Quanti macigni
sulla via di Di Maio

D’accordo:  gli scappò che i malati di tumore sono una lobby.  Fu frainteso. D’accordo:  rinazionalizzò Pinochet in Venezuela. Si corresse.  D’accordo: scivola sui congiuntivi e male armeggia con le mail. Infortuni.  D’accordo:  insultò Soru e ribattezzò il sociologo Gallino “psicologo Gallini”. Errori di una bella gioventù.  Anche se la Rete non perdona e queste scivolate le ricorderà in eterno, dal 23 settembre scorso il cinquestelle Luigi Di Maio, l’uomo grigio, ha diritto a un metaforico indulto.

Perché dal 23 settembre scorso lo steward di Pomigliano non è più soltanto l’ospite d’onore in una galleria di macchiette.  E’ cambiato lo status politico, il suo ruolo davanti al mondo. Unto dal Padre fondatore,  incoronato nella cattedrale  della piattaforma Rousseau.  Certo, anche lì c’è un tantino da sorridere:  37mila voti striminziti per chi vuol dare tutto il potere al popolo;  e tante, troppe peripezie informatiche per chi si autoproclama vettore di modernità. Ma diamo per buono che la giostra del voto grillino sia stata il saluto finale, l’addio al gaffeur nazionale. Nasce un leader.

 

Per Di Maio  gli esami cominciano. Nei prossimi sei mesi non sarà sufficiente la posa da  condottiero sobrio per tranquillizzare i benpensanti.  La campagna elettorale è a scimitarre sguainate,  serve un voto-uno per convincere e poi vincere,   in quest’aria da neoproporzionale che tira. Se  un problema hanno i Cinque stelle,  è dimostrare  agli elettori che il benedetto Mov  sarà  capacità di governo, oltre che frastuono di folla.

Il dilemma preliminare  è l’antropologia politica degli ex giovani del Vaffaday.  Chi rappresenteranno, quali interessi difenderanno, sopra quali fondamenta costruiranno una  politica di governo organica?  Con quali alleati, in Italia e in Europa?  Dibba può continuare a incendiare le piazze, Fico a controllare l’audience Rai.  Ma Di Maio ha un compito nuovo: dimostrare all’Italia timorosa che l’investimento postgrillo  può produrre un utile.

Qui cominciano i macigni. Basterà assicurare – come nel suo discorso di investitura – che si vuole “restituire le chiavi delle istituzioni” ai cittadini? Non basterà, soprattutto dopo aver promesso che le istituzioni medesime sarebbero state “aperte come una scatoletta”.   E basterà appellarsi agli imprenditori e alla smart nation, whatever that means in Italy?  Non basterà. Al Mov serve qualcosa  di più, se punta al governo.  Un programma che non sia un patchwork di proteste,  una idea forza che non sia quella di sempre – “prima di noi il diluvio” – : anche perché in certe città, a Roma ma ora anche a Torino, si comincia a pensare che il diluvio stia continuando, peggio di prima.

Ci sono poi i dossier schizofrenici, sui quali il neoleader dovrà trovare un punto di equilibrio.   L’Europa, per esempio. Quale Mov  governerà il paese? Il Jekyll che chiede una maggiore flessibilità dei vincoli Ue? O l’Hyde  fermo al referendum anti Euro?  I migranti.  Proporranno, i 5 stelle,  politiche di accoglienza per governare il Grande esilio,  o continueranno la guerra campale perfino contro lo Ius soli?   E la giustizia con  la questione morale: governerà chi pensa che i giudici sono stelle anch’essi perché inchiodano il politico, o chi pensa che l’ avviso di garanzia grillino è sempre meno avviso di quello del vicino?

I traguardi vanno guadagnati,  la propaganda va liquidata.   Alcuni antichi mantra del grillismo – il reddito di cittadinanza, per esempio – vanno spiegati, i costi soprattutto,  dentro una generale e credibile politica economica. Le zone oscure della loro democrazia dei pochi – il blog e i clic, i “contratti” con gli iscritti e via declinando –  vanno illuminate.

Di Maio,  detto in tre parole,  è chiamato a rottamare il descamisadismo:  noi non siamo estremisti, ha garantito dopo il voto tedesco, noi “siamo l’argine agli estremismi”.  Ma l’estremismo, quando parla italiano,  non si chiama nostalgia e nazismo. Si chiama no Vax, antipolitica, protezionismo, con un sottofondo di metaforici linciaggi di chi la pensa diversamente.

I Cinque stelle citano spesso Berlinguer.  Ma il Pci aveva grandi spalle e  meriti nazionali, che in qualche misura resero più digeribili anche settarismi e storici ritardi. Questo patrimonio da offrire i cinquestelle non ce l’hanno. Solcano come una meteora il cielo d’Italia,  insieme martello di Dio e egoismo nazional popolare,  agenti dell’innovazione e  sfasciacarrozze di periferia. L’everyman di Pomigliano deve dire la verità,  se spera davvero di entrare a Palazzo Chigi.