Da Pratt a Gigia, nei canali di Venezia
alla ricerca dell’Utopia comunista

Toni Jop, veneziano, giornalista del quotidiano l’Unità fondato da Antonio Gramsci, ha scritto un testo prezioso non solo per l’immagine inedita e vissuta, che ci dona, della sua città – una delle più amate, misconosciute e logorate del pianeta (e a detta degli esperti, forse, la più bella) –: ma per qualità che vanno al di là della letteratura e affondano nell’etica. Infatti, se il soggetto del libro è Venezia, l’oggetto del libro è, sicuramente, il comunismo.

Leggiamo, come fosse l’Epigrafe del volume intero, l’inizio del tredicesimo capitolo. Squilla il telefono, quattro di notte, nella casa veneziana degli Jop. Una voce, nota, sveglia Toni: “Scolta, gero che me domandavo: ma come sea sta storia dei comunisti?”. Qualcuno, dall’altro lato della cornetta (allora c’erano cornette) vuole sapere tutto dei comunisti, e del comunismo, proprio da lui, da Jop. Chi interroga è un certo Hugo Pratt, gigante di quella che un tempo fu definita, con formula riduttiva, “Letteratura disegnata”. Usciamo dalla difensiva: il Fumetto è Arte. Tout-court. E Venezia è città natale di grandi artisti e geni del fumetto: su tutti, insieme a Pratt va ricordato Romano Scarpa (che fu Disney ancor più di Disney).

Hugo PrattLa domanda di Hugo Pratt

Che cos’è dunque, il comunismo? Jop ha la sua risposta a questa domanda cruciale, sotterranea fin dalle prime pagine del libro. E l’articola senza ricorrere a stereotipi o astrazioni, ma attraverso una serie di pagine in apparenza esclusivamente “autobiografiche”. Perché parlare di comunismo senza mettere in gioco la propria vita è un controsenso.

Il “Soggetto”, o concept, del libro di Jop è, si diceva, Venezia. Protagonisti sono: la città acquatica, oltraggio e ostaggio della natura, che il mare eternamente rivuole indietro, e la ciurma schiumeggiante dei suoi abitanti. Venezia è città ”lunare” più che lagunare, e “lunatici” devono apparire, appunto, i suoi abitanti al resto del mondo, soggetti come sembrano, anch’essi, al flusso e al riflusso, al va e vieni, delle maree. “Eccentrici” per vocazione sono, i veneziani. Eccentrico, vedremo, è anche il loro “comunismo”.
Ai veneziani piace la loro città. Per questo la lasciano. L’invasione turistica, spropositata, degli ultimi vent’anni ha prodotto questo esito: per colpa del formicaio provocato da questa calca incontrollabile, i veneziani più antichi si sono accorti per la prima volta, e seriamente, d’avere i reumatismi. L’umido e il salso l’hanno avuta vinta, quando i veneziani hanno cominciato a riflettere su cosa stava diventando la loro Serenissima.

La verità è che: a leggere il libro di Jop ci si vergogna d’essere o d’ esser stati “turisti” in questa città-gioiello. Come dice Furio Colombo, a sciamare tutti insieme per le calli, si vedono più “schiene” che palazzi, e, su per i ponti, più didietro che abitazioni. Il turista contemporaneo sembra far parte d’una specie nuova: non è più il modello, marcusiano, dell’ “Uomo a una dimensione”: è l’ “Uomo a una Direzione”. Quella del Branco. Perciò la città nittalope per eccellenza si svuota, adesso, proprio di notte. Quando i turisti vanno via dopo aver speso appena due euri-due, i veneziani non ne prendono più il posto. Le famose notti bianche di Venezia sono evaporate.

Per nostra fortuna, Jop illumina Venezia, città buia, sfocata e “sottoesposta”, con i suoi ritratti, con i suoi ricordi. E ci svela di Venezia cose nuove, sulle quali mai o poco riflettiamo. Nel centro storico, nella città vera, che, come dice Toni, cosa unica, “finisce insieme all’ultimo mattone”, non ci sono macchine – tutti lo sanno – e neppure si va in bicicletta, neanche a trascinarla. Il piccolo Goldoni (Mémoires, II) non aveva mai visto un cavallo per le strade del suo tempo. Nella città perennemente semibuia, luogo fatato che ti inghiotte come un labirinto, si ha dunque un rapporto particolare con i propri piedi. Ci si stupisce di “camminare per terra”.

