Da Palmira a Mossul, in mostra a Parigi
l’orrore della distruzione della storia

E’ difficile immaginare il destino della Siria e dell’Iraq, una delle zone dove è nata la civiltà dell’umanità. La Mesopotamia, terra tra i due grandi fiumi, il Tigri e l’Eufrate, dove sono nate le prime fattorie, dove è stata inventata la scrittura circa 3000 anni avanti Cristo, dove sono nati i numeri. Una storia affascinante quella della civiltà di questa parte del mondo (e sembra che almeno in Italia la storia non sia più considerata una parte importante della nostra cultura). Non avere una storia significa essere senza storia, cioè dei signor nessuno, senza alcun riferimento a Ulisse. Ma già questa è storia della letteratura e della civiltà Greca.

Torniamo alla Mesopotamia. Nella memoria del mondo, nella storia (non si può farne a meno) di oggi e di domani sono entrate alcune città della Siria e dell’Iraq. Per via della guerra, del terrorismo, dell’ISIS (Islamic State of Iraq and Syria), dell’uomo forte di Damasco Bashar al-Assad. Aleppo, Mossul, (sul fiume Tigri) Palmira, gli Sciti, i Sunniti, i Curdi, gli Yazidi e tanti altri popoli con le loro storie e religioni saranno sempre ricordati dalle ultime generazioni. Una lotta senza quartiere contro la storia di quei luoghi, le civiltà antiche è stata portata avanti dai militanti del Daesh (acronimo in arabo), per distruggere civiltà che erano all’origine delle successive religioni e culture, una storia di cui si vuole distruggere il fondamento stesso, distruggere per farne cancellare la memoria come la Damnatio Memoriae dei Romani. Commettendo grandi errori nella distruzione della memoria: Traiano facendo seppellire una parte della Domus Aurea di Nerone sotto le nuove terme per cancellarne la memoria ne ha mantenuto nei secoli le vestigia.

Cancellare la storia, cancellare la memoria, distruggere. Una mostra a Parigi ha voluto invece ricostruire la storia, la memoria, per mantenere il ricordo e per contribuire al futuro su basi solide. Una mostra storica, che parla di storia passata, presente e futura. La storia serve?

Aleppo

La mostra in un luogo molto simbolico, l’Institut du Monde Arabe, di cui è presidente Jack Lang, ministro della cultura dei governi socialisti francesi. E in quel luogo si sono viste molte mostre memorabili negli ultimi anni. Anche storiche, tipo quella dell’Orient Express, con tanto di carrozze del treno originali visitabili.Una mostra sulla distruzione, sullo sterminio, sulla cancellazione della storia, una storia sulla violenza, la violenza dell’uomo ( in questo caso è politically correct dire proprio uomo, non donna). Una mostra per mettere anche in discussione la ricostruzione. Un tempio di Palmira distrutto con la dinamite, deve essere ricostruito? Dove era e come era, o bisogna mostrare come la follia umana abbia distrutto dei monumenti splendidi, storici, che si erano salvati da centinaia di anni di abbandono nel deserto e testimoniavano delle grandi civiltà precedenti, testimoniavano le radici di quegli stessi uomini che li stavano distruggendo, che rinnegavano la storia e con questo l’umanità stessa?

Commissario per l’esposizione è Aurélie Clémente-Ruiz, aiutata da Nala Aloudat. Titolo della mostra “Cités Millénaires: Voyage Virtuel de Palmyre à Mossoul” (Mosul nome dato dagli Arabi all’antica Ninive, Mossoul in francese). Uno dei nuovi strumenti di guerra, largamente utilizzati soprattutto per uccisioni come si dice mirate, sono i droni. Sono proprio i droni i protagonisti della mostra, le immagini che sono riusciti a realizzare con i droni i curatori della mostra hanno dell’incredibile. E’ difficile andare ad una mostra con sale piene e non sentire volare una mosca: silenzio.

Alle tre città già citate si aggiunge anche una città libica, la favolosa Leptis Magna. Città per ora non sistematicamente distrutta ma completamente abbandonata da anni. Città fenicia, cartaginese e poi Romana, parte della nostra storia.

