Democrazia e Internet
una partita
tutta da giocare

Democrazia e internet, come tenere il passo con la trasformazione digitale promuovendo la comunità: è il tema dell’intervista a Stefano Epifani, uno dei maggiori esperti internazionali. Dal 2016 è Presidente del Digital Transformation Institute, istituto di ricerca da lui fondato che riunisce università, aziende e istituzioni in attività di ricerca e divulgazione sui temi della trasformazione digitale. Nel 2012 fonda Tech Economy, uno dei principali magazine italiani dedicato a questi argomenti.  Da 15 anni insegna Internet & Social Media Studies alla Sapienza, università di Roma e all’università Carlo Bo di Urbino. Ha insegnato economia dell’innovazione in Italia, in Germania ed in America Latina. È consulente per le Nazioni Unite sugli impatti della trasformazione digitale nella gestione dei processi di sviluppo urbano sostenibile.

Perché la relazione tra democrazia e tecnologia è sempre stata ambivalente, professore?

Fernand Cuvelier, autore de La storia del libro (2017, edizioni Odoya, n.d.r.) disse che la stampa liberò il libro e che il libro tentò di liberare l’uomo. Una storia ancor oggi aperta, come accade con internet. In linea generale la tecnologia ha sempre favorito lo sviluppo dei processi democratici. Certo, con ambivalenze. La rete può far accedere all’informazione ed essere uno strumento di inclusione sociale, oppure divenire mezzo di controllo. Servono politiche pubbliche che bilancino occasioni e rischi, in un continuo aggiornamento. Quanto più usiamo la tecnologia, altro tema rilevante, tanto più limitiamo la sicurezza. D’altronde se voltiamo le spalle alla tecnologia, ammesso che ciò sia possibile, certamente compriamo le libertà. In definitiva: nel rapporto tra società e informazione c’è un continuo spostamento degli equilibri, non si può essere innovativi senza uscire da schemi ormai superati e dal proprio angolino tranquillo.

La democrazia digitale è un mito, come ha scritto il suo collega Matthew Hindman della George Washington University?

La democrazia digitale non è un mito più di quanto lo sia la stessa democrazia. Cosa si intende poi per democrazia digitale? L’inno “ognuno vale uno” del Movimento cinque stelle, ad esempio, porta a far confusione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa. Si induce la falsa convinzione che la rete sia di per sé democratica. Le reti, la loro struttura intendo, proprio per le loro caratteristiche intrinseche non sono – da un punto di vista puramente tecnico – democratiche: il valore di ogni componente della rete non è uguale a tutti gli altri. Dipende dalla posizione dei nodi, dei dispositivi in grado di comunicare con altri dispositivi, che possono essere singoli cittadini, gruppi, istituzioni. Se il mio è un nodo di riferimento, molto centrale nella rete allora, in caso di elezioni o altre campagne d’opinione, la mia capacità di spostamento del consenso è molto più forte. Le variabili sono tantissime e se la tecnologia è uno strumento abilitante non è poi detto che il suo uso sia sempre e comunque facilitante. Un caso tipico è quello delle votazioni elettroniche: l’Enisa, l’agenzia dell’Unione Europea per la sicurezza informatica, ha espresso preoccupazioni sull’attuale livello di affidabilità del voto elettronico per evitare irregolarità o veri brogli.

In quale modo si sta evolvendo la comunicazione politica con lo sviluppo del web? Il messaggio è fatto per essere efficace in rete, senza attenzione ai contenuti?

La semplificazione del linguaggio per raggiungere la folla è sempre stata una costante nella comunicazione politica. Questo fatto è molto amplificato da internet. La comunicazione politica può degenerare in due grandi deviazioni: le fake news, notizie false ma presentate spesso con un ampio e farlocco apparato fattuale e la post-verità. Post-truth fu la parola dell’anno del dizionario Oxford 2016 e da allora ci imbattiamo ogni giorno in questo genere, in cui le circostanze o i fatti oggettivi sono incidentali, e si incita chi legge a balzare al commento che stimola, provoca e far emergere l’emotività e il convincimento personale. Accanto all’antico concetto di pregiudizio, quello di frettoloso postgiudizio è un genere retorico aperto da internet. Nulla di più adatto per la rete: per le sue caratteristiche di velocità, per un facile click siamo incoraggiati a ragionare di pancia, a condividere ciò che è plausibile e non necessariamente vero. Un caso che sta diventando di scuola è Salvini, che si limita a cercare verità ante o post fattuali, che danno conferme al proprio elettorato. Il controllo dei dati e dei fatti diventa irrilevante e noioso, non un diritto di chi legge. L’immigrazione diminuisce, ma diventa una crescente emergenza in questo modo. Una mano a questa narrazione verosimile ma non vera la danno le filter bubble, bolle di filtraggio, vari sistemi algoritmici che setacciano le informazioni a disposizione dell’utente in base alle preferenze espresse in precedenza. Cerchiamo sempre conferme e il concetto di propinquità è sviluppato dalla rete inducendo le persone a cercare ciò che già conoscono.