Un piccolo paradiso è avere “scarpe comode”, permettersi il lusso di indossarle. Venezia poi però è talmente umida che anche le scarpe nuove non scricchiolano mai sul ciottolato. Ma di notte, nel silenzio ovattato, nei coprifuoco delle nebbie, ti accompagna il rumore, l’eco, dei tuoi passi. In quale altra città ti accorgi di avere i piedi (o di non averli più, se sei come Pinocchio?) Cammina cammina… diceva la favola. Venezia è quella favola.

Donald Sutherland nel Casanova di Fellini

Da el Marsiàan alla Gigia

Certo Venezia è anche la patria di Casanova, il più famoso e infaticabile amatore della storia. Portato sullo schermo, tra gli altri, da Vincent Price e da Bob Hope, prima che da Donald Sutherland. Jop ci regala un libro che col “Casanova” di Fellini ha qualcosa a che spartire, e poco ci tace (o molto?) delle sue imprese giovanili in campo erotico. Ma tutto il libro è anche felliniano in altro senso. Perché i ricordi, come in “8 e mezzo”, sembrano non seguire un filo preciso, vanno e vengono, come in un flusso d’acque basse o alte… Lo stile non solo è consono all’indole segreta di Venezia, ma esalta la qualità dei ritratti e dei camei. Cosicché dall’onda appena mossa delle righe “riaffiorano” (termine quanto mai felliniano) squarci memorabili della città scomparsa.

Tra tutti i racconti, decine, che animano l’opera di Jop, ne segnalo soprattutto due: l’incontro con il più famoso criminale cittadino, el Marsiàn, che agguanta il piccolo Toni in cerca di avventure in una bettola degna di Stevenson e dell’ “Isola del Tesoro”; o quell’altro racconto “straordinario”, perché vero, della “casa abitata dalle ombre”: pagine, queste, che rimandano ai due James: a Henry e al non meno grande Montague. Di fronte a casa Jop, a pochi metri, e alla stessa altezza, abitano due tristi fratellini. Jop li sente piangere, origlia le loro parole disperate. Si affaccia, chiede, si informa: loro rispondono ma non apriranno mai la finestra, che è proprio dirimpetto. Per cui Toni, pur abitando a due passi, non riuscirà mai a vederli, e neppure ad incontrarli. Povere creature vive, non spettri. Il motivo segreto e non svelato di questa segregazione pare fosse un eccesso di pudore della sorella, più grande, dei due bambini: una ragazza “talmente grassa, grassa al punto che non voleva farsi vedere”. Definizione quasi ossimorica, in questo caso, però, tragica.

veneziaAlla ricerca della grande Utopia

Ma Venezia, per Toni Jop, non è solo un’immensa quinta teatrale dove s’inscena una commedia “umana” in cui attori e pubblico oscillano, continuamente, tra palcoscenico e platea, scambiandosi le parti. È anche e soprattutto un osservatorio privilegiato: è la città-laboratorio dove sembra possa nascere da un momento all’altro l’Uomo nuovo, la Donna nuova. Qui l’Utopia può germogliare da radici antiche. Venezia è proprio il posto da cui il proletario può partire e girare il mondo senza un soldo, uccellando ogni apparato repressivo; la città dove si può andare al cinematografo sventolando le bandiere rosse in segno di consenso; dove il palazzo d’inverno, da conquistare, è il palazzo del cinema, durante il festival diretto da Gian Luigi Rondi.

È leggendo pagine come queste che ci si avvede quanto l’ “oggetto” del libro, Il “comunismo”, diventi poi determinante per la sua effettiva comprensione. Uno sguardo nutrito di concrete utopie permette all’autore (e a noi), di considerare in maniera differente la ridda di personaggi che affollano i suoi ricordi. Non sono mai “maschere” o bozzetti debitori del colore locale o d’una lunga tradizione teatrale, ma persone “vere” con le quali confrontarsi e cominciare a esercitare relazioni liberate dalle pressioni del Dominio. Perché il comunismo, ci fa capire Jop, è una “pratica” che può cominciare fin da subito. Questo è il segreto della morale comunista.

