Raccontò l’epidemia
a Wuhan: condannata
a 4 anni di carcere

Scaffali dei negozi vuoti, gente ammassata negli ospedali al collasso e cadaveri stipati su mezzi di fortuna. Le angherie contro le famiglie che chiedevano conto alle autorità  della sorte dei propri cari vittime del virus. La città di Wuhan piombata nel vuoto del lockdown e della mancanza di informazioni, una cappa di silenzio e di paura. Questo ha raccontato Zhang Zhan, ex avvocata e citizen journalist, condannata a quattro anni in Cina per “aver diffuso notizie false”.

Zhang Zhan

Troppo diverse le sue immagini, filtrate attraverso i social – WeChat, Twitter e YouTube – da quella macchina perfettamente oliata mostrata dalla propaganda di Pechino: gli ospedali tirati su in pochi giorni, lucidi e perfettamente attrezzati, le strade disinfettate, il personale bardato con tutti i dispositivi necessari, il volto della potenza che ha dominato e sconfitto il virus. E che ora si compiace di raccontare a se stessa e al mondo una storia innocente, dove non ci sono silenzi da condannare, piuttosto un nemico che si vuole arrivato da fuori e combattuto a fronte alta.

Zhang Zhan, invece, ha raccontato quello che abbiamo imparato un po’ alla volta anche qui. Che di virus si muore, che il dolore è tanto. Ma anche che il silenzio è un nemico. A maggio scorso è stata arrestata per aver “raccolto litigi e provocato problemi”, formula di rito usata per chi protesta o sfida la censura, persone insomma in cerca di guai. Stessa sorte toccata ad almeno una mezza dozzina di giornalisti fai da te misteriosamente spariti, o messi in isolamento forzato, o finiti sotto la “supervisione dello Stato” da febbraio in poi, tutti scomodi testimoni dell’epidemia: la Cina del resto detiene il record mondiale di giornalisti dietro le sbarre, 274 nel 2020 secondo Reporters sans frontières. Solo Zhang, però, a quanto se ne sa, è stata condannata per aver riferito notizie da Wuhan, al termine di un processo, se così si può chiamare, durato qualche decina di minuti dove nessuno si è preso la briga di dimostrare che i suoi resoconti fossero falsità. Materia di riflessione per chi da noi parla di dittatura sanitaria e somma impunemente 5G, vaccini e microchip concionando sui social.

Sciopero della fame

Zhang non ha voluto riconoscere la propria colpevolezza, e forse per questo la condanna è stata tanto severa. Da settembre ha iniziato uno sciopero della fame alimentata a forza con un sondino infilato nel naso e che viene tenuta legata 24 ore su 24, per impedirle di strapparselo via.

Li Wenliang

E’ oramai lontana ma viene immediata alla mente un’altra immagine, il volto congestionato di Li Wenliang, attaccato ad un respiratore. L’oculista cinese 34enne per primo aveva provato a lanciare l’allarme su una pericolosa serie di casi di polmonite, una nuova Sars, spezzando il muro del silenzio. «Vi preghiamo di avvertire le vostre famiglie e di prendere precauzioni», scriveva ai colleghi su WeChat, prima di venir messo a tacere dalla polizia. Quando morì anche lui di Covid, fu considerato un eroe, la lettera di richiamo venne stracciata. Davanti alla sua foto fiori e inchini di gratitudine, tollerati dalle autorità. Gli eroi, in Cina come spesso anche altrove, sono meglio morti, quando non possono più puntare il dito e dire che il re è nudo.