Dalla parte di Mario
licenziato dalla fabbrica

Mettetevi nei panni di Mario. E’ un giovane operaio. Lavorava fino a ieri presso quella che un tempo si chiamava Fiat, oggi FCA, a Cassino. Era pieno di entusiasmo e belle speranze. Lui era presente anche nel 2016 e aveva accolto con matura soddisfazione l’incontro in fabbrica tra il presidente del Consiglio Matteo Renzi e il dinamico manager Sergio Marchionne. Una coppia sodale e sorridente che aveva assicurato il futuro non solo per Mario ma anche per i futuri 830 lavoratrici e lavoratori tra gli addetti alla produzione di Alfa Romeo Giulia e Stelvio.

Tutti, certo, non assunti con contratto a tempo indeterminato, bensì con contratti che un tempo si chiamavano interinali oppure “in affitto”. Oggi denominati “in somministrazione”. Una fase di passaggio. Una scelta collegata alla rivoluzionaria scelta del Jobs act. Una nuova legge, cosi pensava Mario, che certo rendeva più facili i licenziamenti abolendo o quasi l’articolo 18, però in cambio assicurava il lavoro per tante ragazze e ragazzi. Un esercito traghettato verso un nuovo mondo, lasciando alle spalle il regno della precarietà. Quel fenomeno che ti impedisce di sposare la persona che ami, di avere dei figli, di avere facilmente un prestito in banca. Di decidere il tuo futuro. Mario stava davvero sereno. Finalmente qualcuno rottamava non questo o quel nemico politico, ma una situazione infame. (Ecco il video di Renzi a Cassino il 24 novembre del 2016 https://goo.gl/9uaGs8  )

Ora Mario cova pensieri di rivolta. Perché guarda nella piccola Tv casalinga “L’aria che tira” o “Carta Bianca” o “Di Martedì” e ascolta famosi economisti che esaltano trionfanti “un milione di occupati in più”. Lo dice l’Istat, lo dice la Tv. Quindi è vero. Mario sa che lui era tra quel milione. Come tanti altri certo occupati, ma con contratti che vanno e vengono, magari durano un mese e poi volano via. Come alla Fiat di Cassino. La sua fabbrica.

Dove hanno annunciato l’altro giorno a Mario e ad altri 530, diconsi cinquecentotrenta, una fabbrica di medie dimensioni, che devono sparire. Perché sono calate le vendite di auto sul mercato cinese. E’ stato tutto uno scherzo. Il cosiddetto “rapporto di lavoro” è cancellato. Ed è certo inutile rimpiangere l’Articolo 18. Su 830 contratti ballerini solo 300 avranno diritto a una proroga. Una scelta devastante, assunta senza consultare nessuno, tantomeno le organizzazioni sindacali, considerate evidentemente un ente inutile. Da abolire. Come vorrebbe Di Maio e prima di lui tristi predecessori.

Mario e i suoi compagni, a Cassino e nel resto d’Italia, non devono restare soli. Non solo i sindacati devono darsi una mossa. Non si tratta tanto di chiamare allo sciopero chi ha un lavoro fragile oppure non ha più nemmeno quello. Serve trovare altre forme di lotta capaci di scuotere l’apatia, l’indifferenza.

Perciò suona assurda la nota della Uilm di Cassino che afferma: “Visto le imminenti tornate elettorali, nessuno faccia campagna elettorale sui lavoratori del nostro territorio”. Di che cosa mai dovrebbero discutere gli elettori? Solo dei meccanismi elettorali e delle alchimie politiche?

No, discutiamo di Mario.