Dal Pci alle Sardine
Lezione alla sinistra
che lascia il territorio

Era la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Abitavo a Rivoli (un comune della cintura Ovest di Torino). Stavo facendo il funzionario del PCI nella Zona Ovest di Collegno e una breve esperienza di Consigliere comunale in quel di Avigliana.

Ricordo ancora delle delegazione di compagni dei Comuni di Collegno e Grugliasco (da sempre amministrate dalla sinistra – PCI e PSI), assieme ad altri di Rivoli e Torino (allora amministrate dal centrosinistra – DC e PSI) che andavano a visitare città come Carpi, Modena, Reggio Emilia: si trattava di andare a vedere come quelle amministrazioni stavano costruendo il loro Welfare Locale (del tutto ammirato persino da delegazione di americani). Più tardi, nei primi anni ’70, con l’istituzione delle Regioni, ritornarono per vedere le prime realizzazioni dei “distretti”.

Al ritorno tutti gasati e ammirati per quello che avevano visto e appreso in ordine, per esempio, agli asili nido, alle politiche sull’assistenza, ecc. Ne parlavano negli attivi del partito. E ho ancora negli occhi i “Consigli Comunali aperti” tenuti a Collegno dal sindaco Ruggero Bertotti e a Grugliasco dal sindaco Cianin Rossi i quali così esordivano davanti alle assemblee di cittadini lì convocati: “Cari concittadini, anche quest’anno questo è il bilancio che presentiamo”, e via enumerando le cose fatte e quelle che si proponevano di fare: con il bilancio in rosso. Bilancio in rosso che ovviamente veniva ripianato negli anni successivi per il rientro dovuto agli introiti da investimenti.

In quegli anni venne alla ribalta una triade democristiana fatta da Stammati, Pandolfi, Andreatta, i quali accentravano nello stato centrale tutto il sistema delle entrate, tutto a detrimento della finanza locale.

La riforma dei primi anni ’70 (di Marcovalerio Zangheri)

All’inizio dell’epoca repubblicana il sistema di finanziamento degli enti locali era totalmente locale ed autonomo e basato sulla tassazione dei redditi e dei consumi (imposta di famiglia; imposta sul valore locativo; imposta sull’esercizio del commercio, arti e professioni; imposta sui consumi), in tal modo ricalcando in buona parte l’ordinamento della finanza locale disegnato negli anni ’30 ed inquadrandolo nell’ambito dell’autonomia impositiva ed istituzionale riconosciuta agli enti locali dalla Costituzione. Tuttavia, anche per le scarse risorse di molti enti locali, per l’inadeguatezza delle loro strutture e per l’arretratezza degli strumenti di accertamento, il sistema generò progressivamente il fenomeno dei disavanzi correnti di gestione sempre crescenti, che venivano coperti mediante il ricorso all’indebitamento locale, creando in tal modo problemi strutturali.

All’inizio degli anni ’70, la generale riforma del sistema tributario ribaltò questa impostazione: il gettito tributario fu centralizzato e avocato pressoché integralmente allo Stato, che provvedeva poi a trasferire parte delle risorse così acquisite alla finanza locale.

… I comuni assumevano dunque un sistema di finanziamento basato essenzialmente sui trasferimenti erariali, con scarsa incidenza (anche se certamente superiore rispetto alle province) del gettito derivante dai non molti tributi propri conservati, quali l’imposta sui cani, la tassa per l’occupazione di suolo pubblico, l’imposta di soggiorno, la tassa per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani – tutti tributi legati a specifici servizi o a determinati oggetti impositivi -, nonché l’imposta comunale sulla pubblicità, una nuova imposta in parte derivata da precedenti tributi erariali e comunali.

La differenza tra i comuni amministrati dal Centrosinistra e dalla Sinistra

“Il sistema generò progressivamente il fenomeno dei disavanzi correnti di gestione sempre crescenti, che venivano coperti mediante il ricorso all’indebitamento locale, creando in tal modo problemi strutturali”

Il sistema: quale sistema? Quello democristiano (e del PSI dove questo era alleato con la DC), dove a differenza delle amministrazioni di sinistra che avevano sì i “bilanci in rosso” ma che venivano successivamente ripianati, nelle amministrazioni di centrosinistra erano in rosso per politiche clientelari e per una carenza (voluta) nella riscossione dei tributi locali.

