D’Alema e la “politica democratica”
per riformare il capitalismo

Massimo D’Alema ha pubblicato un saggio, assai interessante, sobrio e accessibile: “Grande è la confusione sotto il cielo”.

Quello che scrive non è il D’Alema conosciuto della politica attiva, ma il professore dell’Università Link Campus. Il tono dello scritto è da analista obiettivo. La sua analisi denuncia una crisi generale delle relazioni e delle istituzioni internazionali che oggi il coronavirus ha reso ancora più profonde. E sostiene che i paesi capitalistici dovrebbero prendere atto della dimensione multilaterale del pianeta e lavorare per una neo-coesistenza basata sulla cooperazione internazionale e sul dialogo.

I concetti basilari sono molti: crisi dell’unilateralismo USA e dell’ <>; crisi dell’egemonia occidentale e disvelamento che la storia non è finita col capitalismo liberaldemocratico; il tremendo trentennio neoliberista ha prodotto forti disuguaglianze, attivato guerre e flussi migratori, ha aumentato il degrado dell’ambiente e i cambiamenti climatici, ha concentrato ricchezze enormi nei gruppi capitalistico-finanziari multinazionali impoverendo ceti medi e il lavoro dipendente; la globalizzazione non è stata la terra promessa emolti popoli, in particolare il mondo arabo,l’hanno vissuta, e la vivono, come un tentativo di omologazione all’Occidente e ciò, oltre agli aiuti militari degli USA, ha attivato le forze dell’integralismo e del fondamentalismo islamico che hanno soffocato le forze democratiche arabe. C’è la descrizione di un mondo multipolare che non è governato a causa delle forti spinte nazionalistiche dei paesi più potenti, Trump ne è il portabandiera con la sua politica di scazzottamento contro la Cina, l’Europa, la Russia e tutte le istituzioni internazionali dall’ONU, all’OMS. La Cina è la grande potenza economica emergente e la Russia rimane una grande potenza militare. L’Europa è considerata la grande promessa mancata, imprigionata nelle politiche rigoriste e liberiste, a cui manca l’iniziativa internazionale.

Certamente è un merito tentare di far uscire il dibattito politico-culturale dalle secche razzistiche e provinciali in cui le destre lo hanno costretto. Letto il saggio, la sensazione è di aver maneggiato idee ed ipotesi interessanti ma astratte, perché non si individua chi dovrebbe realizzarle e quando, quale soggetto sociale e quali soggetti politici possano assumerle e concretizzarle. Si rivolge ai grandi Stati e all’Europa, e s’intravvede il conflitto tra questi, ma non quello all’interno di ogni singolo paese. Certamente questo non è lo scritto a cui chiedere queste specificazioni :più che il professore ci vorrebbe il politico.

Si sostiene che Occidente dovrebbe approntare rapporti paritari con la Cina e la Russia per realizzare un sistema di relazioni e regole internazionali multipolare. Ma come sarà possibile determinare il cambiamento indicato se non si cambiano in ogni singolo paese le condizioni politiche che hanno portato alla situazione attuale? Dare la risposta è compito della politica. Ma la vera politica fa delle scelte,è sintesi e coerenza di interessi sociali e di valori. Sono le forze del lavoro e popolari, è la sinistra occidentale, tutte forze oggettivamente interessate ad un nuovo ordine mondiale, ad essere il soggetto del cambiamento? Sono in grado queste di assolvere a questo compito? Il saggio non lo dice. Qui emerge la grande questione della nostra epoca, che è, da una parte, la subalternità delle forze della sinistra alle logiche della globalizzazione liberista, dall’altra parte, la frammentazione sociale e politica della sinistra e l’abbandono di una visione internazionale unitaria, tanto che alcune sue parti subiscono influenze nazionalistiche.

Il saggio indica nella “politica democratica” il soggetto/strumento per la riforma del capitalismo: “Si tratta di ristabilire un primato della politica democratica, e cioè, di quella politica capace di riformare il capitalismo e di vincolarne la crescita alla necessità di preservare l’ambiente naturale e a quella di garantire un ragionevole grado di coesione sociale”. Bene.

Ma cosa significa e chi è in grado di praticare una “politica democratica”? Per esempio, salvaguardare l’ambiente naturale e la coesione sociale che tipo di riforme occorrono e quali forze possono essere il “soggetto” realizzatore? Vediamo nel concreto. Se vogliamo abbattere il riscaldamento climatico occorre ridimensionare il grande potere delle multinazionali del petrolio e quello di importanti paesi che condizionano sia le politiche internazionali che quelle energetiche delle nazioni; se occorre sviluppare produzioni, infrastrutture e servizi che modifichino e aumentino il lavoro, garantiscano l’ambiente e l’innovazione tecnologica occorre dotarsi di politiche di programmazione e garantirsi l’intervento massiccio della finanza e ciò sarà possibile solo con una nuova e diversa presenza dello Stato che programma e controlla. E sarà necessario anche una UE riformata, in grado di essere una guida al fianco degli Stati e di garantire, non a debito,i finanziamenti necessari.

Analoghi ragionamenti si possono fare per altri settori economici come l’agricoltura o la ricerca scientifica, l’edilizia e l’industria del trasporto e dei servizi, e via dicendo. Ma ciò implica l’abbandono delle politiche liberiste. Certamente non saranno i responsabili dell’attuale crisi a promuovere e guidare il cambiamento. Allora si pone in termini concreti alla politica l’obiettivo di innovare la classe dirigente attuale e far emergere le forze del lavoro e popolari. A veder bene, è proprio a questo bivio che si trova l’alleanza che sostiene il governo Conte: necessità di attuare le riforme per il cambiamento ma scarsa consapevolezza negli alleati e insufficiente sostegno sociale. Per il cambiamento, è indispensabile una forte partecipazione, un vasto e unitario movimento popolare,fedele alla Costituzione, capace di individuare, condividere e difendere le scelte di riforma.

Ma a questo punto,domandiamoci, le riforme necessarie sono un maquillage dell’attuale sistema o qualcosa di più? Berlinguer, già nel 1976, indicava che bisognava introdurre “elementi di socialismo” quale condizione “per un assetto più giusto ed efficiente dell’economia e della società”. Quindi, oggi, in che fase ci troviamo, che sbocchi avrà la crisi? Se la storia non è finita qualcosa di nuovo deve pur accadere. Gli storici nel futuro potranno raccontare di un passaggio della rivoluzione democratica e socialista italiana ed europea oppure di una nuova occasione mancata?