Di fischi, di unità, di Corbyn e Pisapia

Un po’ perché non so fischiare. E un po’ perché in linea di massima sono contrario ad interrompere un oratore che parla. Ma solo in linea di massima: perché a volte – spesso nell’Italia berlusconiana e di seguito in quella renziana – il dissenso si può esprimere solo con gesti poco ortodossi. Comunque sia, al Brancaccio l’altro giorno non ho fischiato Gotor mentre parlava. Ma non ho neanche cercato di convincere i tanti che fischiavano a smettere. Quello di Gotor è stato un discorso per molti versi ipocrita, sicuramente superficiale. Di maniera. Inutile. La persona seduta vicino a me, invece, si sbracciava per calmare la platea: “Basta, sennò domani scriveranno che qui c’è aria settaria”. Non scriveranno di una sinistra che per la prima volta dopo anni di tentativi di sintesi al vertice, prova a ribaltare il quadro. A ripartire dall’analisi di cosa sono stati questi ultimi vent’anni (di cui tre quarti guidati dal cosiddetto centro-sinistra), prova a riscrivere un vocabolario comprensibile, anche semplicemente chiamando destra le politiche di destra. Che salta il balletto delle alleanze legate alla prossima elezione ma prova a riflettere su quel che avviene nel mondo, in Europa, in questo paese.
In ogni caso, aveva ragione, comunque, il mio vicino di sedia. Il giorno dopo si parla di quei fischi, non si parla di cosa è stato il Brancaccio. Beninteso, lì, quell’assemblea è stata solo l’inizio di una scommessa. Magari una delle tante, dell’ennesima scommessa che – qualcuno sembra sperarlo – poi finirà come l’Arcobaleno, la Lista Tsipras e che più ne ha più ne metta. L’avvio sembra diverso, certo, ma appunto sembra soltanto.
Ma non è questa la discussione di oggi. Oggi i media puntano ad altro. Tutti i media. Anche quelli alternativi. E così il Manifesto affida ad una lunga conversazione con D’Alema l’analisi della giornata di domenica.
Anche qui, però nessun equivoco: il Manifesto non fa l’analisi dettagliata delle espressioni facciali che pare appassionare tutte le altre testate. Non ci racconta dell’impassibilità dell’ex presidente del Consiglio davanti ai richiami pacifisti degli oratori e altri simili dettagli. Nel colloquio la giornalista lo spinge a parlare di politica. E D’Alema in buona sostanza dice che secondo lui al Brancaccio – nonostante tantissimi spunti di programma interessanti – è mancata un’idea di governo della sinistra. Che così rischia il minoritarismo.
Le stesse accuse che vent’anni fa, lo stesso D’Alema rivolgeva allora a Bertinotti, quando il centro sinistra – il centrosinistra che di là a due mesi sarebbe entrato in guerra, bombardando Belgrado – stava sfasciandosi. Ma appunto, questa è storia del secolo scorso. Per qualcuno poco interessante.
Resta d’attualità, però, capire cosa si intenda per sinistra di governo oggi. Se è un’alchimia per strappare più voti, credo che appassioni poche persone. Deve essere qualcos’altro, allora. Cosa? Tutti, ma proprio tutti-tutti, risponderebbero: deve essere la definizione di un programma. E lì, al Brancaccio, quel programma hanno cominciato a delinearlo. Progressione fiscale – progressione fiscale brutale – che penalizzi – e tanto – i redditi alti. Le rendite. Drastico blocco delle spese militari. Ridiscussione e rifiuto del fiscal compact. Ripubblicizzazione delle società che gestiscono beni comuni. Investimenti pubblici. Soldi dello Stato su scuola, territorio. Sanità. Sostegno ad una legislatura sindacale, che sancisca l’intoccabilità del contratto nazionale. Politiche di accoglienza. Diritti.
Tutti punti, tutti progetti – meglio, ad essere onesti: tutti titoli di progetti – che però fanno a pugni, che stridono con le scelte del centrosinistra. Di questo centro-sinistra. Non quello di ieri, quello di oggi, quello di Renzi e Gentiloni.
La cosa più rilevante, però, è che sono progetti che delineano una sinistra di governo. Una sinistra che vuole governare.
Di cosa parliamo? Un esempio può spiegare. Corbyn proprio tre giorni fa ha proposto la requisizione delle case sfitte alle grandi compagnie edilizie per far fronte alle emergenze. Certo, per le famiglie della Grenfel Tower ma anche per le altre decine di migliaia di sfrattati a Londra. Ventimila persone sono scese in piazza a sostegno di questa richiesta. E il sindaco ha chiesto alla May di discuterne. Corbyn, dunque, ha fatto una proposta di sinistra di governo.
Ma non è detto che il piano verrà accolto, si potrebbe ribattere: i laburisti sono all’opposizione. E allora parliamo di Ada Colau che governa, governa Barcellona. E ha utilizzato gli strumenti di legge, inventandosene anche alcuni – e forzando laddove la legge glielo impediva – per bloccare gli sfratti di chi non poteva pagare gli affitti. Ada Colau governa, dunque.
Il punto, è proprio qui: cosa si intende per governo. Se è quello che ha fatto il centrosinistra italiano in questi ultimi vent’anni oppure, al contrario, è uno strumento – uno dei tanti – per dare una sponda ai movimenti sociali, per provare ad utilizzare anche gli strumenti istituzionali per redistribuire ricchezze, per cambiare i rapporti. Tanto tempo fa, lo storico dirigente della sinistra del Pci, ripetava spesso: “Al governo ma sempre sapendo in nome di chi e per fare cosa”.
Ecco perché il Brancaccio – pur nella sua parzalità , pur fra mille limiti evidenti – tutto è stato meno che settario. E’ stato unitario. Ma le troppe esperienze passate impongono a tutti di aggiungere un’altra espressione oltre al richiamo unitario: unità nella chiarezza.
E allora ha certo ragione il mio amico Pietro Spataro quando, su giubberosse, pretende che nessuno faccia l’analisi del Dna al proprio vicino. Ha ragione ed è un vecchio vizio della sinistra quello. E si può addirittura aggiungere che è un derivato dell’orrenda tradizione stalinista che ha macchiato la storia del movimento operaio.
Nessuna analisi del sangue, allora. Ma riflessioni sì. Senza discutere del passato, anche solo del passato prossimo ovviamente non si va da nessuna parte. Ma se proprio si vogliono ignorare gli ultimi vent’anni (e davvero mi piacerebbe capire come si fa a spiegare l’attacco ai diritti senza leggere il lungo ciclo neoliberista che in Europa ha visto protagonisti i leader socialisti), discutiamo del presente. Ed il presente ci racconta delle leggi Minniti-Orlando. Le peggiori legge xenofobe europee, che fanno impallidire lo stesso Orban. Votate, con la fiducia anche di chi è stato fischiato al Brancaccio. Discutiamo dei voucher e della mancata opposizione in aula di chi è stato fischiato al Brancaccio. Discutiamo del restringimento degli spazi di democrazia, di partecipazione e di chi quell’ulteriore restringimento voleva avallarlo col suo sì al referendum. Sono elementi che parlano all’oggi, alla sinistra di oggi. Non quella di ieri. Sono questioni che non attengono al Dna ma alle scelte da fare. Alle scelte da fare adesso. Sono nodi da sciogliere. Appunto per rispondere a quell’anonimo militante, citato da Spataro, che è stanco di sinistra. Di quella sinistra. Il resto è fuffa. Già sentita.