La sinistra non si estingua al centro

Gli ultimi giorni dell’anno ispirano consuntivi e retrospettive, ma in questo caso se ne possono trarre anche considerazioni adatte per le analisi dell’immediato futuro. Senza nascondersi il prolungato regresso della Socialdemocrazia europea, la realtà è più complessa. L’area liberal-conservatrice classica sta malissimo, non di rado peggio. Perde spesso e in modo umiliante (in Portogallo e in Catalogna), governa stentatamente e con prestazioni pessime (Uk), nella totale frammentazione e incertezza (come in Olanda), nella dipendenza dai voti della nuova destra nazionalista (Uk, Norvegia) o intraprendendo mutazioni verso il nazionalismo populista (Austria, Svezia, Ungheria).

Anche laddove se ne decanta la capacità invincibile ed egemonica (la Germania di Frau Merkel) osserviamo un vistoso calo elettorale e l’incapacità di formare l’esecutivo oscillando fra ipotesi opposte e inconciliabili. In queste oscillazioni scorgiamo un sintomo ancora più importante: l’indecisione delle consultazioni di Merkel e del presidente Steinmeier non si deve ad artifizi negoziali ma alla sensazione che governare ora con la Cancelliera sia un azzardo. Tenendo conto che la Germania è considerata uno dei paesi vincenti, ciò evidenzia la crisi di un’intera cultura politica. La verità è che le due opzioni offerte al crescente scontento (astensione o voto di protesta) sono praticate ambedue, in modo crescente, dalle classi medie, non solo da quelle lavoratrici. Dunque, il punto non è soltanto la crisi della Socialdemocrazia, o della sinistra europea. Anzi, da questi dati proviene per la Socialdemocrazia e le sinistre europee una grande opportunità: una nuova comprensione sia del mondo attuale sia di se stessi.

Una delle ragioni della crisi socialdemocratica è che quella un tempo propagandata come estensione al centro, è divenuta in realtà estinzione al centro. Questa “estinzione” al centro, verificatasi negli ultimi lustri, era, fra gli altri motivi, giudicata necessaria poiché si riteneva che l’espansione dei ceti medi soddisfatti rendesse ormai superflua sia la richiesta di riforma del capitalismo sia la necessità di distinguersi dai partiti liberali. Ciò lasciava il campo ai semplicismi politologici: “il voto moderato preso al centro conta doppio”. Ma il voto dei ceti medi non è necessariamente moderato.

Lo si comprenderebbe se, anziché con la più arida delle politologie, si ragionasse anche con la storia, e soprattuto con la nozione di cosa la Socialdemocrazia e la sinistra in genere (compreso il Pci) sono stati nell’ultimo secolo. Il ragionamento da svolgere è che senza la riforma (piuttosto profonda) del capitalismo operata da queste forze la classe media non sarebbe stata in espansione, né tantomeno moderata. Lo provano il passato e il presente. Questo è uno dei motivi principali per cui la sinistra, oggi, non deve avere fretta di soccorrere le forze liberali quando soffrono anche esse la concorrenza o il difficilissimo rapporto con la nuova destra populista (come nei governi di Vienna e Copenaghen nel recente passato e anche, siamo sicuri, del prossimo futuro). Occorre una terza, nuova e distinta soluzione, che non ritenga una missione di responsabilità e civiltà democratica combattere i nuovi, preoccupanti fenomeni schierandosi con i partiti liberali e le loro opzioni politico-ideologiche. Corbyn, nonché il governo di Jacinda Ardern in Nuova Zelanda e la linea politica seguita dalla leader socialdemocratica danese Frederiksen sono segnali interessanti in questo senso.

Del resto, lasciandosi trincerare sulla linea degli ultimi lustri si otterrebbe il contrario di una maggiore sicurezza sociale, cioè del ritorno alla ragionevolezza progressista dei ceti medi (e operai) perduti. Insomma, oggi una terza e diversa opzione del socialismo europeo implica la ricerca vera (per fortuna non del tutto iniziale) di un’autonoma prospettiva di riforma del capitalismo, fortemente critica rispetto ai dogmi degli ultimi decenni: per esempio questa UE scambiata per modello sociale europeo, la flessibilità del lavoro contrabbandata per produttività e opportunità, l’internazionalismo confuso con l’abbattimento di ogni sovranità democratica. Non a caso, apertura e ricerca di nuove opzioni di fronte al responso della Brexit (cioè dinanzi all’evidente regresso egemonico del capitalismo costruito in questa UE) sono alla base del successo di Corbyn. Insomma, Socialdemocrazia e sinistra europea devono innovare molto il presente ristudiando la propria funzione storica passata: quelle profonde riforme del capitalismo che, fino a 40 anni fa, hanno condotto appunto verso società meno ansiogene e polarizzate. Il capitalismo da solo, 90 anni fa come oggi, non è in grado di ottenere questi risultati. Ecco i parametri fondamentali per comprendere cosa accadrà alla sinistra e all’Europa nell’anno che viene e in quelli futuri.