Niente stop alla
produzione in fabbrica:
scoppia l’ira operaia

Esistono, in questa Italia sbigottita dal virus, alcuni luoghi singolari che gridano vendetta. Non parliamo dei negozi sbarrati, dei parchi chiusi, degli stadi deserti, delle strade vuote. Parliamo di luoghi dove spesso donne e uomini stanno ammassati, intenti a lavori manuali di ogni tipo.

Un esercito che ogni mattina abbandona casa e famiglia per raggiungere la fabbrica. Non hanno mascherine, non hanno guanti, non hanno speciali tute protettive. Nessuno li vede. Per loro gli incessanti appelli a rimanere a casa, a non scambiare abbracci o contatti, non valgono.

Sono operaie e operai, impiegate e impiegati di industrie grandi e piccole. Loro non sono parrucchieri o estetisti, o commessi. Con il decreto ultimo del governo sono mandati al macello, esposti al contagio, indifesi, senza protezione. Quel decreto non impone alcuna severa regola agli imprenditori. E nemmeno fa distinzioni tra produzioni necessarie, vitali e altre che potrebbero anche sopportare una sosta.

Torna un vecchio slogan “La salute non si vende”. Risale agli anni sessanta. Qui, però, è in gioco la vita, altro che la salute. Scoppia l’ira operaia. É nelle parole roventi che una donna, Lorella, grida, davanti alla propria azienda, nella trasmissione televisiva L’aria che Tira, su La7. E verrebbe voglia di rivedere, come una volta, cortei operai che circondano le sedi Rai. Perché questo scandalo venga denunciato, condiviso.

Certo, i sindacati fanno la loro parte. Hanno segnalato subito i silenzi del governo. Non solo: Fiom, Fim e Uilm hanno chiesto una fermata di tutte le fabbriche metalmeccaniche fino al 22 marzo, per mettere in sicurezza i luoghi di lavoro. Molto polemica una presa di posizione di Cgil, Cisl e Uil lombarde, tesa a tutelare la vita e la salute dei lavoratori.

I quali non stanno fermi. Molti rifiutano questo lavoro avvelenato. Come i lavoratori della Corneliani di Mantova, scesi in sciopero. Così succede in alcune fabbriche di Brescia, di Bologna, di Terni, di Genova. Come ha detto il segretario generale della Cgil di Mantova Daniele Soffiati: “Non si può dire alla gente di non uscire di casa e avere fabbriche con centinaia di persone che lavorano gomito a gomito. Bisogna fermare tutto mantenendo un regime minimo per la salvaguardia degli impianti e i servizi essenziali. Sappiamo, più di altri, ciò che questo significa: ma siamo in situazione di emergenza totale e non si può far valutazioni differenti sulla salute delle lavoratrici e dei lavoratori davanti ad un nemico così pericoloso. Non tutti i lavoratori poi possono utilizzare lo smart working. Una chiusura temporanea è anche a salvaguardia di tutta l’economia. Solo uniti, e a casa, ce la faremo”.

Verranno ascoltati? Certo verrebbe voglia di dire che sarebbe necessario un partito operaio di massa. Per scuotere questa apatia. Per rendere giustizia a chi ha prodotto e produce la ricchezza di questo Paese. Siamo tutti debitori con quella Lorella davanti alla fabbrica. Che la sua ira diventi l’ira di tutti.