Da Sereni a Franzin, quando la poesia
fa i conti con i “poveri operai”

1437. Sono i morti sul lavoro nel 2019 secondo l’Osservatorio Indipendente di Bologna. Sono dati più alti rispetto a quelli riportati dall’Inail perché considerano anche tutto il mondo parallelo del sommerso.

Quella modernità che consumava tutto

[…] Nell’aria amara e vuota una larva del suono / delle sirene spente, non una voce più / ma in corti fremiti in onde sempre più lente / un aroma di mescole un sentore di sangue e fatica. […]”. Quando Vittorio Sereni scrive “Una visita in fabbrica” poemetto centrale de “Gli strumenti umani”, forse la maggiore opera del nostro ‘900, sa bene di cosa sta parlando: è arrivato alla Pirelli nel 1952 per occuparsi dell’ufficio stampa e propaganda, la modernità che tutto consuma cambia profondamente il cuore e il corpo degli operai, li espone al pericolo fisico e morale. Sereni racconta tutta questa ansia e questo orrore con la stessa paura con la quale pochi anni prima in “Diario d’Algeria” raccontava la seconda guerra mondiale e gli effetti che quel conflitto aveva avuto sulla natura umana.

Oggi, ogni giorno, sul lavoro si continua a morire. Si tratta di una vera e propria strage che andrebbe affrontata con molto rigore. E i sindacati sono gli unici “medici” in grado di somministrarci la cura per non arrivare a quel mondo così bene fotografato da Vittorio Sereni. Diversamente ci troveremo di fronte a tanti lavoratori e lavoratrici lasciati soli a combattere un nemico invisibile e troppo grande, un nemico che avrà già vinto in partenza.

Qualcuno però quel nemico, quel mostro l’ha visto “da dentro”, e ne ha scritto. Si chiama Fabio Franzin. Operaio della profonda provincia veneta, poeta che ha scelto il dialetto Opitergino-Mottense per raccontare la Fabrica nella sua profonda evoluzione, il gigante che divora i propri operai fino alla crisi, alla disoccupazione con la dismissione degli impianti e il trasferimento delle aziende del Nord-Est nel più remunerativo (per i proprietari) Est-Europa. E al centro ancora loro, gli operai “Pòri operai, ‘doperàdhi / fin a cavàrghe via anca / l’ultimo pel de dignità, / fin a spolparli dea pòca / autostima che ghe ‘à resta […]” ( Poveri operai, usati / sino a estirpargli anche / l’ultimo barlume di dignità, / sino a spolparli della scarsa / autostima rimastagli […] ).

I simboli della dissoluzione

La fabbrica e il lavoro diventano così il simbolo della condizione di dissoluzione, non più la possibilità di emancipazione economica, la possibilità di realizzazione personale e umana come prometteva la società del dopoguerra. Sono il simbolo di una costrizione e di un continuo precipitare verso l’incertezza, fino al concreto rischio di perdere la vita facendo semplicemente il proprio lavoro, che si sia appunto operai in fabbrica, manutentori delle nostre strade, lavoratori edili, personale sanitario: rischi oltre il rischio, effetti di un approccio che privilegia il profitto senza considerare realmente le conseguenze

“Dirìti? Ai operai ? Ma / quando mai ? Che l’è / za tant riussìr a nò / farse pestàr i cài, nò / farse, de nòvo, tratàr // da sciavi […] >> ( Diritti ? Agli operai ? Ma /quando mai ? Che è /già tanto riuscire a non / farsi pestare i piedi, non / farsi, di nuovo, trattare // da schiavi […] ).

Preserviamo dunque chi porta avanti i diritti dei lavoratori, perché l’alternativa è una schiavitù forse diversa dall’idea ottocentesca, ma in fondo non così dissimile: l’idea di un lavoratore-oggetto da consumare, da usurare e che a volte come un giocattolo si può rompere e non funzionare più.

Marta l’à quarantatrè àni.
Da vintizhinque ‘a grata
cornìse co’a carta de véro,
el tanpón, ‘a ghe russa via
‘a vernìse dura dae curve
del ‘egno; e ghe ‘à restà
come un segno tee man:
carézhe che sgrafa, e onge
curte, da òn. I só bèi cavéi
biondi e bocoeósi i ‘é ‘dèss
un grop de spaghi stopósi
che nissùna peruchièra pòl
pì tornàr rizhàr. Co’a cata
‘e só care amighe maestre
o segretarie, ghe par che
‘e sie tant pì zóvene de ea,
‘a ghe invidia chee onge
cussì rosse e longhe, i cavéi
lissi e luminosi, chii déi
ben curàdhi, co’ i sii pàra
drio ‘e rece, i recìni. Le
varda e spess ‘a pensa
al só destìn: tuta ‘na vita
persa a gratàr, a gratarse
via dal corpo ‘a beézha.

(Marta ha quarantatre anni. / Da venticinque / leviga cornici col tampone, / la carta abrasiva, con questi umili strumenti frega / la vernice dura nelle modanature // del legno; e le è rimasto / come un segno nelle mani: / carezze che graffiano, e unghie / tozze, da uomo. I suoi bei capelli / biondi e ondulati sono ormai // un groviglio di spaghi stopposi / che nessuna parrucchiera potrà / più rimodellare. Quando incontra / le sue coetanee, maestre / o segretarie, le sembrano // tanto più giovani, / le invidia quelle unghie / così rosse e lunghe, i capelli / lisci e luminosi, quelle dita / ben curate, quando se li scostano // dietro le orecchie, gli orecchini. Le / osserva e spesso pensa / al suo destino: tutta una vita / persa a grattare, a grattarsi via dal corpo la bellezza.

 

 

Vittorio Sereni, Gli strumenti umani, Einaudi 1965.
Fabio Franzin, Fabrica, Atelier 2009.