Solo Sergio Garavini (allora segretario generale dei Tessili CGIL) si permise di sollevare dei dubbi rispetto al passaggio nei primi anni ’70, dall’IGE all’IVA: “Non è che con questa riforma noi consegniamo su un piatto d’argento l’autonomia finanziaria dei lavoratori ad uno stato accentratore? Qual è il sistema di controllo dei lavoratori sul loro reddito differito?”. Grosso modo questo era il suo interrogarsi. Poco seguito. Anzi per niente.

La civilizzazione dell’Italia

È indubbio che il percorso seguente fu la civilizzazione dell’Italia a partire proprio dalle regioni rosse come l’Emilia Romagna, passando per la Toscana, l’Umbria e poi le Marche fino ad approdare alla stagione delle “giunte rosse” con Novelli a Torino. Gioco forza seguito poi anche dalle amministrazioni democristiane della Lombardia e del Veneto.

Epperò con la conquista crescente di queste amministrazioni ci fu nel PCI un “esodo” di quadri capaci nelle giunte, sguarnendo poco alla volta la funzione del partito: a Torino la Commissione Fabbriche era quella più seguita (perché piena di Delegati Sindacali e lavoratori) e da lì vennero tutti i Segretari di Federazione: da Minucci, ad Ariemma, a Gianotti, a Fassino ad Ardito). Prese piede invece la Commissione Enti Locali (piena zeppa di assessori e consiglieri comunali, provinciali e regionali: il “partito degli assessori”).

Il “capolavoro” di Occhetto fu di portare alle estreme conseguenze questo percorso con la parola d’ordine del “sistema bloccato” che lui e il suo partito degli assessori intendevano sbloccare. Male gliene incolse sia prima con il PDS, poi con i DS infine con il PD: un partito tutto “governista” che un poco alla volta aveva sguarnito tutti i presidi che aveva nella società civile, lasciando spazi enormi a Forza Italia e alla Lega di Bossi, poi agli sprovveduti dei 5 Stelle, infine ai razzisti e affaristi della Lega di Salvini.

Le Sardine: legittima resistenza rispetto al loro Welfare locale

Un primo campanello d’allarme venne da Parma: il caso Pizzarotti – che non si volle (colpevolmente) prendere in considerazione. E sì che lo stesso Pizzarotti si è guardato bene da mettere in discussione i fondamentali del “buon governo” emilano-romagnolo. Niente da fare.

E se questo è il percorso seguito fino alle recenti elezioni in Emilia Romagna avvenute dopo la clamorosa sconfitta del centrosinistra nelle passate elezioni (con il 37 e rotti per cento di votanti!) e a fronte del fatto che la Lega aveva sfondato pure nella Regione più rossa e che all’orizzonte si profilava non solo un’amministrazione razzista ma ancor più affarista, desiderosa come non mai di mettere le mani su il tesoretto in mano all’amministrazione di centrosinistra in carica per farne strame alla maniera di quello che è successo in Lombardia e nel Veneto, cosa dovevano fare i cittadini di quella regione rimasti muti e straniati per molti, troppi anni?

Sono scesi in piazza, e meno male, e hanno fatto cambiare la musica a tutta la situazione. E meno male!

Basta questo? No per certo. Non so dire cosa riserverà il futuro di quei cittadini, di quei partiti, di quei movimenti. Di una cosa invece sono certo: “che l’egemonia viene sempre prima del potere”. Ergo che ogni persona che si dichiara di sinistra occorre che sia cosciente e consapevole che occorre un salutare “corpo a corpo” con tutti i soggetti della società (magari per litigarci assieme). È la strada maestra per una rinascita della sinistra in questo disastrato paese, abbandonando per sempre la filosofia del “male minore” e dell’uso dei soli social media.