Di destra, di sinistra?
Nel M5S comanda
sempre Casaleggio

I fatti, intanto. Nel bel mezzo di uno stagno in cui sono attivi solo pensieri recessivi, solo azioni regressive, ecco che la sindaca di Roma, la cinque stelle Virginia Raggi, con coraggio si presenta davanti ai contestatori e riafferma il diritto, anche se va contro le coerenti derive del sistema “stagno”. La sindaca è espressione di una forza che ora governa con Salvini e condivide la sua ferocia, nei fatti. Così, la madre della famiglia rom cacciata dalla piccola folla “armata” da Casapound – editrice, tra l’altro, dell’ultimo libro dedicato alla parola del leader leghista – ha avuto l’assicurazione della propria sindaca che quella casa le spetta e lì andrà a vivere, nonostante la gazzarra fascista e il rilancio di un altro cinque stelle.

Il ministro Di Maio ricorda tempestivamente alla signora Raggi che comanda lui e che bisogna lavorare per soddisfare i bisogni degli italiani, anzi romani, prima di tutto. E’ la legge dello stagno che alza la voce mentre s’innalza altissima, grazie molto allo stop pronunciato da Di Maio, la statura morale e istituzionale di una donna che fin qui ha condiviso tutto del suo partito, non ha mai lasciato trapelare la sua profonda sensibilità democratica così come la sua capacità di gestire una metropoli inafferrabile come Roma. Raggi, non è un mistero, è in grandi difficoltà anche nel gradimento dei suoi cittadini. Foto di degrado e racconti sulle sue traversie giudiziarie, per colpa dei suoi consiglieri, sono sui giornali di mezzo mondo.

Quindi, eccoci di fronte ad una notizia, ad uno scarto, ad un “fatto” che registra una notevole differenza di potenziale all’interno di una organizzazione che fin qui – salvo abbandoni e fucilazioni di piazza – si era mostrata in grado di tenere le inquietudini delle sue file. Più tardi, Di Maio prova ad addolcire la sua uscita anti-Raggi senza, ci pare, smentirla: dice che bisogna ben rispondere ai bisogni di una famiglia in regola con la domanda di alloggio e aggiunge cose sul ruolo velenoso di Casapound, ed è sempre il primo titolare della crociata contro le ong attive in Mediterraneo nel salvar vite, a citare una legge del breviario della crudeltà di potere così attiva oggi. Infatti, eccoli tutti assieme, i cinque stelle, approvare in queste ore la decisione di Salvini di sequestrare una nave che salva migranti e di metterne i “registi” sotto accusa. Non dice nulla Raggi? Magari lo farà, ma intanto eccoci a riflettere in cronaca sui bagliori delle due civiltà ufficialmente chiamate a testimoniare, e legittimare, i comportamenti di due “stelle” dei drappelli della Casaleggio. Da un lato, Di Maio e il cinismo fesso che condivide con il suo compagno di banco, Salvini. Dall’altra, la civiltà del diritto e il senso di umanità messo in campo dalla sindaca di Roma. Tutto dentro lo stesso “Movimento”.

Ora conviene accettare che fino a qualche tempo fa, di fronte ad un caso di ribellione sui fondamentali, nei confronti di un rappresentante istituzionale sarebbe scattata la scomunica e probabilmente anche l’espulsione dal partito. Ci sono esempi storici in proposito. Ma niente: nessuno ha messo Raggi ai ceppi, o almeno non ce n’è notizia. Vero è che se cade Raggi, il Movimento, che già trema, rischia di scendere paurosamente nei sondaggi, e quindi, è noto, i registi del m5s hanno lasciato intendere a più riprese che possono perdere le mutande – perse eccome – ma non Roma. Almeno non prima del tempo. Questa condizione, legata ad un sottile ricatto di potere, grazia Raggi e le consente di interpretare il ruolo di Pippy (calzelunghe) del Movimento, non necessariamente dentro le righe. E’ ad ogni modo divertente assistere alla forza che, a dispetto delle loro intenzioni, gli strateghi del Movimento hanno assegnato ad una loro sindaca che ora li tiene per il cravattino.

