Dalla parte delle ragazze curde
che vedono spazzate via
le loro importanti conquiste

I loro nomi sono Zoran, Delal, Arin, Aniya, Nesrin. I loro volti ci sono stati mostrati come in un set fotografico durante l’assedio di Kobane, in Siria, quando le formazioni curde sembravano le uniche capaci di bloccare l’avanzata dell’Isis. Formazioni fatte di uomini e di donne, divisi tra di loro ma uniti in battaglia.

Erdogan e Trump

Ora che il turco Erdogan, coperto dall’irresponsabilità di Trump, colpisce il territorio curdo-siriano per riversare morte e qualche milione di profughi siriani, del folklore con cui la stampa internazionale ha accompagnato la “guerra delle ragazze curde” non resta più nulla. Eppure quelle che rischiano di essere spazzate via in questo ennesimo sanguinoso capitolo contro i curdi sono proprio le grandi conquiste delle donne. Di loro – delle curde di Kobane e degli altri cantoni – ci sono stati mostrati i bei volti, i kalashnikov che imbracciavano.

Ci siamo commossi per la morte di alcune di loro, soprattutto delle più belle perché solo della loro morte abbiamo avuto foto e notizia. donne_popolo_curdo

Molto meno ci è stato raccontato della loro vita e delle loro conquiste nel campo di battaglia e in abiti civili. La guerra per molte di loro è stata una necessità. Difendere la propria terra per difendere la propria esistenza di donne di fronte alla marea degli uomini “barbuti” dell’Isis, che avrebbero spazzato via in un sol colpo le loro recenti conquiste.

E in guerra, nelle formazioni femminili Ypj, non hanno solo combattuto, non si sono solo addestrate all’uso delle armi o a perfezionare il loro richiamo di guerra per impaurire i fondamentalisti (perché la morte per mano loro significava per gli uomini dell’Isis la rinuncia al paradiso).

 

Guerra e autocoscienza

Sotto le armi e in guerra hanno anche studiato la storia, la geografia, i loro diritti di donne, hanno creato gruppi combattenti di “autocoscienza”, discusso ogni mattina di ciò che funzionava e di cosa non funzionava nel loro vissuto. Sempre con un’arma accanto dove l’ultima pallottola era quella che avrebbe regalato loro la morte di fronte al rischio di cadere nelle mani dell’Isis.

kobane_popolo_curdoLe più giovani avevano poco meno di vent’anni, le “anziane” poco più di trenta. Quando la guerra lo permetteva tornavano qualche giorno a casa, perché la loro emancipazione non doveva essere contro ma con gli altri.

Si sono conquistate uno spazio politico, nei Comitati di quartiere, in quelli cittadini. Donne di politica che hanno lottato contro le violenze domestiche e i matrimoni di spose bambine. In territori dove i diritti delle donne sono merce rara, il laboratorio curdo in terra siriana ha rappresentato e rappresenta un esempio importante, per tutta la regione e anche per noi occidentali, uomini e donne.

Un laboratorio di democrazia

Oggi anche quel laboratorio di democrazia rischia la scomparsa sotto l’avanzata turca, i propositi di annientamento del popolo curdo e il ritorno delle cellule dormienti dell’Isis. Non saremo noi donne dell’Occidente, sostenitrici del #meto a regalare loro l’emancipazione e un po’ di diritti d’esportazione. Piuttosto dovremmo dare loro il sostegno che si meritano.

Stare dalla loro parte. Perché solo le ragazze curde, le iraniane dei diritti civili, le donne al volante che sfidano le convenzioni e rischiano la galera in Arabia Saudita, le donne che resistono sotto le bombe in Yemen potranno regalarsi un futuro di diritti.

Domenica 13 ottobre alle ore 11 al Festival Inquiete, a Roma, verrà presentato “Dentro il cuore di Kobane” di e con Vichi De Marchi, età 9-15 anni http://www.inquietefestival.it/evento/presentazione-di-dentro-il-cuore-di-kobane-di-e-con-vichi-de-marchi/