Dai cosmetici agli oceani, stop all’invasione delle microplastiche

La morte ti fa bella! E’ proprio il caso di dirlo quando si parla di inquinamento da microplastiche, ovvero di veleni per l’ambiente e per gli umani che vengono veicolati dai… cosmetici. Sì, perché le creme di bellezza, i saponi, i gel, i dentifrici che ogni giorno miliardi di persone utilizzano nella pulizia personale, contengono al proprio interno migliaia di frammenti o sfere di plastica di dimensioni infinitesimali di cui il polietilene fa la parte del leone rappresentando “il 94% delle microplastiche contenute nei cosmetici”, secondo un’inchiesta di Cosmetics Europe, Associazione europea dei produttori cosmetici.

In Italia la ricerca è stata condotta su un campione casuale di 30 punti vendita (profumerie, farmacie, parafarmacie e supermercati) in otto regioni italiane, e ha riguardato 81 prodotti di 37 aziende cosmetiche che contengono polietilene. La maggior parte (circa l’80%) è costituita da prodotti da risciacquo: esfolianti per corpo e viso, saponi struccanti e un prodotto antiforfora. Il polietilene è presente sia in creme per donna che per uomo. In metà di questi prodotti, il polietilene è inserito nelle prime quattro posizioni degli ingredienti, dopo l’acqua.

Alcuni fra i prodotti con la maggior concentrazione di polietilene sono in vendita anche negli scaffali dei prodotti naturali ed esaltano una particolare attenzione per l’ambiente. Lo ha certificato un’analisi quantitativa realizzata due anni fa dall’associazione MedSharks con il supporto tecnico del CNR ISMAC Biella, dell’Università del Salento e dell’Università degli Studi Roma Tre. Lo studio, che rientrava nell’ambito del progetto di sensibilizzazione sui rifiuti marini Clean Sea Life, progetto co-finanziato dal programma LIFE della Commissione Europea e che aveva come capofila il Parco Nazionale dell’Asinara, aveva dimostrato che in un prodotto che elencava il polietilene come principale ingrediente dopo l’acqua, c’era una media di 3.000 particelle di plastica di dimensioni fra i 40 e i 400 micron per ogni millilitro di prodotto: in un flacone da 250ml sarebbero quindi presenti 750.000 frammenti di polietilene, per un peso totale  di 12 gr.

Quello che ignoriamo noi comuni mortali è che queste microplastiche non vengono trattenute dai sistemi di depurazione e finiscono così direttamente in mare generando un inquinamento incalcolabile e irreversibile. Lo stesso Rapporto Frontiers 2016, rilasciato dall’UNEP, aveva inserito l’inquinamento da microplastiche negli oceani tra le sei minacce ambientali emergenti. Molti studi confermano che una volta in mare le microplastiche vengono ingerite dalla fauna, assieme alle sostanze tossiche accumulate. Il rischio è anche lo squilibrio della catena alimentare: pesci e molluschi contaminati da plastica e inquinanti possono finire così sulle nostre tavole.

Manco a dirlo, non c’è nessuna legge che vieta l’uso delle microplastiche nella cosmesi anche se è da molto tempo che le associazioni ambientaliste propongono appelli su questo argomento. L’ultimo è stato #Faidafiltro, risale al 2017 e voleva spingere per l’approvazione di una proposta di legge che giace in Parlamento. Le associazioni Marevivo, Legambiente, Greenpeace, Lav, Lipu, WWF chiedevano di seguire la strada già tracciata da molti altri paesi che si stanno adoperando per implementare normative adeguate contro questi inquinanti, tra questi gli Stati Uniti, che hanno proibito la produzione di cosmetici contenenti microplastiche dal luglio 2017. “Basta rinvii” era lo slogan!

E’ l’Italia a guidare il mondo, visto che il 65% del make up mondiale viene fatto in Italia e le aziende italiane hanno già i prodotti naturali, silica e perlite, che potrebbero sostituire le microplastiche. L’Unione Europea già da tempo ha intrapreso numerose azioni e proposto risoluzioni per contrastare l’emergenza plastiche e tra le misure che mirano a diminuire la quantità di rifiuti di plastica, c’è una parte importante dedicata alle microplastiche in cui si chiede che l’uso volontario dei prodotti cosmetici e di bellezza contenenti microplastiche venga vietato entro il 2020 e che il rilascio volontario di microplastiche venga ridotto significativamente alla fonte.

Ad onor del vero, molte aziende si stanno attivando verso la sostituzione delle microplastiche con sostanze biodegradabili (così come indica la ricerca), ma è urgente una presa d’atto legislativa che obblighi tutte le imprese ad adottare soluzioni che impediscano che, al 2050, ci sia negli oceani più plastica che pesci. Così come nei nostri organismi e nel nostro cibo.