Dai Caimani del Bell’orizzonte all’Arsi. Lotta partigiana a Montesacro

C’è una targa di marmo a Roma, in via Maiella, cuore di Montesacro. Più o meno ignorata, però ogni 25 aprile fin dagli anni 50 una corona d’alloro si rinnova sotto quei quattordici nomi che il Comitato di liberazione nazionale volle così ricordare.
Tempo ne è passato, e la memoria rischia di offuscarsi. E’ per questo che è uscito da poco un libro che ricorda chi furono i quattordici di Montesacro: “L’ora delle scelte. L’occupazione nazista nei quartieri di Montesacro, Valmelaina e Tufello a Roma tra il 1943 e il 1944”, firmato da Antonio D’Ettorre, Piero De Gennaro, Stefano Prosperi, Massimo Taborri (edizioni Marlin). E’ il diretto discendente di un altro volume, ormai introvabile, dal titolo più suggestivo,“I ribelli dell’Oltre Aniene”, allora firmato dal Circolo Culturale Montesacro, di cui gli autori del nuovo volume fanno parte. E frutto di un lavoro molto partecipato di raccolta e confronti di testimonianze che si è fatto per anni nelle scuole superiori di zona, dall’Orazio al Nomentano, dal Croce all’Aristofane, e anche alle medie Nuova Europa, già Don Bosco.

I “Caimani del Bell’orizzonte”

MontesacroQuella zona di Roma, Montesacro, all’epoca, era lontanissima dalla città.  Attorno a piazza Sempione le case Iacp o delle cooperative impiegatizie, ancora più lontano i borghetti, le casette e le case più popolari per i proletari. Ma nelle scuole i ceti si mescolavano.

E’ qui che nasce l’Arsi, l’Associazione rivoluzionaria studentesca italiana, un gruppo spontaneo, senza collegamenti con i partiti. Tra i suoi animatori, avevano tra i diciotto e venti anni, Ferdinando Agnini, Nicola Rainelli, Orlando Orlandi Posti. E nella lotta di resistenza c’erano anche giovanissimi, fino a quattordici anni. Erano i “Caimani del Bell’orizzonte”, avventuroso nome mutuato dalla spiaggetta sull’Aniene che frequentavano e che avevano rudimentalmente attrezzato.
La miccia che ha avviato l’Arsi è la caduta e l’arresto di Mussolini, e poi la ferocia dell’occupazione nazista, i rastrellamenti degli ebrei, la necessità di non restare a guardare. I giovani si riuniscono, cercano contatti, organizzano. Agnini, studente di medicina, è l’unico ad avere contatti con il Cnl romano, Rainelli è nel Partito d’azione. Ma le appartenenze non hanno gran significato se si combatte per la liberazione. E’ dura, ad esempio, la battaglia tra l’8 e il 9 agosto attorno al ponte Salario con i tedeschi.

Quelli di Montesacro erano anche alla battaglia di Porta san Paolo, il 10 settembre. L’esercito sbanda, e il popolo di Roma si svena perché i militari possano lasciare le divise e fuggire a casa. Ci sono i rastrellamenti degli antifascisti, degli ebrei… “metà Roma nasconde in casa l’altra metà” era la battuta che circolava in quei giorni. Vera, soprattutto nelle zone più periferiche.

Dal sabotaggio allo scontro armato

la nostra lottaI giovani dell’Arsi sabotano. Il 10 settembre assaltano la caserma della milizia volontaria accanto all’università e si impadroniscono delle armi  nascoste in una cantina. Combattono perché le lezioni accademiche e scolastiche non vengano riprese durante l’occupazione, a segnare l’anormalità dell’epoca. Tagliano i fili telefonici del comando tedesco sulla Tiburtina e sulla Salaria. Partecipano al diffuso volantinaggio nelle sale cinematografiche di Roma. Gettano i chiodi a tre punte. Impegnano una pattuglia tedesca vicino a san Basilio in uno scontro armato, in dicembre. Ma informano anche: il 18 novembre esce “La nostra lotta”, il foglio clandestino in cui si è impegnato Agnini.