Il comunismo eticamente irreprensibile, che ha in mente Jop, è un comunismo non pervasivo, non autoritario, non imposto, ma “liquido” come si confà a una città che sull’acqua ha costruito il proprio destino. Liquido, morbido, elastico. Questa elasticità e morbidezza sembrano essere e sono le tonalità giuste per vivere fin d’ora dentro qualcosa che si può chiamare “il comunismo senza presa del potere”. Perfino il regno millenario del Cristo e del Messia ebraico doveva esser comunistico, anche se pochi lo ricordano.

Quando eravamo (siamo) comunisti

Comunista è l’artista, come Luigi Nono, veneziano, che porta la sua musica “d’avanguardia” nelle fabbriche sottoponendola alla critica operaia, ostile e dura come il tondino di ferro.
Comunismo è anche occupare una mensa universitaria e poi lavare tutti i piatti: perché quando si va via, non arriverà il padrone, il preside, o lo Stato, a raschiare il sudicio che hai lasciato, ma la gente per la cui dignità tu stai lottando.
Comunismo vuol dire avvicinare, comprendere, e rispettare, persino chi reclama l’infelicità come fosse un suo diritto (si legga, per questo, il capitolo che Toni Jop dedica alle “Casermette”).
Comunismo, avverte ancora Jop, (per una volta, leninista) è anche un esercizio di pazienza, e precisamente di “pazienza infinita” – qualità nella quale i veneziani, evidentemente, eccellono.
Esemplare in questo senso è la storia di Gigia, un comune mortale di Venezia, il quale, in un determinato periodo dell’anno, “faceva colazione”, tutti i giorni, con la Regina-madre d’Inghilterra. Lo Yacht dell’antica sovrana fissava gli ormeggi proprio davanti alla sua finestra, precludendogli la vista, incomparabile, sulle bellezze del canal grande. Allora il veneziano si sedeva ciondoloni sul suo davanzale, e quando, a pochissimi metri di distanza, la Regina appariva sul ponte per consumare il suo breakfast, impugnava una tazza di caffè fumante e la portava, sardonico, alla labbra. Con quel contatto col migliore sangue blu d’Europa, il Gigia voleva forse provare un brivido di nobiltà a buon mercato? Più facilmente, il suo, era un gesto di sfida, condito con tutto l’humour paziente e silenzioso che può mettervi dentro un veneziano autentico. “Vuoi godere il mio stesso panorama? Allora sottomettiti. Vieni a prendere il caffè con me, con un uomo del popolo”. Questo, immagino, il senso di quel gesto.

Perché la bellezza di Venezia, ci fa capire Toni Jop, è già, in sé, “comunistica”. Come tutto ciò che è bello, come l’arte, come la Musica. Come tutto ciò che si può condividere, e “partecipare”, come tutto ciò che ti spinge a cercare una migliore qualità della vita, una maggiore dignità per te e per gli altri. Jop aggiungerebbe, credo: la vita comunistica va praticata, fin d’ora, anche con più curiosità e maggiore spirito di avventura.

Franco Basaglia

La liberazione dei “matti”

Venezia, dunque, città-esperimento, e città-favola. Come tutte le favole, però, anche la “Venezia” di Toni Jop ha la sua “morale”. E quale? Jop l’ha affidata alle parole d’un grande utopista e un vero rivoluzionario: Franco Basaglia, il “matto che ha liberato i matti”, il padre della legge 180 che ha chiuso i manicomi-lager. Lui sapeva “che sarebbero venuti tempi grami” (e tempi peggiori di oggi è difficile immaginarli), “in cui la rivoluzione sarebbe stata inghiottita, e i suoi orizzonti cancellati”, ma, spiegò, “noi avremo comunque dimostrato che si può fare”. Che la rivoluzione, che il comunismo, si può fare. Per questo il sottotitolo del libro di Jop: “siamo stati noi”, va letto in senso non nostalgico, non passatista, ma come un gesto di rivendicazione: siamo stati noi a rendere così concreto questo sogno che in un certo momento, negli anni settanta, ci è sembrato di toccarlo con mano; siamo stati noi, a credere sempre nel comunismo come “Utopia che si può fare”. La cosa incredibile (chiosa a un certo punto Toni), è che “ci crediamo ancora”.

Per uno di quei casi che non sono casi, da più di settanta anni Venezia festeggia il suo patrono, san Marco evangelista, il giorno della Liberazione, il 25 aprile. Una città, quindi, da sempre destinata ai Resistenti.

 

 

Toni Jop

Venezia siamo stati noi

Città del sole edizioni