Dal sogno del “Vietnam libero”
al Paese che sfrutta gli operai

Il 21 ottobre 1967 centomila manifestanti sfilano a Washington chiedendo la fine della guerra in Vietnam. Nell’opinione pubblica il consenso verso la guerra si incrina: ormai oltre il 50 per cento non solo è contrario all’intervento americano in Indocina, ma non segue più i richiami della guerra fredda. Da lì a pochi mesi ci sarà l’offensiva del Têt: un attacco su larga scala verso obiettivi americani che comporterà grandissime perdite umane da parte vietnamita, ma che renderà evidente l’impossibilità per gli USA di vincere la guerra nonostante l’enorme superiorità militare ed economica. Ci vorranno, però, altri otto lunghissimi anni prima che la guerra si concluda con la presa di Saigon da parte del Vietnam del Nord il 30 aprile 1975.

Washington 21 ottobre 1967, manifestazione contro la guerra in Vietnam

A cinquanta anni da quella grande manifestazione l’America si interroga ancora su quella guerra, sul perché della sconfitta, sulle cicatrici profonde che quell’esperienza drammatica ha lasciato per decenni sulla società americana. Proprio in queste settimane è uscito un documentario in 10 puntate diretto dai famosi Ken Burns e Lynn Novick titolato “the Vietnam War” che ha l’obiettivo esplicito di chiudere un’epoca promuovendo la riconciliazione fra coloro che si erano trovati in schieramenti contrapposti durante gli anni della guerra. Negli Stati Uniti, infatti, quella guerra ha prodotto fratture che ancora pesano nella politica di oggi. La guerra in Vietnam è stata al centro di innumerevoli libri e film, ma è rimasta un tema spesso tabù nelle conversazioni private. Molti reduci erano poi passati in prima fila nel guidare le manifestazioni contro la guerra. Ma tanti altri, che invece avevano creduto nelle ragioni di quell’intervento militare, hanno scelto di tenere per sé l’esperienza della guerra di fronte ad un’opinione pubblica sempre più nettamente ostile. Questa frustrazione, accompagnata dall’idea che la guerra fosse stata persa a causa del “nemico interno” e cioè dell’opposizione pacifista, ha contribuito negli anni ad alimentare il consenso di ampi strati della popolazione verso la destra repubblicana.

Nonostante la guerra in Vietnam resti uno spettro che ancora pesa sulla politica e aulla società americana i rapporti fra i due paesi sono cambiati in modo radicale con la fine della guerra fredda. Dal punto di vista geopolitico gli Stati Uniti avevano ridotto l’impatto della sconfitta in Vietnam con un’alleanza di fatto con la Cina in funzione anti-sovietica. Per il Vietnam, invece, la rottura fra Cina e URSS era stata drammatica: immediatamente dopo l’unificazione del paese Hanoi si era trovata in conflitto con la Cambogia degli Khmer Rouge filo-cinesi. Con la fine dell’URSS il quadro delle alleanze si è sorprendentemente ribaltato. L’emergere della Cina come potenziale sfidante del predominio americano ha posto fine all’alleanza nello scacchiere del sud-est asiatico. Hanoi, ormai priva della sponda sovietica, ha iniziato a cercare nuovi interlocutori per contenere le ambizioni egemoniche di Pechino: New Delhi, Tokyo e poi, in modo crescente, Washington. Allo stesso tempo gli Stati Uniti hanno preso a guardare il Vietnam come un alleato fondamentale per una politica di containment nei confronti della Cina. D’altro canto, la rivalità fra Hanoi e Pechino ha radici ben più antiche delle preoccupazioni geopolitiche del presente: essa affonda in un millennio di dominazione cinese in Vietnam e un successivo millennio in cui Hanoi ha certato di difendere la sua indipendenza da un vicino tanto più grande e potente.

Il riavvicinamento fra Vietnam e Stati Uniti è stato fortemente facilitato dalle riforme economiche avviate dal Vietnam dalla metà degli anni ’80, cioè già un decennio dopo l’unificazione. Nel dicembre 1986 Hanoi inaugura una politica di riforme – il doi moi (rinnovamento) – simile e parallela alle riforme cinesi. Dall’economia del piano si passa ad un’economia di mercato in cui assumono un ruolo sempre maggiore le imprese private e quelle ad investimento straniero. La chiave del successo di queste riforme sembra essere la gradualità del processo, che si contrappone alla devastante shock therapy adottata invece dalla Russia e molti paesi dell’ex blocco sovietico. Nei primi trenta anni di doi moi non solo il paese cresce a ritmi molto elevati, ma anche riesce a ridurre drasticamente i livelli di povertà. In questi primi trenta anni le istituzioni di mercato si consolidano e le strutture sociali si trasformano, mentre la politica resta saldamente nella mani del Partito Comunista: l’economia rurale viene riattivata con la restituzione delle terre alle famiglie (su base relativamente egalitaria grazie alla riforma agraria che aveva preceduto la collettivizzazione) consentendo l’esportazione sia di riso che di cash crops; la produzione industriale aumenta per impulso della grande industria di stato ma anche, e sempre più, trainata dagli investimenti esteri mirati all’esportazione di abbigliamento, calzature, e poi elettronica di consumo; si espande il settore dei servizi, soprattutto quello a bassissimo valore aggiunto.

