Dall’eugenetica all’orrore dello sterminio
nel “mondo migliore” di Uwe Timm

Ci sono molti modi di leggere il nuovo romanzo del tedesco di Amburgo Uwe Timm Un mondo migliore uscito in questo gennaio per Sellerio (traduzione di Matteo Galli, pp. 516, euro 15). Perché è un libro poderoso quanto a pagine e, soprattutto, è frutto di una gestazione durata la bellezza di quarant’anni: Timm, in appendice, racconta di averci cominciato a lavorare nel 1978, appena finito Morenga, il romanzo in cui aveva sollevato il velo sulla strage di Herero e Nama compiuta in Namibia dai colonizzatori tedeschi a inizio ‘900. Una “pulizia razziale”, quella narrata in Morenga, anticamera di Auschwitz, la cui denuncia gli era valsa all’epoca la dichiarazione di persona non grata nel paese africano. La storia che, appena finito Morenga, in quel 1978 aveva in mente, ne era un potenziale logico prosieguo, però, aggiunge, il Timm trentottenne non aveva la capacità professionale di destreggiarsi con una materia che si annunciava così complessa e neppure soldi abbastanza per dedicarle il tempo necessario, cioè anni di scrittura. Il romanzo che oggi, quarant’anni dopo, possiamo leggere, è fluviale. Ed è una delle opere più riuscite di Uwe Timm. Un mondo migliore – titolo originale Ikarien– racconta passo passo come sia successo che una teoria, l’eugenetica, nata in nome del “bene” (“εὖ” questo significa: “buono”) nel corso di tre-quattro decenni diventasse l’argomento per manipolazione, tortura e sterminio di milioni di esseri umani (e prima, Ikarien ci fa vedere, anche migliaia di animali). Con un’avvertenza nell’appendice finale: su Wikipedia possiamo scoprire quanti, dei partecipanti al progetto, abbiano poi fatto carriera nella Repubblica Federale Tedesca… 
Ma appunto, oltre che in chiave storica il romanzo ci si offre anche con altre suggestioni. Seguendone il limpido argomentare, capita, con un brivido, di cogliere qua e là l’assonanza tra quello che succedeva in Germania all’epoca e quanto, passo passo, sta succedendo da noi. Ci dicono niente considerazioni così: “Né Hitler né Mussolini leggevano le carte. Sia nazisti che i fascisti erano regrediti alla pura brutalità, alla fase orale, parlare, straparlare, parlare, straparlare”; “Era finita ogni forma di riflessione, quell’apertura mentale che ti induce a fare altre domande. Finiti i dubbi”; “La razza generava l’idea di popolo e l’idea di popolo stabiliva ciò che andava contro gli interessi del popolo. Chi andava contro gli interessi del popolo era un parassita e contro i parassiti si procede direttamente alla disinfestazione”?

Uwe Timm è un narratore formidabile. Sul piano del successo di mercato, fuori dal suo paese però paga lo scotto dell’anno in cui è nato, 1940. E dunque è troppo giovane per essere assimilato al drappello dei Grass e dei Böll, testimoni della nuova Germania nata dalle macerie della guerra, ma troppo vecchio per “fare notizia” come è successo a tedeschi dell’Est – prendiamo Ingo Schulze – dopo il crollo del Muro. Capita così che un suo libro, Rosso, che chi scrive giudica il miglior romanzo sul Sessantotto, tradotto nel 2006 da Le Lettere, proprio l’anno scorso, nel cinquantenario in cui il “Maggio” veniva celebrato, risultasse fuori commercio.

Hansen, un giovane ufficiale americano nato ad Amburgo ed emigrato con la famiglia alla vigilia dell’avvento del nazismo, è – in questo nuovo romanzo – in Germania nel 1945 nei mesi a cavallo della resa, tra aprile e l’estate. Viene incaricato di raccogliere il racconto di un ottantenne, Karl Wagner, oppositore del regime, che ha trascorso anni nascosto nel deposito sotterraneo di una libreria antiquaria. Wagner è un personaggio di finzione, ma è il vero Alfred Ploetz, il genetista per anni in odor di Nobel che ispirò il progetto hitleriano di “igiene della razza” quello di cui racconta ad Hansen. Ventenni, a fine Ottocento, avevano condiviso la fede nell’utopia comunitaria di Etienne Cabet ed erano stati in America in visita alle comuni “icariane”. Com’è successo che l’utopia, in Ploetz e i suoi sodali, prendesse poi la strada della selezione della razza? 

E’ il mite, pacifista, sensato Wagner a raccontarlo ad Hansen. Ed è in questa voce la forza del romanzo che ci conduce, sì, in vista dell’orrore. Ma per quant’è necessario, per quanto è sopportabile, senza insistervi. Timm preferisce dipingerci uno scenario meno esplorato: quei cittadini tedeschi che, dopo la resa, convinti fino al giorno prima di essere la razza superiore, ora sono pronti a tramutarsi in camerieri servili, in mendicanti che raccolgono cicche, in prostitute…
Lo stesso Hansen e il suo commilitone George, nella vita civile psicanalista e ora incaricato di indagare sulle “ricerche mediche” di Mengele, sono due giovani uomini dalla parte dei vincitori, desiderosi di godersi la vita dopo cinque anni di guerra, e di assaporare l’estate in una terra, la Baviera, famosa per la bellezza dei suoi paesaggi.

Il “mondo migliore” non è allora quello di cui cianciava Ploetz: è questo, è il mondo in pace?