Da Detroit a Dunkirk
la forza della sopravvivenza

Recensire i film in tempo reale è diventato un esercizio da ultrà. L’ho fatto su “l’Unità” per decenni, sono cresciuto in un tempo in cui la carta stampata regnava e i critici cinematografici erano poche decine in tutta Italia. La rete e i social hanno reso la critica un “secondo lavoro” per migliaia di persone, ma il tono è lo stesso dei dibattiti sulla nazionale di calcio. Esce “Blade Runner 2049” e su facebook si scatena l’inferno: tutti devono “recensirlo” entro dieci minuti, chi lo ama dà del cretino a chi non lo ama (e viceversa).

Questa premessa per dire che ho visto, in ritardo (forse voluto), “Dunkirk” di Christopher Nolan e tutto l’infernale chiacchiericcio online che il film ha scatenato mi si è riproposto in tutta la sua assurdità. Non si tratta di un gran film, ma sicuramente di un film importante e dignitoso – ma si sa, nei social o scrivi che è un capolavoro, o scrivi che è una schifezza: il giusto mezzo non è “cool” e non porta “like”. A questo punto è del tutto secondario decidere se “Dunkirk” sia bello o brutto: siamo al confine delle fake news, o comunque delle news opinabili – quindi, delle “no news”. Mi sembra più interessante paragonare “Dunkirk” a un altro film il cui titolo è il nome di una città di 7 lettere che comincia per “d”: “Detroit” di Kathryn Bigelow, la grande regista di “The Hurt Locker” e “Zero Dark Thirty”. Sarà tra qualche giorno alla Festa del cinema di Roma ma è uscito in America lo scorso 4 agosto. Non intendo “recensirlo”, ma usarlo come pietra di paragone per “Dunkirk” partendo da un dato elementare: entrambi i film raccontano storie di sopravvivenza, di uomini e donne sommersi dalla violenza della Grande Storia.

“Dunkirk” è la grafia inglese di Dunkerque, la città francese ai confini del Belgio dove dal 26 maggio al 3 giugno del 1940 si svolse uno degli eventi più drammatici e simbolici della seconda guerra mondiale. Circa 400.000 soldati britannici e francesi vennero circondati dai tedeschi e spinti inesorabilmente verso il mare, senza altra via di fuga. Vennero rimpatriati in parte, anche con mezzi di fortuna (barche private che arrivarono dall’altra sponda della Manica), lasciando sulla spiaggia migliaia di morti e tutte le attrezzature di guerra. Fu uno smacco che se da un lato costituì il preludio alla caduta della Francia, dall’altro fu la base emotiva e patriottica sulla quale la Gran Bretagna edificò l’eroica resistenza alla Germania nazista. Una di quelle sconfitte che diventano miti fondanti dell’identità di una nazione, come le Termopili o la battaglia di Kosovo Pole.

“Detroit” ricostruisce i “riots” che si svolsero nella città del Michigan dal 23 al 27 luglio 1967. Tutto cominciò con un raid della polizia in un bar notturno privo di licenza nel West Side della Motor City. Gli scontri deflagrarono in una rivolta razziale violentemente repressa dalla National Guard e dall’esercito inviato dal presidente Lyndon Johnson. Ci furono 43 morti, 1.189 feriti, più di 7.200 arresti e più di 2.000 edifici distrutti. La Bigelow – assieme al suo sceneggiatore Mark Boal – ricostruisce con grande puntualità la genesi degli scontri ma si concentra soprattutto su un episodio autentico e sull’epocale processo che ne seguì: un gruppo di militari, di notte, si convinse di essere sotto attacco perché da una casa si sentirono degli spari; si trattava in realtà di un’innocua festicciola di adolescenti, ma esercito e polizia irruppero nella casa e fecero prigionieri un gruppo di giovani, torturandoli fisicamente e psicologicamente per tutta la notte. “Detroit” dura 143 minuti, ma l’ora centrale è sconvolgente, paragonabile per angoscia e claustrofobia solo al terribile e leggendario “Salò” di Pasolini e, più di recente, alle scene della caserma di Bolzaneto in “Diaz” di Daniele Vicari, il film sul G8 di Genova: i membri delle forze dell’ordine sequestrano le loro vittime e infliggono loro ogni forma di vessazione, salvo poi coprirsi l’un l’altro quando capiscono di aver sbagliato obiettivo.

