Dal Marais al Luxembourg
il multiculturalismo che resiste

I negozi del centro di Parigi possono regalare un po’ di speranza. Presi d’assalto da frotte di turisti di tutte le nazionalità, dietro ai banconi testimoniano l’ineluttabilità della commistione di tradizioni, visi e culture. La quiete combattiva dei commessi di tutte le provenienze (europei, africani, arabi, asiatici) è come una nuova coscienza di classe: loro lo sanno di avere più futuro degli altri. Viene da ridere, vista da qui, a pensare alla demenza sociale di chi ancora si batte – in Italia – contro il cosiddetto ius soli. In Francia, sono francesi gli “immigrati” di seconda generazione; mentre i figli nati da genitori “stranieri” acquisiscono automaticamente la nazionalità francese al compimento di 18 anni di età, purché la famiglia abbia vissuto stabilmente in Francia per almeno cinque anni. Eppure in questi giorni ferve un curioso dibattito innescato da un libro che si intitola Partition: lo ha scritto un giornalista alla moda, Alexandre Mendel, e ha un sottotitolo molto esplicativo, «Chronique de la sécession islamiste en France».

Naturalmente, l’opinione dell’autore è che la secessione islamista sia già una realtà. A spese della vecchia, storica, intoccabile identité française sopraffatta. Mendel, giornalista d’inchiesta, ha una tesi curiosa: lì dove lo Stato arretra (per colpa della crisi, della corruzione, del disimpegno) l’islamismo, spesso radicale, avanza. Le preghiere in strada, la segregazione delle donne, i modelli culturali occidentali all’indice occupano gli spazi lasciati vuoti dall’Occidente morente. Non solo tra gli arabi: anche tra i nuovi di tutte le origini e religioni. È una teoria che noi, in Italia, conosciamo bene: grandi storici come Denis Mack Smith o antropologi come Anton Blok l’hanno usata per spiegare la diffusione capillare della mafia nel Mezzogiorno dal dopoguerra in poi. Oggi sappiamo che le cose andarono proprio così, ma il problema è non confondere una religione con la criminalità organizzata.

Ma la realtà di oggi, come al solito, è più complessa. O più stridente. Nella stessa Parigi, se si passa dal Quarto Arrondissement (il Marais) all’adiacente Terzo (a Nord del Beaubourg, intorno a Rue Saint-Denis) sembra di vedere due città diverse. La prima è una specie di salotto multiculturale (qui c’è il vecchio ghetto ebraico, per altro); la seconda è quella dell’imprenditorialità araba (che significa commercio a basso prezzo). Il fatto è che gli studenti che fanno la fila davanti ai bistrò kosher si sentono intimamente francesi esattamente come i loro coetanei con la fronte annerita dalle preghiere con il capo a terra che mangiano kebab per la strada. È il multiculturalismo, bellezza!, qualcosa di inevitabile, appunto, così come si evince dagli sguardi che si scambiano i commessi nei negozi.

Su una cosa Mendel ha ragione: nel suo libro dice che non si sta combattendo alcuna guerra, in Francia, contro il radicalismo islamico. È vero. Negli Anni di Piombo io c’ero: lo Stato in guerra me lo ricordo bene. I posti di blocco continui; i controlli; i mitra spianati; la paura di un crollo nervoso da parte di militari giovani, inesperti, spesso ragazzi di leva…: chi era giovane e portava la barba lunga come me era costretto a girare con i documenti in bocca, tanto di frequente era fermato dalla polizia. Ero a Parigi poche ore dopo Bataclan e non vidi nulla di tutto questo: i metal detector per entrare nei musei, i militari in armi nel Louvre, poco più. Ora, due anni dopo, anche tutto ciò è un ricordo: il controllo del territorio è più discreto; e programmaticamente le ronde sono formate da bianchi, neri e arabi. Tutte. Solo così si riesce a tollerare l’aria metà fighetta metà rambo di questi ragazzi in armi. È sempre il multiculturalismo…

La verità è che nulla sembra poter scalfire lo solidità dello Stato, in Francia. Nel senso che lo Stato non è fatto solo dai leader politici, ma proprio da tutti i cittadini: compresi quelli lo contestano (da dentro). La grandeur, sia pure a vari livelli, è il collante comune, a destra come a sinistra, tra arabi, neri, bianchi, tutti. Anche la dignità di un vecchio clochard indocinese (magari un reduce di guerra…) rientra in questo quadro compatto, autoreferenziale, conchiuso in sé. Macron ha detto che vuole riformare lo Stato: i giornali non titolano su altro, da qualche giorno. Il dibattito è: più o meno Europa? Nel senso che meno Europa e più Francia sarebbe meglio… Non tutti si fidano, ma la stella di Macron, nel complesso, brilla ancora. Semmai i francesi mal tollerano che nella grande commissione di riformatori il presidente abbia chiamato anche un italiano: Enrico Letta, il meno macroniano di tutti, in casa propria. Tuttavia, fossimo il presidente francese, ci guarderemmo da una tendenza nuova e sovente perniciosa, in politica, che tende a triturare i miti in tempi brevi, se non brevissimi. Chieda a Renzi, che dovrebbe saperne qualcosa. In Francia si chiama “dégagisme”: è la dottrina del no; no a tutto. Bernard-Henri Levy l’ha definita l’ideologia «che invita a cacciare chi è al potere». A prescindere, come dicevano i Fratelli De Rege che furono imitati da Totò. Qui e là, per le strade di Parigi compaiono delle scritte in stampatello, evidentemente realizzate con una mascherina prestampata di alluminio, che dicono No a Macron e alla sua sottomissione al colonialismo americano: un argomento vecchiotto, soprattutto se confrontato alla complessità del presente dove ogni potere è tale quanto più si nasconde dietro altri poteri. Sono i segni di una protesta studentesca rarefatta ma mai sopita, qui: però era più incisivo l’immaginario degli studenti italiani che anni fa usavano grandi copertine di libri come scudi contro l’aggressione di tutti coloro i quali vogliono perpetrare una società di privilegiati. Possibilmente vecchi.

In Francia, il peso della dittatura di una classe dirigente decrepita e corrotta come quella italiana si sente meno. Una domenica di sole al parco è tempestata di giovani mamme e giovani papà: è una società che sembra dare speranze a chi nasce. O comunque dove nascere non è un rischio. D’altra parte, nello stesso parco domenicale si affollano anziani giocatori di bocce sui prati (a Parigi i prati nei parchi ci sono ancora, a Roma no; a Roma hanno abolito addirittura l’Ufficio Giardini del Comune, e si vede). E l’altra faccia della medaglia dei commessi del centro lo trovi proprio qui, a Luxembourg, dietro alla residenza di Maria de’ Medici, dove sulle panchine sotto alle tettoie decine di individui giocano a scacchi. Sono ancora una volta bianchi, neri, arabi, asiatici. Tutti: una perenne, ineluttabile déjeuner sur l’herbe.