Debito pubblico e Iva:
una spirale pericolosa

Qualche giorno fa intervenendo a un seminario dell’Ispi sulle possibilità che si ripeta una collasso economico-finanziario internazionale, Lucrezia Reichlin, candidata forse a sua insaputa a qualche carica nel possibile governo neutrale, ha rassicurato i presenti: “Una crisi come quella esplosa nel 2008 non è dietro l’angolo”. Almeno questa è una buona notizia in uno scenario in cui la classe politica offre il peggio di quanto possa presentare al Paese. Se non ci sono le condizioni per creare una maggioranza politica organica e coerente a sostegno di un governo solido e credibile gli italiani saranno chiamati al voto, tra luglio e dicembre. Ci tocca vedere pure questa. Però sarebbe bene che i vincitori usciti dalle urne il 4 marzo si interrogassero almeno sulle condizioni economiche, sulle dinamiche dei conti pubblici del Paese e sui rischi futuri.

Nonostante la ripresa economica (Pil in crescita dell’1,5% quest’anno e dell’1,4% il prossimo, secondo le stime del governo) la nostra economia resta fragile, siamo esposti alle folate di vento internazionali che possono essere la guerra dei dazi imposta da Trump o la stretta sui tassi di interesse. Il sistema bancario ha vissuto momenti difficili e resta esposto a speculazioni come testimonia l’attacco a Unicredit sulla sua solidità patrimoniale. Il tessuto industriale mostra capacità di reazione e anche coraggio nella competizione internazionale, l’export va bene, ma il nostro sistema industriale è pieno di problemi, di aree di crisi vecchie e nuove e come ha ricordato il ministro dell’Economia Padoan “una prolungata incertezza politica allontana gli investimenti”.

Noi, invece, abbiamo bisogno come il pane di investimenti anche stranieri, per sostenere le imprese e alimentare la ripresa. A questo proposito possiamo osservare il peso e la forza dei fondi internazionali come è emerso nel caso Telecom. Gli americani di Elliott sono entrati nel capitale, hanno battuto i bulli francesi di Vivendi e stimolato pure l’intervento della Cassa depositi e prestiti a tutela dell’interesse strategico della rete. Questo caso testimonia come la finanza internazionale, i movimenti di capitali anche speculativi possano agire velocemente su obiettivi chiari, sorprendendo la politica e i governi. In ballo abbiamo la vendita dell’Ilva alla cordata Mittal (ma il geniale governatore Emiliano ha proposto la chiusura e la fine della produzione siderurgica) e dell’Alitalia, i cui salvataggi e rilanci sono costati alla comunità come un terremoto.

La partita più delicata è quella dei conti pubblici, del debito, dei patti europei. L’urgenza, riconosciuta da tutti i partiti, è di sterilizzare le clausole di salvaguardia, cioè l’aumento automatico dell’Iva che costa 12,4 miliardi di euro per il 2019 e 19 miliardi per il 2020. Un aumento dell’Iva così brusco avrebbe una ricaduta diretta sull’aumento dei prezzi e sull’indebolimento del potere di acquisto delle famiglie. Un intervento si può prevedere nella legge di bilancio, ma bisogna comunque trovare una copertura o Di Maio, Salvini e gli altri soci pensano di aumentare il deficit? Anche un governo neutrale si troverebbe costretto a pensare politicamente, a fare delle scelte, davanti a un ostacolo di questo genere.

Il debito, poi, resta il nostro problema storico, non diminuisce, si attesta attorno al 130% del Pil. Il commissario europeo Moscovici ha commentato che l’Italia non ha fatto sforzi sufficienti, ma per ora siamo abbastanza protetti. Il nostro salvatore è Mario Draghi che con il Quantitative easing, cioè l’acquisto di titoli del debito pubblico da parte della Bce, assicura che non ci siano manovre internazionali contro l’Italia. La Bce ci ha salvato, ma i governi italiani invece di fronteggiare seriamente il debito, di usare i vantaggi enormi ottenuti con il Quantitative easing per recuperare credibilità hanno preferito giocare la carta della contestazione contro l’Europa, sollecitando gli istinti più bassi degli elettori. In questa partita si è distinto anche l’ex leader Pd Renzi con i suoi attacchi a Bruxelles, alla politica “dei numerini”, con la contestazione dei patti di bilancio già sottoscritti liberamente dall’Italia, con le sue minacce alla Banca d’Italia. Un capolavoro di stupidità politica. In Europa si è credibili se si rispetta la parola data. Poi si può anche protestare e chiedere le riforme.

Non abbiamo molto tempo. L’anno prossimo finisce il mandato di Draghi, la sua strategia sarà molto probabilmente rivista se non cancellata. I tedeschi e i paesi del Nord stanno già preparando la svolta. Cosa succederà quando i nostri Btp non saranno più sottoscritti dalla Bce? L’Unione europea oggi tollera a fatica il caos politico italiano, ma attenderà la soluzione della crisi, le nuove elezioni e un governo nel pieno delle sue funzioni. Poi ci toccherà ballare e se le danze le condurranno Di Maio e Salvini sarà come l’ultimo valzer sul Titanic.