Di calcio si muore, bisogna capire perché

Di calcio si muore. Di sport si muore. E’ sbagliato pensare ad eroi immortali soltanto perché sono giovani, sopportano la fatica, corrono e lottano. L’elenco delle vittime è lungo oramai: la conta comincia con Taccola, Curi… C’è chi è stato stroncato sui prati verdi, senza nessun campanello d’allarme, e chi è stato ucciso lentamente da malattie terribili che hanno fatto di quei corpi, un tempo vigorosi, delle gabbie di fili di ferro. Sui campi (o in strada in sella ad una bicicletta, o sui circuiti a bordo di una moto o di una macchina) si muore per malattie improvvise e per doping, per incidenti. Un dramma ha colpito ancora la Fiorentina, un club che ha visto troppi suoi giocatori, quelli che indossarono la maglia viola agli inizi degli anni Settanta, andarsene tra dubbi e angosce, tra sospetti e mezze verità, da Beatrice a Borgonovo, da Saltutti a Ferrante trattati con troppi farmaci o sottoposti a terapie devastanti.

Non è il caso del povero Davide Astori. Sarà l’autopsia a stabilire come è morto il difensore e capitano della Viola, giocatore della nazionale, 31 anni appena. Doveva scendere in campo ad Udine nel pomeriggio della domenica delle elezioni, l’hanno trovato senza vita nella camera d’albergo la mattina mentre tutti lo aspettavano per la colazione. Le prime indagini mediche parlano di morte improvvisa, il cuore ha ceduto. Fatto imprevedibile, non si può parare dicono gli esperti. “E’ morto nel sonno, per cause naturali. E’ strano che accada una cosa del genere ad un professionista così monitorato, che non ha avuto segni premonitori” ha detto Antonio De Nicolo, procuratore capo di Udine. Pare che Astori si fosse sottoposto ad indagini mediche soltanto pochi giorni fa. In altre tragedie improvvise si è poi scoperto che l’atleta era malato (le chiamano patologie sommerse) e che nessuno se ne era accorto in tempo per fermarlo. Il rischio di non capire rimane.

Dopo la notizia diffusasi nella tarda mattinata di domenica, il calcio si è fermato. Una volta tanto, niente the show must go on. Lo hanno chiesto i calciatori e qualche club quando sembrava invece che dovessero essere rimandate soltanto un paio di gare. Quasi un moto di ribellione all’indifferenza diffusa. Gli stadi sono rimasti in silenzio, i tifosi hanno capito. A Genova, dove si doveva giocare la prima partita della giornata tra Genoa e Cagliari, la tragica notizia è arrivata allo stadio sconvolgendo spettatori e giocatori. Il Cagliari fu una delle squadre di Astori, cresciuto nelle giovanili del Milan, passato anche nella Roma prima di approdare a Firenze.

Questo stop era doveroso ha detto il presidente del Coni Malagò. Giusto. Il pallone mostrò distacco anche per gli attentati più cruenti. O quando, per restare nel nostro recinto, c’è stato il morto per agguati e scontri tra tifoserie. Questo accadeva fino a qualche tempo fa. Domenica invece hanno primeggiato il buon senso e l’umana pietà. E la richiesta dei calciatori: fermiamoci. Qualche volta il mondo del pallone sbatte contro la realtà quotidiana. Si cala nella vita, scendendo dai paradisi artificiali confezionati da una esistenza ricca e sbadata. Siamo abituati a vedere i giocatori con le cuffie alle orecchie chiusi in un loro mondo. I gladiatori moderni, i cyborg del pallone, entrano così nell’arena. C’è un mondo di sopra, i campionati degli iper-professionisti, privilegiati, tutelati e monitorati da medici, massaggiatori, fisioterapisti. Abbagliati dai riflettori e videosorvegliati dalle tv, sensibili solo a twittare. E c’è un mondo di sotto, i club piccoli piccoli, dilettanti, dove le parole cuore e passione sono sulla bocca di tutti. Gratta gratta si celano situazioni fuori controllo. Di ogni genere. Da questo mondo di sotto arrivano notizie di cronaca, a volte di tragedie, di morti improvvise, di strani movimenti, di partite comprate e vendute, storie di malavita. Un notizia e via. Non c’è spazio per gli sconosciuti. La scomparsa improvvisa di uno del mondo di sopra, del campione affermato, non è contemplata.

Quando accade come ad Udine, bisogna togliersi le cuffie dalle orecchie. Si è detto anche che i controlli sanitari sugli atleti di livello sono all’avanguardia nel nostro paese. E’ vero. Gli standard di attenzione sono elevati. Va anche osservato però che i calciatori sono sottoposti ad uno stress fisico e agonistico che era impensabile fino a qualche tempo fa. Sono stati adeguati i monitoraggi di questi professionisti a questa nuova dimensione? Perché il presidente del Coni Malagò invoca controlli “assidui e costanti”? Solo una esortazione ad essere vigili e attenti?

Non sempre gli esami funzionano e le diagnosi sono quelle giuste. A volte certe patologie sfuggono a qualsiasi indagine. Accade agli atleti, accade alle gente comune. Vigor Bovolenta, grande campione del volley, è morto sei anni fa mentre giocava. L’autopsia disse che fu vittima di una “trombosi acuta con fibrillazione della coronopatia destra per grave aterosclerosi”. I due medici che gli dettero l’ok per giocare furono accusati di omicidio colposo ma poi al processo sono stati ampiamente assolti. Sono rimasti i dubbi sul cuore di quel campione che palleggiava e schiacciava sotto rete. Ad uccidere Piermario Morosini, calciatore del Livorno, anche lui bergamasco come Astori, morto nel 2012 sul campo del Pescara, fu una “cardiomiopatia aritmiogena”, una malattia ereditaria mai diagnosticata (oltre ai soccorsi tardivi e inadeguati).
A Udine è morto un uomo giovane. Un calciatore amato, una persona perbene e all’antica, come Buffon ha ricordato Astori. Bisogna capire che cosa è successo. Per evitare, se è possibile, altre morti.