Odio e “revenge porn”:
è guerra aperta
contro le donne

Gli odiatori. Sono loro a cui guarda vorace il governo per nuovi consensi? È per questo che è stata scatenata una guerra santa contro le donne? Perché le donne sono stabilmente in testa a ogni classifica dell’“hate speech”, vittime di nostalgici dei tempi in cui erano sì cornute e mazziate, ma santificate dal fornello e dal cambio del pannolino, non concorrenti per una promozione sul lavoro? È per questo che anche Salvini gonfia il petto alle iniziative pro family, campione non più solo contro i migranti, o per un nuovo far west alla padana, ma ora in una prova di forza contro le donne (e già che ci siamo anche contro i gay)?

Sono giorni durissimi. La foto dei banchi del governo occupati di forza giovedì pomeriggio dalle parlamentari di opposizione – destra e sinistra – è un passaggio cruciale. Un governo che nega diritti conclamati come quello di non vedersi distruggere la vita per la vendetta di un ex che diffonde foto porno sul social. Ci sono ragazze che hanno lasciato la vita per questo. L’offesa, la vergogna. Ci sono decine e decine di migliaia di firme sotto l’appello partito dalla rete per punire questi odiatori. “Revenge porn”, un emendamento dovuto a quel disegno di legge, “Codice rosso”, contro la violenza alle donne, a cui la ministra Giulia Bongiorno – e, come vedrete, non la citiamo a caso – tiene tanto. E invece no. La relatrice a 5stelle Stefania Ascari ha dato parere contrario (tanto, sostengono i 5stelle, in testa Giulia Sarti che di porno vendette è stata protagonista, abbiamo noi una nostra legge da proporre). 14 voti, solo 14 voti per affossare l’emendamento proposto, e raccontato in aula, da Laura Boldrini, che aveva il consenso di tutte le opposizioni. Da New York, a sera, Gigi Di Maio ha richiamato i suoi: quell’emendamento era da approvare, “la Lega faccia come gli pare”. Se ne riparla martedì, si vota un altro emendamento proposto da Forza Italia…

Che Di Maio cerchi di smarcarsi su questa guerra contro le donne – su cui i 5stelle stanno perdendoci l’anima e i consensi – lo si è già visto nelle posizioni che ha preso su Verona (più o meno ha detto: io non ho amici tra chi considera le donne inferiori). Ma la confusione tra i suoi è grande.

Che, invece, l’odio per le donne ormai lo dimostrino anche ministre leghiste “insospettabili” come Giulia Bongiorno – che con Michelle Hunziker ha fondato Doppia Difesa contro la violenza alle donne – lascia sconcertati: e invece è stata proprio lei a dichiarare che la nuova normativa in discussione, “Codice rosso”, permetterà di distinguere tra le donne “sincere” e quelle “isteriche”. Isteriche, “che ragionano con l’utero” (dal greco “hystera”). Non lo si sentiva più scagliare contro le donne con tanta violenza dai tempi di Freud, che era assai misogino. Un termine che sa di repulsione, non certo di solidarietà. Che tristezza.

E che altro sta andando in scena a Verona, se non l’odio per donne che nel Novecento hanno conquistato diritti sulla loro vita, sul loro corpo, per i loro figli? Del World Congress of Families di Verona molto abbiamo già scritto (trovate qui in basso i link), ma la resistenza delle donne – e degli uomini – contro la manifestazione muscolare dei pro family è un’onda che sta crescendo. Il Comune di Bologna ha esposto vele con i colori dell’arcobaleno, anche al Palazzo municipale di Cagliari sventola la bandiera arcobaleno, e così in altre città, accogliendo l’invito della rete RE.A.DY (Rete nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per Orientamento Sessuale e Identità di Genere).

Domani nelle maggiori città, per chi non può andare a manifestare a Verona, sono previsti presidi organizzati dai movimenti e dalle associazioni che si danno appuntamento nella città scaligera (a Roma nel pomeriggio davanti a Montecitorio). Ma, soprattutto, incomincia a non essere così ambita la passerella al Palazzo della Gran Guardia: il neo-presidente dell’Istat, Giancarlo Blangiardo, ha deciso di rinunciare a partecipare al congresso; ha fatto sapere che non ci sarà anche l’attesissimo Antonio Tajani; lo stesso Luca Zaia, presidente della Regione Veneto che patrocina la manifestazione, continua a prendere preoccupato le distanze, e a chi dal Wcf dice che i gay sono malati, replica che “l’unica patologia è l’omofobia”.

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