Pd, la crisi
del decimo anno

Un po’ come accade in tante famiglie quando ad una festa mancano alcuni parenti. Le motivazioni sono le più diverse, ognuno pensa di avere ragione. Ma la celebrazione si svolge lo stesso su una scena monca e, quindi, è quasi inevitabile che l’aria che tira non sia veramente festosa. Che ci sia una retroterra di tristezza mista a rancore.
E’ successo anche al compleanno del Pd. Dieci anni dalla fondazione che è capitato dover ricordare in un anno difficile, segnato da dolorosi addii e, proprio in questi giorni, dallo scontro sull’approvazione del Rosatellum, discussa legge elettorale destinata a viaggiare solo sul binario della fiducia per riuscire ad arrivare all’approvazione. Che non è esattamente un bel procedere.


Dal Lingotto al teatro Eliseo. Dal tempio della classe operaia che fu ad una platea in cui, ordinati e necessariamente entusiasti, si sono ritrovati i sostenitori del Pd di oggi. C’erano quelli che continuano a crederci, lo sguardo a vagare per vedere chi c’è e chi non c’è. Il gruppo dirigente stretto al segretario che non nasconde di sentirsi lui il futuro leader di governo sul palco assieme ai due a cui dal copione è stato assegnato il ruolo di storici, ripercorrendo il passato, e di futurologi: i buonisti Veltroni e Gentiloni, il più pacato (rispetto al solito, ma solo un po’) Matteo Renzi.
Il fondatore, il più applaudito sulle ali della nostalgia, il presidente del Consiglio in carica, il segretario che già si sente premier. Ma mancano tante delle figure fondative di quel partito che si ha un bel dire “non appartiene a nessuno di noi ma al suo popolo” se poi nel fare gli inviti si inciampa in sospette dimenticanze o “ sciatterie” come ha ipotizzato Arturo Parisi commentando la dimenticanza che lo ha lasciato a casa, ancora una volta accomunato a Romano Prodi che della questione non intende parlare neanche “sotto tortura” e se n’è andato a Venezia.

E mancano gli ex segretari, Bersani ed Epifani. E manca ancora la minoranza del partito, Cuperlo, Emiliano, Orlando che ha scelto di fare la propria battaglia nell’ambito del partito. Manca tutto un gruppo dirigente che ad un certo punto ha scelto di andarsene per manifesta impossibilità a continuare un confronto all’interno del Pd inquinato da troppo pressapochismo e arroganza di cui l’iter del Rosatellum è la perfetta rappresentazione, “un lutto” sempre per Parisi che, citato, non ha raccolto nenache un appaluso dalla platea dei “Democratici nati”, mentre per Romano Prodi sì. Sarebbe stato eccessivo.


C’è gusto a spegnere le candeline se mancano i nonni, le zie, i cugini più grandi come fossero loro i nemici da sconfiggere e non piuttosto i rappresentanti di una destra che sta rialzando la testa in forme diverse? D’altra parte le dieci candeline spente all’Eliseo in una festicciola durata poco più di un’ora non potevano mancare perché ad esse è stato delegato il difficile compito di illuminare il futuro di un partito che ha davanti a sé prove assai difficili.
Un’ovazione ha accolto Walter Veltroni che ha parlato in nome di un passato che rivendica l’intuizione, anche se ora un po’ stropicciata, che è il Pd figlio dell’Ulivo. Applausi dovuti quando parlano prima Paolo Gentiloni e poi Matteo Renzi che non rinuncia alla polemica con quanti se ne sono andati. “Il Pd non è nostro ma appartiene al popolo che lo ha creato e chi se ne va tradisce se stesso”.

La storia dei democratici è un’altra rispetto alla destra che “ha un padrone” e ai Cinque stelle che “appartengono al figlio del fondatore, al nipote del fondatore, al commercialista del fondatore”. Chiarito, e ce n’era bisogno, che “il nemico è la destra con cui dovremo sostenere un corpo a corpo in tutti icollegi” è arrivato l’invito a superare “l’autoreferenzialità, il nostro parlarci addosso, le divisioni”.
Renzi di lotta e di governo. Gentiloni di governo, che quello è il suo ruolo, con gli impegni da condurre in porto in questo scorcio di legislatura a cominciare “dall’approvazione dello ius soli” come già è stato “per le unioni civili di cui siamo orgogliosi”. Invito arrivato anche da Veltroni che ha sollecitato, in nome di un futuro migliore e condiviso, ad alzare “lo sguardo oltre la polvere delle baruffe quotidiane” ed ha sollecitato “a non avere paura della parola sinistra”.