Da Eni a Leonardo, così nei Cda siamo i “rivoluzionari” dell’azionariato critico

Stagione di Assemblee generali degli azionisti delle grandi imprese quotate e di noi di Fondazione Finanza Etica. Come da 13 anni, partecipiamo in qualità di azionisti critici con un taglio peculiare. I “rompiscatole” dell’azionariato critico hanno messo nel mirino 7 imprese: Assicurazioni Generali, Eni, Enel, Leonardo, Rheinmetall, H&M, Acea.

Come si esercita l’azionariato critico

Ma, intanto, cosa è e come funziona l’azionariato critico? Acquistiamo un numero simbolico di azioni di imprese “problematiche” per l’impostazione della finanza etica, che punta sempre a considerare l’impatto non solo economico, ma ambientale, sociale e di gestione trasparente e corretta dell’attività finanziaria. Diventiamo così azionisti, assumendo tutti i diritti e i doveri che questi hanno in un’azienda. Possiamo così interloquire con il management chiedendo conto delle scelte gestionali e proporre indirizzi agli stessi, come dovrebbero fare gli azionisti (ma che spesso rinunciano a fare, anche quelli che detengono un golden share in queste aziende che talvolta è lo Stato). Infine, facciamo domande, interveniamo e votiamo in assemblea generale degli azionisti. E’ un lavoro impegnativo perché occorre studiare i bilanci, gli atti, i documenti sull’andamento dell’azienda, ma anche report e fonti indipendenti sulle stesse imprese, per evidenziarne le incongruenze, gli indirizzi a nostro avviso sbagliati, ma anche i miglioramenti nella condotta dell’azienda. E lo facciamo rappresentando le istanze delle organizzazioni della società civile impegnate per le politiche ambientali (Greenpeace, Legambiente, Re:Common), per i diritti civili e umani (Campagna Abiti Puliti, Archivio Disarmo), per i beni comuni (Forum per l’acqua pubblica), per i territori.

Questa è una stagione speciale perché, a causa del Coronavirus, le assemblee degli azionisti si svolgeranno tutte in remoto, cioè senza la concreta possibilità di intervenire di persona, ma attraverso soggetti delegati scelti dall’azienda che “portano la voce” di tutti gli azionisti oppure attraverso la presentazione di domande a risposta scritta da presentare prima dello svolgimento dell’assemblea. Noi abbiamo utilizzato tutti gli spazi possibili e anche gli strumenti di informazione e comunicazione via web, come la diretta facebook sulla contro-assemblea degli azionisti di Eni, realizzata insieme a Greenpeace e Re:Common in cui abbiamo presentato un approfondito rapporto che ha analizzato e disvelato l’inconsistenza della strategia di abbattimento di emissioni di gas serra di Eni, che ha totalizzato circa 24 mila partecipanti.

La corsa alla produzione di idrocarburi

Quali sono stati i contenuti di quest’anno? Partiamo proprio da Eni. L’indeterminatezza degli interventi che Eni dichiara di voler realizzare, non fa altro che mostrare che il vero obiettivo del Piano è la corsa all’aumento della produzione di idrocarburi (petrolio e gas) per i prossimi sei anni (2020 – 2025), con una crescita media annua del 3,5% all’anno e una crescita in termini assoluti del 23% fino al 2025. Da quella data si avvierà una graduale diminuzione, con progressiva sostituzione del petrolio con il gas e l’orientamento di parte degli investimenti verso altri business (rinnovabili, distribuzione di energia nel mercato retail, bio-raffinerie, ecc.). E’ un po’ come dire, faccio una dieta dimagrante ma dal prossimo anno e fino ad allora mi strafogo di cibo. Ma rimandare l’adozione di misure di drastica riduzione delle emissioni di gas serra di sei anni, è incompatibile con la gravità e l’urgenza della crisi climatica. Eni parla di obiettivi di assorbimento della CO2 tramite progetti di conservazione forestale (REDD+) al 2025, 2035 e 2050 assai vaghi che si fondano sulla conservazione di foreste che si presuppone dovrebbero essere abbattute (chissà perché?), attraverso imprecisati accordi con governi africani. In sostanza ogni piano di seria risposta ai cambiamenti climatici da parte di Eni viene spostato in avanti di sei anni, mentre ci troviamo già adesso nel mezzo di un’emergenza straordinaria che non ammette esitazioni nelle risposte. Un’operazione di greenwashing.

Invece ad Assicurazioni Generali, che ha fatto progressi importanti nella strategia di disinvestimento dalle fonti fossili (anche grazie al pressing degli azionisti critici), abbiamo chiesto cosa fanno e quante tasse pagano le 56 imprese del Gruppo che hanno sede in Lussemburgo, Olanda, Irlanda, Isole Vergini Britanniche, Singapore, tutti paesi a tassazione agevolata (alcuni dei quali non classificati paradisi fiscali solo perché interni alla Ue).

