Dacci oggi il nostro debito quotidiano

A Parigi, attorno al 1540, François Rabelais – un monaco che aveva smesso l’abito per diventare dottore e studioso di legge – compose quello che sarebbe diventato un famoso panegirico simulato del debito, che inserì nel terzo libro del suo capolavoro, Gargantua e Pantagruele, un panegirico ormai noto come “l’elogio del debito.

Rabelais colloca l’encomio del debito sulla bocca di Panurge, studioso girovago e uomo di estrema erudizione classica che, riguardo al denaro, “possedeva sessantatré maniere di procurarsene sempre, secondo il bisogno, delle quali la più onorevole e comune era per via di ladrocinio furtivamente compiuto”. Pantagruele, un gigante dalla buona indole, adotta Panurge e gli fornisce anche una fonte di reddito rispettabile, ma è stufo del fatto che Panurge continui ad avere le mani bucate e sia indebitato fino al collo. Non sarebbe meglio, suggerisce Pantagruele, saldare i propri creditori e liberarsi dei debiti?

Panurge risponde con orrore: “Dio mi guardi dal liberarmene!”. Il debito infatti è la base stessa della sua filosofia:

“Se voi sarete sempre debitore di qualcuno, questo qualcuno pregherà costantemente Dio di darvi lunga e felice vita, per paura di perdere il suo credito; sempre dirà bene di voi in tutte le brigate; sempre nuovi creditori vi procurerà, affinché, grazie a questi, gli facciate versamento e con la terra d’altrui colmiate il suo fossato”.

Soprattutto pregheranno affinché tu trovi il denaro. Una situazione che ricorda quella degli antichi schiavi destinati a essere sacrificati durante i funerali dei loro padroni. Erano sinceri quando auguravano al loro padrone lunga vita e buona salute. In aggiunta, il debito può trasformarti in una sorta di dio, qualcuno capace di tirar fuori dal nulla qualcosa (il denaro, secondo gli auspici dei creditori).

“Ma c’è di più: io mi consacro a san Babolino il buon santo, se non è vero che tutta la mia vita ho considerato i debiti come una connessione e collegamento dei cieli colla terra, un sostentamento unico dell’umano lignaggio senza il quale ben presto sarebbe estinta la razza. Essi, i debiti, sono forse quella grande anima dell’universo, la quale, secondo i platonici, vivifica ogni cosa. Ne volete una prova? Immaginate in ispirito sereno l’idea e forma di qualche mondo nel quale non sia debitore e creditore alcuno. Un mondo senza debiti! Là nessuna regola al corso degli astri. Tutti saranno in disaccordo. Giove non stimandosi debitore di Saturno lo esproprierà della sua sfera e colla sua catena omerica sospenderà tutte le intelligenze, Dei, Cieli, Demoni, Geni, Eroi, Diavoli, Terra, Mare, e tutti gli elementi. La Luna resterà sanguigna e tenebrosa. Perché il sole dovrebbe prestarle la sua luce? Nulla lo obbliga a ciò. Il sole non risplenderà sulla terra, gli astri non vi spanderanno buoni influssi. Tra gli elementi non sarà né simbolizzazione, né alternazione, né trasmutazione alcuna, poiché l’uno non si reputerà debitore verso l’altro, né gli avrà nulla prestato. La Terra non farà Acqua, l’Acqua non sarà mutata in Aria, l’Aria non darà il Fuoco, il Fuoco non scalderà la Terra”.

E inoltre, se gli esseri umani non avessero debiti gli uni con gli altri, la vita non sarebbe altro che una “battaglia tra cani”, una rissa priva di regole.

“Nessun uomo salverà l’altro: si avrà un bel gridare: aiuto! al fuoco! all’acqua! all’assassinio! Nessuno andrà in soccorso. Perché? A chi non ha prestato nulla è dovuto. A nessuno importa del suo incendio, del suo naufragio, della sua rovina, della sua morte. Poiché egli non avrà prestato, niente sarà prestato a lui. Insomma saranno bandite da questo mondo Fede, Speranza, Carità”.

Panurge, un uomo solo, senza famiglia, il cui unico scopo nella vita era accumulare grandi quantità di denaro, divenne nelle mani di Rabelais il profeta di un mondo che iniziava a emergere. La sua prospettiva era ovviamente quella di un debitore ricco, che non era esposto al rischio di finire in una cupa prigione sotterranea per insolvenza. Ma quella che sta descrivendo è la logica conclusione, disegnata da Rabelais con allegra perversità, di quel mondo di scambio che sonnecchia dietro le nostre cordiali formalità borghesi.

Ma quel che dice è vero. Se continuiamo a definire tutte le interazioni umane come una faccenda di persone che danno qualcosa a qualcuno, queste interazioni possono prendere solo la forma del debito. Senza queste relazioni, nessuno dovrebbe niente a nessuno. Un mondo senza debito significherebbe il ritorno al caos primordiale, alla guerra di tutti contro tutti; nessuno sentirebbe la minima responsabilità verso l’altro; il fatto stesso di essere umani non avrebbe rilevanza; diventeremmo dei pianeti isolati su cui non si potrebbe fare affidamento nemmeno per conservare la propria orbita.

Ma non è questo il caso di Pantagruele. I suoi sentimenti al riguardo possono essere sintetizzati dal pensiero dell’apostolo Paolo, che sosteneva di non dovere niente agli uomini, a parte il mutuo amore e l’affetto. Infatti, con toni biblici, Pantagruele dichiara: “Di tutti i tuoi passati debiti, io ti libererò”.

(David Graeber, “Debito. I primi 5.000 anni”, 2011)