“Dunkirk” e “Detroit” sono due film sull’arte di tenersi in vita in situazioni di pericolo e di stress psicologico estremo. I soldati del primo film e i ragazzi afroamericani del secondo sono vittime di una violenza imposta dall’alto: una guerra dichiarata (il secondo conflitto mondiale) e una guerra non dichiarata (la repressione del movimento per i diritti civili). La differenza, molto interessante sul piano cinematografico, è il rapporto con la storia – perché entrambi i film ricostruiscono eventi storici, ma lo fanno in modo opposto. “Detroit” è super-documentato e riporta l’opinione pubblica americana all’indietro di 50 anni, creando un opportuno riverbero sui conflitti razziali che si stanno riproponendo nell’America di Trump.

“Dunkirk” invece rimuove la storia. I tedeschi non si vedono mai (scelta stilistica rilevante, anche affascinante) e non vengono nemmeno nominati, nel film si parla solo del “nemico”; l’unica irruzione della storia vera all’interno della storia fittizia è il famoso discorso di Winston Churchill che nel finale un soldato legge su un giornale, sul treno che lo riporta a Londra. Se uno spettatore del 2017 vede “Dunkirk” senza sapere nulla dell’evento storico (cosa non del tutto improbabile) può pensare di trovarsi di fronte a un film di fantascienza, come se stesse assistendo all’assedio di Gondor da parte delle truppe di Sauron nel “Signore degli anelli”. Tra l’altro, viene appena accennato il dramma “etnico” che si consumò – almeno inizialmente – sulla spiaggia di Dunkerque, con i britannici che si rifiutavano di salvare anche i francesi; e sono del tutto rimosse le incertezze del governo britannico di fronte all’emergenza, sulle quali la storiografia ha ampiamente dibattuto. Il che toglie paradossalmente pathos alla generosità dei civili che si imbarcarono spontaneamente nei porti inglesi della Manica per portare soccorso ai soldati.

La rimozione della storia non va necessariamente demonizzata: può essere una scelta. “Dunkirk” non è un film storico ma può diventare un film metaforico, al punto di essere citato (in maniera piuttosto goffa) nel discorso di Matteo Renzi al decennale del PD. Una possibile lettura della metafora riguarda forse solo noi italiani: vedendo i soldati che vengono recuperati in mare dopo che le navi sono state colpite dal fuoco “nemico” è difficile non pensare ai salvataggi dei migranti nel canale di Sicilia. D’altronde anche le guerre “fantasy” del “Signore degli anelli” o del “Trono di spade” possono essere potenti metafore delle guerre vere. Ma la metafora è figlia dell’empatia: un film, per quanto immaginifico e astorico, spinge la nostra mente a collegamenti con il reale se si stabilisce una forte empatia emotiva fra il film stesso e lo spettatore.

“Dunkirk” mi è parso invece un film gelido, che rifugge consapevolmente dall’emozione; mentre “Detroit” è un film fortemente empatico, che ti trascina dentro lo schermo spingendoti a rivivere – persino fisicamente – quel che vivono i personaggi. Nel caso di “Dunkirk”, insomma, la rimozione della storia porta all’esibizione del meccanismo narrativo. Questo è, a mio parere, il risultato delle tre scritte (molto “alla Godard”, quindi molti allusive a un cinema iper-teorico) che Chris Nolan pone all’inizio del film. “Il molo – Una settimana”; “Il mare – Un giorno”; “Il cielo – Un’ora”. Le tre scritte fanno partire tre linee narrative e temporali che dovrebbero incontrarsi alla fine. Ma qui la sceneggiatura si perde per strada e le tre linee non si incrociano in modo preciso, perché “Il molo” non dura affatto una settimana (almeno sullo schermo) e “Il cielo” dura assai più di un’ora, per cui la narrazione non lineare diventa una pura trovata, un escamotage intellettuale che dovrebbe conferire al film un’originalità programmatica. “Detroit” è un film che sommerge, “Dunkirk” è un film che titilla, stuzzica, mette alla prova l’intelligenza dello spettatore come l’incipit del “Nome della rosa” o un brillante schema di parole crociate di Bartezzaghi. Sono due modi di far cinema, entrambi legittimi, ma la nostra preferenza è facile da indovinare.