Denaro a pioggia?
No, servono
investimenti

In questa corale invocazione dello Stato, quale garante dei prestiti in ultima istanza,si nascondono insidie che con troppa leggerezza vengono rimosse. Il ceto politico più fragile della storia repubblicana è indotto a concedere subito opportunità monetarie alle imprese e alle banche per favorire la ripresa. In assenza di partiti, elaborazioni programmatiche solide, centri collettivi cui imputare l’onere delle scelte, maturano decisioni dall’impatto di lungo periodo che non si sa bene da quali organismi e cervelli vengano partorite.

Mario Deaglio, su uno dei tanti giornali della Fiat, giustifica “la potenza di fuoco” annunciata da palazzo Chigi che prevede finanziamento in debito, accesso a crediti eccezionali, perché nelle condizioni di oggi “non si tratta di una lotta tra capitale e lavoro. I nostri schemi interpretativi tradizionali sono saltati”. Saranno pure saltati gli schematismi di una volta e però sembra rispuntare da ogni poro la parabola classica di una privatizzazione dei profitti (nelle fasi di ascesa) cui subentra la socializzazione dei rischi e dei costi (nelle curve declinanti dell’accumulazione).

Le stesse imprese, che quando devono fare utili e alleggerire il peso della tassazione fuggono in Olanda o si nascondono in scatole riconducibili ai paradisi fiscali, nel momento del bisogno riscoprono lo Stato e chiedono assistenza sotto forma di debito pubblico. L’anima cosmopolitica del capitale va bene finché nello spazio dei mercati deregolati si presentano opportunità di guadagno. Allorquando il meccanismo si inceppa e occorre liquidità il capitale si rifugia dietro lo scudo patriottico.

Che per superare l’emergenza servano ingenti investimenti e quindi debito è fuori di dubbio. Ma occorrono investimenti appunto, non la semplice circolazione di denaro. La destinazione di soldi pubblici alle imprese avviene senza alcuna seria analisi economica maturata nelle sedi della politica, dei soggetti sociali. Tra manine più o meno tecniche, e suggerimenti di centrali più o meno occulte, il futuro del paese sembra eterodiretto, e comunque, nella leggerezza della leadership della post-rottamazione, non pare in alcun modo deciso dalla politica.

Per ora il governo resiste bene con Speranza alla richiesta di filosofi, imprenditori, media di rimuovere le “irrazionali” restrizioni adottate in vista della salute e avviare la fase due con il rapido ritorno al lavoro.Il meglio di sé in questi giorni l’ha dato quel padrone di Bergamo che vuole riaprires ubito gli stabilimenti perché la forza lavoro serve alla produzione e se poi qualcuno in fabbrica si ammala la sua forza lavoro rende comunque all’impresa perché il corpo non più abile può tranquillamente essere accolto nel suo ospedale privato. Come forza lavoro in piena efficienza,o come malato fuori uso,il corpo è comunque una fabbrica di soldi per lo spirito del capitalismo d’impresa che si espande nelle valli che ancora bruciano o seppelliscono i morti.

Nel clima dell’emergenza, una forza irresistibile impone soluzioni, tanto necessitate quanto improvvisate, di cui in larga misura sfuggono le possibili conseguenze. La scusa della sburocratizzazione, della semplificazione del sistema delle certificazioni e della contrazione dei tempi biblici dell’amministrazione, accompagna una sospetta avversione ai controlli, alla precisazione di regole, di trasparenti procedure. Il semplice scorrimento di un illimitato flusso di denaro senza una politica economica ed industriale che ponga obiettivi, finalità è un azzardo.

Non si può ridurre il pubblico a una centrale di espansione del debito. Per riprendere il cammino della crescita, l’impresa invoca l’impulso rigenerativo di agevolazioni pubbliche e,per placare il disagio sociale, c’è chi implora fondi necessari per rendere strutturale la assistenza degli esclusi, dei soggetti del lavoro nero, delle marginalità. Tra risorse pubbliche destinate ai ricchi per la ripartenza e sussidi indispensabili riservati ai poveri per la sopravvivenza a rischiare è però il mondo del lavoro che dovrà accollarsi i costi di un cammino accidentato il cui fallimento non è da scartare.

Se il nuovo debito è inteso in questo modo, cioè come una spartizione di risorse tra aziende, banche e sacche di esclusione, il terreno diventa scivoloso. Si tratta di una ratifica di ciò che già esiste e che affida al mercato così come esso oggi è il compito di rigenerare la ricchezza smarrita e di lenire la marginalità con un soccorso caritatevole. Manca così una innovazione che spinga il capitalismo italiano oltre le sue miserie. Non si può denominare politica industriale e visione economica coerente la semplice concessione di garanzie a pioggia per l’accesso indifferenziato alla coperta statale come protezione del rischio.

Il denaro che entra in circolazione per 400 miliardi, e si copre con le garanzie dello Stato, dovrebbe servire per fare cose nuove, per soddisfare le condizioni essenziali di una strategia politica di programmazione. E quindi va bene il debito ma non certo per riprodurre quello spirito periferico che c’era già nell’economia italiana malandata, ma per creare nuovi beni collettivi, infrastrutture efficienti, miglioramento dell’impatto ambientale, attenzione alla cura, alla salute, alla scuola, affinamento della ricerca, crescita dell’occupazione anche pubblica e di qualità.In tempi migliori si sarebbe detto: elementi di socialismo.