L’arte in tv, dalle lezioni di Argan
ai cravattini di Philippe Daverio

La morte di Philippe Daverio – l’uscita di scena di un personaggio così forte – impone una riflessione sul tema della divulgazione culturale. In particolare sulla divulgazione dell’arte in televisione. La cultura popolare e di massa, per lo più veicolata attraverso la televisione, ha una storia che aspetta ancora di essere indagata.

I primi decenni della nostra Tv pubblica, tra gli anni ‘50 e ‘60, complici intellettuali e artisti che si “divertirono” a collaborare con la Rai a vari livelli, fu l’epoca d’oro della cosiddetta cultura alta che, attraverso l’accademia, e quella sorta di grande incubatore multimediale che fu “L’Approdo” di Leone Piccioni, portò in tv la letteratura, l’arte e la musica a livelli sicuramente di eccellenza.

Gli sperimentatori del tempo, provenienti per lo più dalle scuole e dalle università, cercarono una sperimentazione facile e diretta per costruire un linguaggio diverso da quello alto, così da poterlo trasferire in Tv. Non sempre ci riuscirono e ne venne fuori un idioma culturale “imbastardito” che lavorava più a livello didattico che a livello divulgativo. Era, per intenderci, una televisione di trasmigrazione dei canoni dei Longhi, dei Brandi, del giovane Calvesi. Degli Argan. La televisione era considerata uno strumento, un mezzo attraverso il quale poter fare lezioni, non era stata ancora piegata ai voleri e alla forza deformante dei personaggi, capaci di catturare l’attenzione e spostarla su se stessi decentrandola dalla materia in oggetto. Pensiamo appunto alle lezioni o alle interviste di Argan e Longhi, al loro understatement e all’altezza delle loro riflessioni che sono sempre lezioni di storia dell’arte.

Dalle lezioni in tv ai personaggi

Quando la televisione comincia a creare personaggi li crea anche nel mondo cosiddetto culturale. Il mezzo viene piegato dalla forza istrionica del personaggio, cosa che avviene anche nell’arte. Al cui principio c’è quella che potremmo definire la linea espressionista di Federico Zeri, il critico d’arte che si impone con la sua cultura ma anche con la provocazione e, soprattutto, col corpo. A Zeri, che è una sorta di capostipite, segue Vittorio Sgarbi: il corpo e la voce dei due si impongono sullo schermo e liquidano per sempre la fase aurorale della Tv scolastica e accademica. L’istrione, il mattatore gassmaniano, ha la meglio sul mezzo tecnologico.

Il critico d’arte Philippe Daverio durante la preview della mostra multimediale “Van Gogh Alive-The Experience” nella ex chiesa di San Mattia a Bologna, 4 maggio 2017. ANSA/GIORGIO BENVENUTI

Comincia così l’era dei personaggi autorevoli e a volte spregiudicati. Daverio apparteneva, come anche Trombadori e Bonito Oliva, a questa linea espressionista, benché con una sua levità, probabilmente dovuta anche al fatto di non essere uno storico dell’arte venuto dall’accademia e dalla critica. La magmatica libertà compositiva del suo discorso sull’arte era l’eccentrico del corpo che invadeva la telecamera, la voce morbida che non si impennava nelle invettive di Zeri o Sgarbi, la particolarità dei vestiti colorati, diversi. Con Daverio se ne va il sorriso sornione, se ne va un modo di fare la Tv, di parlare dell’arte. Resta un vuoto da colmare in fretta per non lasciare monca una tradizione straordinaria.

Maria Pia Ammirati, Direttrice di Rai Teche