Ma qui ci stiamo addentrando nel secondo spazio di analisi imposto dai “fatti” che abbiamo ripescato dalla cronaca recente: quello disegnato dai contesti e dai bisogni primari della formazione politica cui appartengono sia la temeraria Virginia – santa subito – che lo spietato leader. Il Movimento cinque stelle è in caduta nei sondaggi, e da tempo. Lo schiacciamento della sua immagine sulla crudeltà di governo ha disseccato i bacini di utenza della destra col pelo sullo stomaco, per quel che riguarda le sue aspirazioni: Salvini incassa tutto, e a loro restano le briciole; sarebbe perfino inutile invocare la pena di morte per i rom sorpresi a fare niente, non recupererebbero, ci pensa sempre Salvini ad assorbire ogni possibile e impossibile immaginario dipinto col sangue dei “miserabili”. Tanto è vero, che da un po’ mostrano con esagerata fierezza la loro indisponibilità a servire il compagno di banco di Di Maio. E mentre mettono in scena il momento dell’orgoglio, e ci danno dentro a fare quelli che saranno piccoli ma hanno una voce grossa, fanno passare tutto, o quasi. Anche questo è divertente.

Allora? Hanno capito che conviene loro riprovare coi bacini di sinistra dai quali sono venuti voti decisivi sia alle amministrative che alle politiche, con il doppio obiettivo di recuperare consensi e di ridurre il peso del Pd, di tutto il resto gliene frega nulla. Chiaro, ma hanno un problema immediato da risolvere: qualunque sia la loro prossima destinazione – ci stanno pensando, la sapremo perché qualcosa accadrà, non perché ce l’hanno detto prima – devono arrivarci non alle spalle del Pd, sennò il gioco non vale. Non puoi farti battere dalla forza politica che dovevi distruggere, era questo il tuo obiettivo primario: la sua prevalenza sarebbe la pezza d’appoggio della certificazione del fallimento sostanziale del programma. E nemmeno puoi pensare di stringere accordi con il Pd in condizioni di evidente soggezione numerica: altro certificato non richiesto del crollo dell’esperienza politica della creatura di Casaleggio.

Ma per battere il Pd devi fare esattamente ciò che piace ai suoi elettori, agli elettori di sinistra: devi consolidare il legame che hai stabilito per varie vie con quell’elettorato che pure ti ha votato, magari solo per disperazione pur avendo Gramsci sul manifesto in testa al letto. Chi ha avuto il fegato di lasciare la sinistra che conserva legami con l’antifascismo, con la lotta per nuovi diritti civili, per difendere – pure contraddittoriamente – i diritti dei lavoratori, ha già compiuto il passo fondamentale, non ci vuole granché a convincerlo che “lo sapevo io che non erano male, per questo li ho votati”. Così, puoi amministrare il paese con la ferocia di tutti i Trump della terra mentre interpreti scene di segno opposto che servono intanto a preparare gli animi della base.

Sarebbe bello si potesse concludere che nel Movimento ci sono più anime in contrasto tra loro e assistiamo a frammenti di quel conflitto, ma non è possibile arrendersi. Tutto – da quelle parti – è ancora nelle mani di un uomo, il titolare di un’agenzia che elabora sistemi di condizionamento di massa e poi li vende sul mercato dei padroni della terra. Uno che di mestiere studia stimoli e risposte delle sollecitazioni di massa. Questo è il contesto, sembra. Senza nulla togliere alla bellezza che la sindaca di Roma ha mostrato difendendo, anche dagli insulti e dalle intimidazioni, il diritto e quella numerosa famiglia rom, bersaglio di una violenza nazi-fascista alla quale non si può cedere. Sincera o opportuna che fosse quella scena, gli atti contano, molto di più delle vere intenzioni dei giocatori. Intanto è accaduto, ed è bene che sia accaduto, vuol dire che il vocabolario della democrazia e del senso di umanità è ancora in grado di governare.