Da Roberto Speranza a Kamala Harris:
la bioetica ritorna in politica

In Italia, a Ferragosto, la vita scorre più lentamente che in altri periodi, e quest’anno la pandemia Covid ha ulteriormente rallentato il ritmo lento agostano. Forse anche per questo il ministro della salute Roberto Speranza ha pensato a sabato 8 agosto per annunciare nuove linee guida sull’aborto, arrivate puntualmente il 12 agosto. La novità principale è che “il Consiglio Superiore di Sanità, nella seduta straordinaria del 4 agosto 2020, ha espresso parere favorevole … al ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico:

  1. Fino a 63 giorni pari a 9 settimane compiute di età gestazionale;
    presso strutture ambulatoriali pubbliche adeguatamente attrezzate, funzionalmente collegate all’ospedale ed autorizzate dalla Regione, nonché consultori, oppure day hospital”.
  2. la Consulta di Bioetica ha già espresso apprezzamento per la nuova misura adottata, che pone l’Italia in linea con le più recenti acquisizioni scientifiche e con gli altri paesi avanzati, ma vuole tornare sul tema dal punto di vista etico per sottolineare due aspetti significativi di tale decisione.

Il primo aspetto riguarda la natura delle critiche rivolte alla decisione del ministro Speranza, il cui nucleo centrale è compendiato nell’intervista-video del Presidente di Scienza&Vita, Alberto Gambino, del 9 agosto 2020. In poco più di due minuti, Gambino ha riassunto con efficacia le varie obiezioni che dai pro-life sono state mosse alle nuove linee-guida:

  1. La decisione del ministro è sbagliata per le gravi conseguenze che l’aborto farmacologico avrebbe per la salute della donna, la quale sarebbe lasciata a affrontare la procedure in totale solitudine;
  2. la decisione del ministro banalizza l’interruzione della gravidanza, che verrebbe scelta con scarsa consapevolezza attraverso un farmaco finalizzato al “fai-da-te”;
  3. la decisione del ministro suscita amarezza perché mostra che il Parlamento italiano ha fatto poco o nulla per prevenire l’aborto, mentre avrebbe potuto fare tanto;
  4. l’estensione della RU486 fino a 9 settimane (contro le 7 previste sinora) conferma il programma di lasciare sola la donna in una scelta che comunque lascerebbe pesanti strascichi per la salute psico-fisica.

Il punto che più balza all’occhio di queste critiche è la totale assenza di etica: il Presidente di Scienza&Vita, come gli altri critici intervenuti sul tema, non mettono più al centro i principi morali di condanna dell’aborto, ma sottolineano il fatto che la RU486 non andrebbe ammessa in day hospital per le gravi conseguenze che ciò potrebbe avere sulla salute fisica e psicologica della donna.

Prendiamo atto con favore di questo nuovo indirizzo del dibattito, che lascia trasparire come ormai neanche a Scienza&Vita e Co. si creda più al divieto morale in proposito, o comunque non si ritenga opportuno insistere a ricordarlo. Sia pure con le modalità specifiche proprie del caso, sembra si verifichi qualcosa di simile a quanto già avvenuto con la contraccezione ormonale: dopo l’avvento della “pillola”, in una prima fase (anni ’60-primi ’70) si è insistito sull’immoralità della pratica contraccettiva, per poi spostare in una fase successiva (anni ’70-primi ’80) il discorso sui danni della pillola per la salute della donna.
Non intendiamo entrare qui nel merito della questione clinica perché, purtroppo, ripetute esperienze avute in passato ci hanno portato a constatare come i pro-life rifiutino le evidenze scientifiche e continuino a insistere su tesi preconcette, per cui preferiamo evitare ulteriori contrasti.

Il secondo aspetto da considerare riguarda la tempistica della decisione del ministro Speranza di allargare l’uso della RU486, che è stata presa negli stessi giorni in cui il candidato democratico alla Casa Bianca, Joe Biden, ha scelto come vice-presidente Kamala Harris, donna fortemente impegnata in ambito pro-choice. La coincidenza temporale è quasi certamente casuale, ma se si guarda alla questione in una prospettiva di lunga durata, essa diventa simbolicamente interessante e significativa, perché per un verso rivela come l’aborto resti al centro dell’agenda bioetica e per un altro porta a interrogarci sul futuro del movimento pro-life e a chiederci come si svilupperà il dibattito sull’aborto.

Da noi i pro-life italiani (Gambino in primis, ma anche la Pontificia Accademia per la Vita) evitano di mettere in campo considerazioni etiche per criticare la decisione del ministro Speranza, mentre negli U.S.A. viene scelta Kamala Harris alla vice-presidenza per contrastare Trump, osannato come “The Most Pro-Life President in History” in quanto già ha ostacolato il diritto di aborto e si dichiara pronto a cambiare le leggi per limitarlo e restringerlo. Mai come ora la bioetica è al centro delle scelte politiche e aspetto determinante della campagna elettorale americana!

C’è qualcosa di incongruo e di stridente nel vedere Trump assurgere a paladino e campione dei pro-life, ma questo mostra come ormai anche negli U.S.A. l’opposizione all’aborto prescinda da considerazioni etiche connesse all’autorealizzazione personale e si riveli dipendente da considerazioni di altro tipo, forse di carattere politico o derivanti dagli antichi divieti contro il controllo umano del processo riproduttivo.

Il fatto che oggi il fronte pro-life sia Trump-dipendente porta a interrogarci circa gli scenari futuri del dibattito sull’aborto. Supponiamo che a novembre 2020 Trump venga rieletto Presidente, e che riesca anche a cancellare la storica sentenza Roe vs Wade che negli USA ha liberalizzato l’aborto (magari nel 2023, nel 50° anniversario): si confermerebbe come The Most Pro-Life President, ma al prezzo di creare una profonda spaccatura sociale. Se, invece, però, la Roe vs. Wade rimanesse in vigore nonostante gli sforzi del Presidente più pro-life di tutti, ciò equivarrebbe a riconoscere che l’aborto è diritto costituzionale.
Supponiamo d’altro canto che il prossimo novembre Trump non sia rieletto, e che Kamala Harris diventi vice-presidente degli Stati Uniti: molto probabilmente in breve tempo l’aborto verrà riconosciuto come un “diritto umano delle donne“, come richiesto da diversi settori dell’ONU. E che ne sarà delle attuali opposizioni pro-life? Se già ora i pro-life italiani evitano il riferimento all’etica per criticare l’apertura di Speranza alla RU486, come faranno a sostenere le critiche all’aborto senza il sostegno di Trump?

La decisione del ministro Speranza di allargare l’uso della RU486 è saggia e la contemporaneità con la scelta di Kamala Harris alla vice-presidenza USA mostra che il dibattito sull’aborto sta entrando in una nuova fase caratterizzata da un ampliamento della libertà e dell’autodeterminazione della donna, ampliamento che è destinato a estendersi al controllo del processo riproduttivo umano.