Da Capo di Leuca sulle tracce dell’arte
e della cultura dove finisce la terra

Mi capita di ascoltare una replica della trasmissione Tre soldi di Radio 3 che, alcune settimane fa, ha tramesso in cinque puntate il documentario De finibus terrae. Autunno al Capo di Leuca di Riccardo Giacconi e Carolina Valencia Caicedo. Lui, artista e performer, non ancora quarantenne, di formazione accademica svolta in Italia e negli Stati Uniti, ha già al suo attivo alcune importanti mostre personali, lei è invece una giovane artista-ricercatrice che proviene da studi filosofici e storici, condotti in Sudamerica e in Italia. Insieme hanno firmato alcuni radio documentari che costituiscono le tappe di un’indagine sui paesaggi sonori e sulle testimonianze orali di alcune località italiane, fra le quali Capo di Leuca.

De finibus terrae è un’opera etnologico-politica, a tratti di intensa poesia, articolata in cinque voci – mare, terra, vento, fiamma, sangue – che restituiscono la sovrapposizione fra fine e inizio, rappresentata a più livelli dai luoghi estremi fin dall’antichità. Non a caso il promontorio di Capo di Leuca, punta sud-est dell’Italia, dalla quale si possono vedere a occhio nudo, nei giorni sereni, Grecia e Albania, fu per i Romani uno dei confini della terra, soglia di transito fra vita e morte, tanto che nella credenza popolare lo si pensa ancora oggi come porta di passaggio per i defunti che vogliono andare in paradiso. E proprio sul promontorio sorgeva il tempio dedicato a Minerva, ora importante santuario mariano.

Tradizione magica

L’ambivalenza del luogo e la sua tradizione magica, o meglio la memoria di tutto ciò, sempre più a rischio di oblio a causa della peggior modernità, è il tema del documentario che sembra così riscattare la storia culturale salentina dalla svendita che ne è fatta dal turismo estivo massificato, dagli abusi edilizi, dall’inquinamento industriale foriero di gravi malattie, dalla sterilizzazione dei terreni, ormai privi di humus vitale.

Il carattere di Capo di Leuca è ritrovato dagli autori nelle parole degli abitanti di quella terra, nella storia e nella leggenda, nel suo essere luogo di confine: porta estrema dell’Europa all’incrocio di due mari, l’Adriatico e lo Ionio con le loro tonalità cromatiche ben distinte, il primo blu scuro, l’altro verde brillante, quindi punto di vista straniante che sfuma la differenza fra il dentro e il fuori, ridimensionando estraneità e appartenenze nazionali e culturali. Qui, nel corso dei secoli, sono, infatti, transitate e hanno trovato accoglienza molteplici popolazioni, lasciando importanti tracce di sé che hanno arricchito le tradizioni dei diversi centri della costa. È proprio la compresenza di aspetti molteplici e opposti a far sì che l’isolamento di questo lembo di terra sia, al tempo stesso, opposizione da parte di alcuni suoi abitanti all’abbrutimento, a partire da quello fondamentale che aliena l’uomo dalla natura e lo rende incapace tanto di ascoltare le voci dei mari e i sibili dei venti, di riconoscersi cioè parte dell’ambiente in cui vive, quanto di vedere in chi cerca approdo sulle coste italiane un proprio simile.

La testimonianza di Ernesto De Martino

Ascoltando De finibus terrae è inevitabile pensare a Ernesto De Martino, non ricordato in modo esplicito nel documentario, che alla Puglia e al tarantismo ha dedicato non soltanto La terra del rimorso. Contributo a una storia religiosa del sud del 1961, cioèuna delle sue opere più importanti, ma anche il suo impegno politico nel 1945 come segretario di federazione del partito socialista (PSIUP-PSI) a Bari, Molfetta e Lecce. È stato proprio De Martino a riabilitare le antiche culture del sud Italia spiegando che il tarantismo e più in generale le esperienze magiche rituali, lungi dall’essere espressioni irrazionali o patologiche, avevano la funzione sociale di proteggere dallo spaesamento correlato alle crisi che minano l’essere presenti a se stessi, causate tanto dalla subalternità e dall’oppressione sociali quanto da una realtà resa poco decifrabile da eventi nuovi e traumatizzanti. La magia era, infatti, una strategia in grado di riscattare la presenza di sé dal rischio della perdita: strategia messa in atto proprio da quella tradizione popolare ritenuta marginale, se non inferiore, ma che resisteva alla tendenza, propria di quegli anni e anche di oggi, a omogeneizzare la problematica e ricca realtà culturale italiana.

A distanza di decenni dall’opera di De Martino, il documentario di Giacconi e Caicedo pare proprio dar conto delle tracce rimaste di quell’antica cultura e del suo carattere rivoluzionario, che oggi può riguardare in primo luogo l’affermazione di un rinnovato rispetto ambientale e di un’apertura verso le popolazioni più disperate. La giovane età degli autori lascia bene sperare sul futuro dell’arte italiana, ma sopratutto mostra, in un tempo difficile come quello che stiamo vivendo, la fecondità del mondo artistico italiano meno noto al grande pubblico che resiste, ora come non mai, all’appiattimento intellettuale sempre più preoccupante e pervasivo.