Con l’ingresso del paese nell’Organizzazione Mondiale del Commercio nel 2007 il processo di trasformazione economica e sociale accelera. L’equilibrio della prima fase del doi moi lascia il passo ad una svolta liberista guidata dal potente e discusso Primo ministro Nguyen Tan Dung. Il flusso degli Investimenti Diretti Esteri accelera fortemente, rendendo il Vietnam tra i maggiori recettori in relazione al PIL pro capite. La produzione industriale è ormai dominata dalle esportazioni mentre il numero dei lavoratori industriali passa da 5 milioni nel 2000 ai circa 13 milioni nel 2017. Si tratta, però, di un processo di industrializzazione molto diverso da quello conosciuto in Occidente e dalle prime potenze industriali dell’Asia (Giappone, Corea del Sud e Taiwan).

In Vietnam per la gran parte dei lavoratori l’impiego nell’industria non comporta uno spostamento permanente verso le aree urbane e quindi lo sviluppo di una nuova identità. Si tratta, piuttosto, di un processo di migrazione temporanea che porta giovani a spostarsi dalle zone rurali per 10, 15 anni al massimo, prima di essere di fatto espulsi da un processo produttivo che richiede costantemente manodopera giovane, docile, a bassissimo costo, capace di sostenere ritmi di lavoro massacranti. In buona misura il processo di industrializzazione in Vietnam conferma una tendenza già emersa in altri paesi del Sud-est asiatico e in Cina – ma in fondo non diverso da quanto sta avvenendo anche in Occidente: anche nei settori cosiddetti formali dell’economia prende sempre più piede un processo e di “informalizzazione del formale” nel quale i bassi salari si accompagnano a precarizzazione e negazione dei diritti.

Qui emerge, però, anche un paradosso del caso vietnamita. Il Vietnam è diventato una meta prediletta dagli investitori esteri grazie alla stabilità politica garantita dal Partito Comunista. La legislazione rende il ricorso allo sciopero una possibilità solo teorica perché subordinato a procedure tanto complesse da non aver mai consentito la proclamazione di un solo sciopero legale. Eppure il Vietnam si distingue come il paese asiatico a più alta conflittualità operaia, con migliaia di scioperi esplosi in modo spontaneo soprattutto nelle imprese a investimento estero – dove i salari sono generalmente più alti, ma le condizioni di lavoro durissime. In questo quadro apparentemente paradossale emerge anche il ruolo peculiare del sindacato unico legato al partito: a livello di fabbrica i rappresentanti sindacali sono spesso imposti dall’impresa stessa, mentre a livello provinciale e nazionale buona parte dei quadri resta fedele agli interessi della classe operaia. Quando esplode uno sciopero selvaggio il sindacato interviene, insieme ai rappresentanti del ministero del Lavoro, per cercare una mediazione con l’impresa. Gli stessi dirigenti sindacali parlano con orgoglio degli scioperi che pure il sindacato non ha potuto o saputo organizzare.

Al tempo stesso, mentre la creazione di sindacati indipendenti resta vietata, nessun lavoratore è mai stato punito per aver organizzato uno sciopero selvaggio. In qualche caso, grandi scioperi operai hanno persino ottenuto un esplicito riconoscimento politico – come nel 2015, quando ottantamila lavoratori di una fabbrica di scarpe taiwanese hanno costretto il governo a ritirare una legge sul trattamento di fine rapporto. Del resto il conflitto fra capitale e lavoro resta visibile anche nelle trattative annuali sul salario minimo in cui la negoziazione avviene fra il Ministero del Lavoro e due istituzioni legate al partito: il sindacato (VGCL) e l’organizzazione datoriale (VCCI). Nel 2016 VGCL non solo ha abbandonato per protesta il tavolo delle trattative, come già aveva fatto l’anno precedente, ma addirittura ha convocato una conferenza stampa per denunciare l’intransigenza degli imprenditori. Nonostante la svolta liberista degli ultimi anni pare evidente che larghi settori del sindacato, ma anche del partito, continuino a sentirsi legati agli interessi della classe operaia anche se non sono in grado di modificare l’agenda economica del paese.

Gli equilibri politici nel partito e nel paese sono mutati con il XII congresso del PCV del gennaio 2016 che si è concluso con l’uscita di scena dell’iper-liberista Nguyen Tan Dung, dopo che il Primo ministro aveva fallito nel tentativo a farsi eleggere Segretario Generale del partito. La conferma del Segretario Generale uscente Nguyen Phu Trong segna la vittoria della fazione del partito più attenta alla lotta alla corruzione e più interessata contrastare l’emerge di eccessivi squilibri economici e sociali. Tuttavia, a quasi due anni dal congresso le strategie economiche non sono mutate in modo significativo e sembra proseguire l’obiettivo di un processo di industrializzazione trainato dagli investimenti esteri e dalle esportazioni.

L’elezione di Trump ha, almeno temporaneamente, raffreddato l’interesse americano per una più stretta collaborazione politica e militare con il Vietnam. I pessimi rapporti fra Hanoi e Pechino, di recente resi ancora più difficili per la contesa di alcune isole nel Mar della Cina Meridionale, spingono comunque ad una convergenza fra Vietnam e Stati Uniti. In termini geopolitici è quindi macroscopico quanto il quadro sia mutato rispetto a cinquant’anni fa. Tuttavia le dinamiche interne al Vietnam, seppur caratterizzate da una netta svolta verso l’economia di mercato, restano ancora tanto aperte da far apparire eccessiva l’interpretazione di alcuni osservatori secondo i quali gli Usa avrebbero perso la guerra, ma vinto la pace.