Ognuno di noi può essere produttore e non solo consumatore di contenuti pubblici immediatamente noti nel mondo. Quali dovrebbero essere i limiti, se a suo parere ne occorrono?

Dei limiti sono necessari, ogni società si basa sui limiti costituiti dalle regole a garanzia dei suoi membri. Come si definiscano e come debbano cambiare i limiti, nello specifico per la rete, è un campo di studio e progettazione molto vasto. Se parliamo di adescamenti online è chiaro che ci devono essere divieti. Se parliamo di limiti che fanno riferimento ad artefatti giuridici per proteggere posizioni consolidate (si pensi al copyright) è necessario pensare a ciò che sarà utile a tutti in un prossimo futuro. La legge sul copyright favorisce gli editori, impedisce letteralmente di fare copie, riprodurre, ripubblicare un’opera. Non protegge l’autore, ma alimenta un infinito contenzioso tra editori e giganti della rete e gli unici che perdono sono i cittadini. Google deve pagare il Washington Post per far vedere in anteprima la prima pagina? Se un utente poi si accontenta di leggere la prima pagina vuol dire che il giornale è fatto male. Se obblighiamo Google a pagare gli editori aumenterà il costo della pubblicità in rete e le grandi compagnie si rifaranno di questa spesa aumentando i costi di beni e servizi. Ed a pagare le beghe dei giganti saranno – comunque – i loro utenti.

È necessario cercare strade maggiormente innovative per cambiare le regole?

Serve una vera e propria rivoluzione di senso. Come sta accadendo con i taxi. È la fine di un modello. Possiamo multare e rendere la vita dura a Uber, ma se ci concentriamo su questo non impieghiamo le nostre energie per riformulare un ruolo nuovo per le auto pubbliche. Così anni fa le major discografiche erano certe che il calo di vendite fosse dovuto alla pirateria. Poi è arrivato un nuovo attore sulla scena, iTunes di Apple ed in seguito Spotify: è passato il concetto che si può ascoltare musica senza possederla, ma pagando meno e in altri modi. Lo stesso è accaduto con i film. Quando da Blockbuster si presentò una piccola azienda che diceva di avere buone idee per far vedere il cinema a quasi tutti senza per questo svenderlo non la si volle finanziare. Era Netflix. Ancora una volta il calo di vendite era un sintomo e non il male. Pochi giorni fa Apple ha aperto le porte ad AppleNews. 

Cosa pensa delle criptovalute?

Penso che siano virtuali, non titoli di scambio cui corrisponda un valore e una garanzia. Penso che non c’è una banca centrale emittente. Si può parlare di danaro elettronico per supportare titoli reali. Strumenti totalmente alternati al concetto di finanza richiederebbero regole che non esistono oggi. È un po’ come la corsa all’oro. Qualcuno ci guadagna, molti vanno incontro a grosse disavventure. Sicuramente è un business per chi produce pale e picconi.

In una frase cos’è internet e cosa il web?

Un cambiamento diffuso e pervasivo di consumi e di costumi.

In che modo gli Stati dovrebbero modificare le loro leggi per tenere il passo con internet?

La soluzione non la so e dubito che qualcuno la conosca oggi. Nazionalizziamo i network? Decidiamo che l’informazione è un bene pubblico e quindi non può essere usata in maniera esclusiva? L’elenco delle proposte in campo è lungo. So che dovremo cercare le soluzioni con grande attenzione e altrettanta pazienza. E resistere alla voglia di normare tutto e subito.