Gli anni di De Michelis
tra eccessi
e passione politica

Si potrebbe quasi leggere come una metafora la scomparsa a 78 anni del socialista Gianni De Michelis: era stato tra i primi a provare ad associare il potere al piacere, non abbandonandosi alla scena, come in tanti sembrano fare oggi, ma concependo la liberalizzazione persino del costume come occasione per modernizzare la società e affrancare la politica dalle inibizioni del passato. Ha finito per essere travolto anche personalmente dal gorgo, fin quasi a scontare negli ultimi anni di vita un contrappasso ingeneroso verso una carriera costruita su scelte politiche sfrontate ma nondimeno sagaci.

È che l’indole quella era, spinta agli eccessi, appassionati e ammalianti. Nel suo florilegio del potere in Italia (“Invano”, edito da Feltrinelli), Filippo Ceccarelli racconta come il goliarda che negli anni Sessanta frequentava gli operaisti di Porto Marghera, si lamentasse poi che la materia del contendere sulla sua personalità fosse più la folta capigliatura che i “misfatti” politici di cui pure si sentiva accusato e che magari avrebbe voluto difendere dal revisionismo della sua stessa immagine. Era saltato dalla sinistra socialista lombardiana all’autonomismo craxiano d’impulso, con l’idea che la distinzione dal Pci di allora e la competizione a sinistra sarebbe stata rigeneratrice della forza riformista che in Italia stentava – e a dir il vero ancora fatica – a ricomporre la scissione di Livorno. Tanto ardore lo rese il più tenace esegeta del craxismo che, al culmine dei tragici anni di piombo e della crisi di consenso delle più svariate forme della solidarietà nazionale, puntava a espugnare palazzo Chigi e da lì imprimere un “nuovo corso”. Ma, ottenuta la conduzione del governo proprio per Craxi, di inedito ci fu il più incongruo degli scontri, quello della fatidica notte di san Valentino del 1984: non solo a sinistra, con il Pci, ma con lo stesso sindacato, la Cgil, in cui comunisti e socialisti avevano continuato a convivere, che si era mostrato attento al mutamento politico e governativo, e il cui segretario, Luciano Lama, si era spinto a elaborare la cosiddetta “strategia dell’Eur” che, rimuovendo il tabù delle variabili indipendenti e delle compatibilità delle stesse dinamiche salariali, avrebbe potuto restituire all’intero movimento sindacale un ruolo contrattuale nelle politiche di crescita economica e sociale che il Paese già allora reclamava. Partita indubbiamente complessa e ardua, in tempi di inflazione galoppante, rispetto al blocco del meccanismo di salvaguardia automatico del potere d’acquisto dei salari, costituito allora dalla scala mobile, che invece il governo decise di operare con il taglio per decreto legge di quattro dei punti unici di contingenza che i lavoratori avevano già maturato.

Era De Michelis, da ministro del Lavoro, a condurre le trattative, e conoscendone l’inclinazione è facile immaginare che cercasse più di forzare lo sbocco delle convergenze che di mediare lo sblocco delle contrapposizioni. Per quanto consapevole della portata dello scontro che il ricorso al decreto legge avrebbe innescato, e senza mai rimuoveva il dovere della mediazione, nutriva una visione della politica e della società che, come Craxi ma anche altre personalità anche non socialiste, riteneva incompatibile con la realtà dei rapporti politici, economici e sociali del tempo. Questione di egemonia, dunque, prima ancora che di autonomia, per il Psi: la smania della discontinuità, la rincorsa di nuovi equilibri, l’asserzione del decisionismo non ammetteva compromessi che pregiudicassero il riassetto del potere a proprio favore. Prova ne sia che quando De Michelis propose di dimezzare il taglio da 4 a 2 punti di scala mobile stentò a comprendere che il rigetto di Lama non derivava, come professò, da una sorta di imposizione di Berlinguer (la cui rigidità era del resto apertamente sofferta dal leader della Cgil), ma proprio dalla natura di una intercessione tutta interna allo spazio del decreto che non lasciava spazi alla ricerca di una qualche composizione contrattuale nel tempo della conversione in Parlamento del decreto in legge. E nemmeno sul piano istituzionale tra la successiva raccolta delle firme da parte del Pci (orfano di Berlinguer) e l’indizione del referendum abrogativo.

Si sa com’è andata: nessuno, da una parte e dell’altra (e sì che non mancarono volenterosi sforzi su entrambi i fronti), riuscì a fermare la lacerazione nel corpo vivo del movimento operaio. Quello della scala mobile è il capitolo di una storia complicata, da ripensare criticamente nella sua interezza, visto che non bastò la vittoria del no al referendum a far decollare il “nuovo corso”, e soprattutto il suo divenire nel recinto del Caf (il patto Craxi, Andreotti, Forlani). Le stesse opzioni di De Michelis nelle nuove e sempre più alte responsabilità di governo e di partito, per quanto siano diventate nel tempo meno azzardate se non proprio coraggiosamente ispirate al socialismo europeo, come quelle con cui da ministro degli Esteri ha ridisegnato il ruolo mediterraneo dell’Italia, non sono bastate ad alimentare l’ambizione di egemonia politica che avrebbe dovuto infine compiersi sulle rovine dell’89. Non sorretta da uno spiegamento autenticamente riformatore, la professata “unità socialista” ha finito invece per zoppicare, fino a cadere sotto i rovinosi colpi di “Mani pulite”, sospingendo i vincitori nell’area dei vinti.

Certo, senza rivincite per nessuno. Il rovescio della storia chiama in causa anche le responsabilità dell’altro soggetto, non più Pci ma rinunciatario al richiamo socialista, della irrisolta competizione a sinistra. Così come incompiuta resta la transizione istituzionale dalla Prima Repubblica a una compiuta democrazia dell’alternanza. Ma è una storia di politica vera, con protagonisti altrettanto reali, che fanno rimpiangere, di fronte alle rincorse del solo piacere del potere, l’eccesso mancato nel riscatto di tanta passione.