendendosi conto in ritardo di essere praticamente solo nella richiesta. Con la sola Giorgia Meloni a dargli man forte. Si è presentato senza imbarazzo ma porgendo le necessarie scuse Luigi Di Maio al Quirinale.  E ha messo sul tavolo la proposta dello spostamento dell’economista che al presidente, sempre convinto che un esecutivo politico sarebbe più vantaggioso per il Paese, è stata valutata “con attenzione”.

Quirinale. Foto Umberto Verdat

Una soluzione possibile sempre che Matteo Salvini decida di seguire l’alleato su questa ipotesi. “La porta resta aperta, ci penserò” ha detto il leghista mostrandosi possibilista pur nella consueta propaganda antieuropeista che forse comincia a stufare anche i suoi elettori che a quest’ora la diminuzione delle tasse e l’aumento della sicurezza tanto propagandate in campagna elettorale le avrebbero volute vedere almeno in cantiere. Anche dall’interno del Carroccio ci sono pressioni perché si accetti l’ipotesi di uno spostamento del professore. Sempre che Savona non decida autonomamente di fare un passo in là.

Una giornata sulle montagne russe. Con una tregua sul fronte dei mercati. Incontri informali al Quirinale. Riunioni alla Camera dove i malumori, almeno in casa grillina, si cominciano a cogliere. E la prospettiva di un voto in tempi ravvicinati non è che metta di buonumore i neofiti della politica che già ci hanno preso gusto a circolare nei palazzi.

Se il governo politico dovesse spiaggiarsi nuovamente e, questa volta, senza appello la prospettiva non sarebbe altro che il voto in tempi rapidi. Questa volta toccherebbe all’esecutivo Cottarelli, messo in stand by  per la proposta grillina, condurre il Paese alle prime elezioni ferragostane della storia della Repubblica. E qui a Salvini è scattato l’allarme. Anche i leghisti vanno in ferie. Il solleone può affossare qualunque sondaggio positivo. Si è così cominciato ad arzigogolare non certo di fiducia al governo Cottarelli ma di strade da prima repubblica, tipo astensione o sfiducia tecnica o non sfiducia con una potenziale maggioranza politica che provvederebbe a salvare il governo tecnico pur di non andare a votare in bermuda e pareo. Così facendo si arriverebbe almeno all’autunno. O anche più avanti. Tutto è possibile con le categorie della non politica cui bisogna cominciare ad abituarsi.

Il cadere delle foglie dovrebbe far cadere anche l’inedita coalizione del governo giallo-verde. I Cinque Stelle e la Lega, prima di conoscere il destino del loro tentativo (o quello degli altri) hanno messo le mani avanti. Alle possibili elezioni non si presenteranno uniti.  I primi hanno ribadito di essere andati al voto sempre da soli. Gli altri devono ancora sciogliere il nodo della coalizione di centrodestra. D’altra parte il 10 giugno si vota e in queste prossime consultazioni si presentano ancora nella formazione tradizionale con Berlusconi e la Meloni. Non è il momento di scegliere. E sciogliere.