Dai vaccini all’Europa, destra divisa su tutto

Sicuri di sé Quindi arroganti. I sondaggi danno vincente il centrodestra e i leader di Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia (i quarta gamba non hanno già alcuna voce in capitolo) esibiscono la loro teorica supremazia e già si vedono chi a Palazzo Chigi, chi alla presidenza di Camera e Senato, chi alla peggio a influire in modo determinante sulle politiche regionali di realtà come il Lazio e la Lombardia. I vincitori in pectore si sentono di poter vincere sempre di più. E presi dal delirio di potenza non si accontentano di attaccare il già fatto e il futuro degli avversari ma hanno cominciato a fronteggiarsi tra di loro.

La granitica (sulla carta) compagine di centrodestra che ha ritrovato il padre scomodo ma utile, che ha fatto lezione in tutti questi anni sul modo migliore di governare e si dice pronta a farlo compatta, che finché era teoria ha ballato il minuetto del “prego prima lei se prende solo un voto in più”; a cinquanta giorni dal voto, giorno più, giorno meno, sta uscendo allo scoperto nelle sue diverse anime.

Scontri interni, vedi la questione Maroni, con un governatore disamorato dallo “stalinismo” del suo segretario (e dalle personali velleità nazionali evidentemente non appoggiate da suo partito nonostante la smentita). Scontri sui contenuti quasi su ogni questione dalle pensioni ai vaccini fino al rapporto con l’Europa.

L’ingessato uomo di Arcore ed il felpologo di via Bellerio, impegnati a conquistarsi quel voto in più che potrebbe consentire all’uno o all’altro di decidere il premier prossimo venturo da indicare al presidente della Repubblica che è, anche se loro tendono a dimenticarlo, sempre quello a cui spetta la decisione, non fanno altro che assumere posizioni in contrasto. Non litigano ma recitano due copioni differenti. Nel silenzio per ora della terza componente del gruppo storico, la Meloni, quasi un terzo incomodo.

In pochi giorni sembra svanito il clima idilliaco di Arcore. La foto sotto l’albero di Natale ridondante, il pranzo abbondante, i dolcetti di pasta di mandorla, e la stesura del programma affidata agli esperti di ogni singolo partito che lo hanno partorito, per quel che vale. Ed ora si vedono i capi andare ognuno per la sua strada. Gli impegni teorici nulla hanno a che vedere con la sparata in tv che è la vera arma di impatto per conquistare un elettorato disilluso, una platea di italiani stanchi che non sanno neanche se andranno a votare.

Ad ogni apparizione Berlusconi e Salvini la dicono grossa ma anche diversa. In una sorta di gioco al massacro che sembrava finora essere più prerogativa della sinistra. Insieme ma diversi. Che diversi sono gli elettorati e ad ognuno va dato quello che chiede. C’è quel voto in più…

La distanza tra Berlusconi e Salvini si consuma a cominciare dalla visione diversa sulla legge Fornero. La Lega ne ha fatto il proprio cavallo di battaglia, pronti a mettere anche nel simbolo quel “no Fornero” che manderebbe a gambe all’aria i conti del Paese, ma chi se ne frega. L’ex cavaliere più cauto e più anziano è critico ma possibilista. “Alcune cose vanno mantenute come sono”, dice gelando lo scalpitante alleato. In fondo se l’aspettativa di vita aumenta, qualche anno in più al lavoro lo si potrà anche prevedere, ha detto in questi giorni trasmettendo la sensazione più di voler far arrabbiare il suo alleato che di pensarla davvero così.

Sui vaccini nessun punto di contatto. Salvini vuole toglierne l’obbligatorietà creando una gran confusione, Berlusconi non lo segue. Così come sul jobs act che ad Arcore va bene com’è, forse qualche modifica principalmente per accontentare le aziende che restano lo zoccolo duro di Forza Italia e che per Salvini è il principale colpevole dell’impossibilità per i giovani di costruirsi un futuro stabile. Berlusconi preferisce dare ragione alla Deneuve sulla questione delle molestie, lui che se ne intende, piuttosto che mettere limiti al suo alleato nella speranza che si faccia male da solo.

Scontri a distanza. Camuffati da democratico dialogo tra alleati. Che all’interno della propria compagine hanno già tante matasse da sbrogliare. A cominciare da quella di Maroni che Salvini ha vissuto come un altolà devastante alla sua cavalcata vincente prima all’interno della coalizione e poi verso palazzo Chigi. Perché lui è lì che vuole andare. E non si facesse nessuna illusione Maroni, sospettato di un patto segreto con Berlusconi per raggiungere lo stesso obbiettivo. I due non si sono mai amati. Ora uno non esita a prendere decisioni che possono solo danneggiare l’altro nelle sue aspirazioni leaderistiche. Vuoi vedere che succede come ai pifferi di montagna? … Si vedrà.