Di ogni città nel catalogo è riscostruita la storia. E allora per chi non lo sapesse si scopre che Mossul era la città che sorge dove si trovava Ninive, sulle rive ad est del Tigre, il fiume che ora attraversa Mossul. E Ninive è citata nella Bibbia, fondata da Nimroud nipote del profeta Noè. Città piena di palazzi templi, bastioni, una grande città. Dal 2014 Mossul è bombardata. Uno dei monumenti simbolo della città è il mausoleo del profeta Giona, chiamato Nabi Younes in arabo, costruito su una antica chiesa. Per i mussulmani, per gli ebrei, per i cristiani Giona è uno dei dodici profeti; una Sura intera del Corano gli è dedicata. Il 24 luglio 2014 l’ISIS distrugge con la dinamite il mausoleo di Nabi Younes. I curatori non posso non sottolineare l’ironia che il fatto di aver distrutto con la dinamite gli edifici ha portato alla scoperta di vestigie di un palazzo del re assiro Assarhaddon, del VII secolo avanti Cristo. E’ stato anche trovato uno dei famosi tori alati che sono oggi studiati dagli archeologi nella Mosul liberata. Mosul città da sempre interreligiosa ed interculturale. La grande chiesa di Notre-Dame, il tempio Yazida, il citato mausoleo di Giona, la moschea di Al-Nouri, dove venne tra l’altro proclamato il califfato e che verrà distrutta il 21 giugno 2017 per non lasciare nulla in piedi dopo la disfatta.

Tutto questo e molto altro si legge nel catalogo, con qualche reticenza sulla distruzione di Aleppo che è stata distrutta dalle forze di Assad.
Ma allora alla mostra che cosa si vedeva? Immagini delle città distrutte, Mosul la più impressionate, senza nessuno in giro, solo auto distrutte e case e templi ed edifici rasi al suolo, dallo Stato Islamico e dai bombardamenti. Riprese effettuate appena le città erano libere, anche degli abitanti, per poter immediatamente documentare quello che restava dell’agglomerato urbano. Le immagini di Mosul, di Palmira, di Aleppo, macerie di città e di vite, tutte eguali eppure tutte diverse perché ognuna racconta una storia diversa sperando di avere un futuro, una storia futura migliore.

I saloni della mostra

Emblematico è il caso della tomba dei tre fratelli a Palmira. Palmira dove il 18 agosto 2015 viene ucciso e decapitato l’archeologo responsabile degli scavi da decine di anni, Khaled al-Asaad. La prima spedizione archeologica che arriva a Palmira dopo le distruzioni è dell’aprile 2016. Ma nel dicembre 2016 la città archeologica è ripresa dallo Stato Islamico e le distruzioni riprendono. Sarà liberata agli inizi del 2017 e torneranno gli archeologi a ricostruire la storia di quanto distrutto. Nella necropoli di Palmira è la tomba dei tre fratelli che aveva la più ricca iconografia. A metà del secondo secolo, la tomba è costruita dai tre fratelli Na’am’ein, Malê e S’adaî che si riservano lo spazio in fondo con i loro ritratti e la volta tutta dipinta. Molte altre pitture ricoprono tutte le pareti e si parla di Achille e di Ulisse, di Ganimede e di Zeus. Scrivono i curatori: “L’iconografia tanto segnata dal repertorio greco-romano attesta la dualità dell’arte di Palmira tra Oriente e Occidente.”
I membri del ISIS hanno scelto la tomba dei tre fratelli come quartiere generale, dato che era ovviamente sotto terra e protetta dai bombardamenti. Ma non potendo sopportare le pitture, hanno dipinto di bianco i ritratti dei tre fratelli e le altre pitture ed hanno coperto con teli le statue.

Gli schermi su cui erano proiettate le città distrutte erano enormi, alcuni più di dieci-quindici metri per 3-4 metri. Impressionante documentazione della follia dell’uomo. Immagini senza esseri umani, va ricordato, girate in città fantasma abbandonate. E alla fine Leptis Magna, la grande città Romana, che sotto Augusto, Nerone, Traiano, Adriano arrivava ad avere 100.000 abitanti e che diventa la capitale della Tripolitania con Diocleziano nel terzo secolo. Una città tuttora splendida che non merita di andare perduta. Tutta l’umanità perderebbe una parte della propria storia.
Vi era un’ultima parte alla mostra in cui si poteva fare un viaggio virtuale con il casco. Non ho voluto farlo. Quelle immagini di distruzione, che evocano sofferenze e malvagità estreme, vanno vissute insieme, in un grande ambiente, in silenzio guardando i visi delle persone che guardano quelle immagini. Altrimenti si rischia il voyerismo delle tragedie.
Non so quante volte ho citato la parola storia. Ho voluto farlo come protesta sull’abolizione dell’esame di storia alla maturità classica. Da parte di un matematico che ha frequentato il liceo classico proprio per avere una sua storia da raccontare.

Cités millénaires, voyage virtuel de Palmyre à Moussoul, a cura di Aurélie Clémente-Ruiz, Nala Aloudat, Instit du Monde Arabe, Parigi. Catalogo della mostra, 2019.