Forte Bravetta

Nel frattempo si organizza la resistenza romana, si formano comitati cittadini a cui quelli dell’Arsi partecipano. E si infittiscono le delazioni, le spiate, i tradimenti, la cattura di un partigiano valeva dalle 5.000 alle 12.000 lire. Così il 30 dicembre del ’43 finiscono catturati e fucilati a Forte Bravetta Italo Grimaldi (Pci), Riziero Fantini (prima anarchico, poi Pci) e Antonio Feurra (Pci), senza nemmeno un simulacro di processo. Sono i primi nomi della lapide di Montesacro. Il 30 gennaio vengono fucilati a Forte Bravetta Raffaele Riva (Pci) e Giovanni Andreozzi (Pci). Paul Lauffer (Partito d’azione) insieme ad altri nove rastrellati viene fucilato il 7 marzo per rappresaglia per la morte di un soldato tedesco, è il “metodo Kappler”.

Fosse Ardeatine

Il 24 marzo, alle Fosse Ardeatine vengono fucilati Ferdinando Agnini (Arsi, Gap), Antonio Pistonesi (Giustizia e libertà), Renzo Piasco (Giustizia e libertà), Orlando Posti Orlando (Arsi, Partito d’azione), Filippo Rocchi (Pci) e il tenente generale Vito Artale del Fronte militare clandestino di Montezemolo. Eccoli i nomi della lapide. In più c’è Aldo Banzi, Bandiera rossa. Non è di Montesacro, ma anche lui è stato trucidato giovanissimo alle Fosse Ardeatine. Suo fratello, che a Montesacro abita, ha insistito perché anche lui venisse ricordato lì.

In appendice, alcuni testi e poesie di Ferdinando Agnini (che oggi è ricordato anche da una targa nella sede del III municipio, che allora era sede distaccata del suo liceo, l’Orazio) e le lettere dal carcere di via Tasso di Orlando Posti Orlandi. Struggente quella scritta alla ragazza di cui era segretamente innamorato, dopo aver saputo della condanna a morte. Ecco le ultime righe: “Sappi Marcella che ti volevo bene, ma molto bene e da molto tempo, solo ho fatto tacere il mio cuore perché, secondo la mia idea, non ero degno finché non avessi avuto aperta la via di un avvenire sicuro per poter raggiungere il mio ideale. Perciò cara ora che è impossibile che possa realizzare il mio sogno ho voluto confidarti il mio segreto”. Aveva appena 18 anni.

Le ragioni di una scelta

Perché riaprire questa pagina antica, perché rileggere quella vecchia targa? Gli autori del libro ricordano: la ricerca è iniziata nel ’95, all’inizio dell’ascesa di Berlusconi. E molti testimoni hanno dichiarato che avrebbero riaperto “quella zona, spesso dolorosa, della loro memoria solo perché sinceramente preoccupati per il presente che stavano vivendo. Temevano che quella lezione della storia fosse stata vana e che il paese stesse per riprecipitarsi in molte delle contraddizioni che avevano favorito la nascita, lo sviluppo e il successo di un regime dispotico”.

Poi, il rapporto e il lavoro con i giovani di oggi ha rafforzato la scelta: “La nostra ricerca non è stata più solo la cristallizzazione di un passato che rischiava di andare perduto, ma si è trasformata in una produzione feconda di racconti e aneddoti, e nello stimolo per una continua riflessione sulle condizioni che portano una generazione di giovani a fare una scelta, a schierarsi, spesso a rischio della propria vita. In questo modo abbiamo disinnescato anche quella astuzia retorica denunciata da Sandro Portelli con cui un certo revisionismo ha voluto rileggere la storia di quegli anni contrapponendo le immagini poco seducenti dei ‘vecchi partigiani’ a quelle più empatiche dei ‘giovani di Salò’. Mentre in realtà molti di quei giovani combattenti per la libertà non hanno avuto l’opportunità concessa ai giovani repubblichini di invecchiare serenamente in un paese libero e democratico”.