Al colosso svedese del fashion, H&M, siamo andati a chiedere trasparenza sulle politiche di retribuzione del CEO, in particolare, presentando una mozione per rendere pubblici gli obiettivi di sostenibilità che il management deve raggiungere per determinare la parte della retribuzione. Riteniamo infatti che sia fondamentale la trasparenza sulle politiche di remunerazione dei manager, in particolare in questo periodo di crisi nel quale a moltissimi lavoratori e cittadini sono chiamati a fare grandi sacrifici. Ebbene, una mozione presentata da un azionista con sole 3 azioni, ha ottenuto il 3,6% dei voti, pari a 419 milioni di azioni, in una azienda in cui la famiglia proprietaria Persson detiene da sola il 40% delle azioni: un risultato di tutto rispetto.

Se un’azienda fabbrica bombe

Poi ci sono i due Gruppi che producono armi: Leonardo e la tedesca Rheinmetall. La prima è partecipata dallo Stato italiano al 34% e questo carica di problemi e responsabilità diverse, oltre che di vantaggi competitivi rispetto ad altre aziende del settore, il management e l’azienda. La seconda è proprietaria dell’italiana RWM, che in Sardegna costruisce le bombe che vengono vendute all’Arabia Saudita che, a sua volta, le ha utilizzate nella guerra in Yemen (oggi, anche dopo le pressioni della comunità internazionale, delle ong e anche degli azionisti critici, quella transazione è stata sospesa dal governo). Quest’anno all’azienda tedesca, insieme ai movimenti pacifisti tedeschi, inizieremo inoltre a fare pressione sui grandi azionisti di Rheinmetall, tra cui il fondo sovrano norvegese, che investe 117 milioni di euro nella società (il 2,57% del capitale totale). A loro chiederemo di disinvestire da Rheinemtall: se la società non ci risponde, non ci resta che cercare di convincere i suoi azionisti a ritirare i propri investimenti, per motivi etici.

A Leonardo abbiamo chiesto i dati relativi all’export di natura militare del gruppo dall’Italia nel 2019, con una suddivisione per tipologia di sistema d’arma esportato (controvalore, numero di pezzi, etc.) e con una indicazione del grado di completamento degli ordini/autorizzazioni relativi. Ma anche come il Gruppo ha gestito la sicurezza dei lavoratori durante l’emergenza Coronavirus, dal momento che il 23 marzo i lavoratori hanno scioperato perché l’azienda non li aveva adeguatamente protetti (i sindacati stimano una percentuale di adesione pari al 74%, almeno nella parte “manufacturing” e quindi all’interno degli stabilimenti).

Ecco, solo alcune (ad Eni quest’anno abbiamo presentato oltre 170 domande, anche per conto dei movimenti ambientalisti e delle ong) delle questioni che portiamo alle assemblee degli azionisti. Questo tipo di engagement ha obiettivi e strategie “riformiste” diremmo; che a qualcuno potranno sembrare minime, “mensceviche”; ma in realtà sono “rivoluzionarie”. E non solo per i risultati talvolta eclatanti (come quella volta che Enel abbandonò il progetto Hidroaysén in Patagonia, la costruzione di una serie di dighe che avrebbero distrutto ecosistemi unici e sradicato popolazioni che vi vivevano da secoli), ma soprattutto perché svolgono un’azione di cittadinanza attiva dentro questa comunità particolare che è l’impresa.

 

Rispettare la nostra Costituzione

Il loro agire corrisponde nello spirito e nella lettera al mandato costituzionale dell’art.41. “L’iniziativa economica privata è libera”, ma “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Cosa vuol dire, in concreto, se non il fatto che i cittadini che investono il loro risparmio nelle aziende quotate si rendono coresponsabili di vigilare e indirizzare la “propria” azienda in una direzione coerente con questo dettato costituzionale? E, soprattutto, che quando la “propria” azienda devia da questo solco, essi sarebbero chiamati ad intervenire per quanto nei propri poteri a ricondurla dentro questi binari. D’altra parte, prosegue l’art.41, “la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. Sarebbe anche compito dello Stato svolgere questa funzione.

Tanto più, quando lo Stato che deve assicurare questo indirizzo e controllo è esso stesso l’azionista di riferimento di alcune di queste aziende – come nel caso di Eni, Enel e Leonardo – il dettato costituzionale deve essere garantito, in modo attivo, da tutti gli azionisti. Questo attivismo aziendale da parte dello Stato è rafforzato dall’art.43 della Costituzione: “la legge può riservare – fini di utilità generale – originariamente … allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”. L’interesse generale di cui parla l’art.43 cosa è se non la tutela dell’ambiente e dei diritti umani che sono implicati nelle attività di dette imprese?

Dunque, l’azionariato critico consente anche di riflettere sul ruolo dell’azionista nelle imprese quotate e di partecipare alla vita delle imprese in un’ottica di democrazia economica.
Essere azionista non significa unicamente cercare i più alti profitti nel minor tempo possibile, ma in primo luogo diventare comproprietario dell’impresa; con diritti ma anche doveri, fra cui quello di partecipare attivamente alla vita dell’impresa. L’azionista ha il dovere di interloquire con il management dell’impresa che gestisce, di fatto, il suo denaro e, dal punto di vista della finanza etica, anche il dovere di sapere cosa l’azienda fa con il suo denaro e concorrere a definire gli indirizzi delle scelte economiche e finanziarie dell’azienda che hanno sempre anche dei significati ambientali e sociali. Un compito “rivoluzionario”