Da Almaviva alla Whirlpool trecento mila lavoratori in crisi

Diciamolo subito. Sarà per la deformazione professionale di chi segue da anni questo segmento, ma il tavolo più pesante è quello che aspetta Stefano Patuanelli, il nuovo ministro dello sviluppo economico. Ci vorranno sangue freddo e nervi saldi per affrontare i 160 faldoni confusamente ammassati che, come era facile prevedere, non sono diminuiti nel pieno dell’estate, mentre Salvini sparava balle ingollando mojito, e non sono diminuiti durante questa breve vacanza dettata dalla caduta dell’esecutivo gialloverde. Anzi.

La crisi politica, come sempre accade, è piombata alle spalle e sulle spalle dei circa 300mila lavoratori coinvolti, complicando non poche vertenze e offrendo, su altre, cruciali, l’occasione, vigliacca, alle multinazionali, di scappare con il bottino.

Emanato il “decreto emergenze”

In questo quadro – che più a tinte fosche non si può – non è passato inosservato, persino nel pieno thrilling del toto-nomi governativo che ha, comprensibilmente, saturato ogni spazio delle pagine politiche, economiche e sociali dei giornali, l’emanazione del decreto imprese (o decreto emergenze, o decreto salva Ilva), una notizia battuta coraggiosamente dall’Ansa alle 20:44 di martedì sera, nella piena tempesta emotiva che ha accompagnato i risultati del voto sulla piattaforma Rousseau al quale era appeso il Conte bis.

Un decreto legge che reca misure urgenti per la tutela del lavoro e la risoluzione di crisi aziendali, per citarne almeno una volta il titolo ufficiale, e che era stato approvato salvo intese il 6 agosto scorso. Con il fiato sospeso in tanti ne aspettavano, prima che arrivasse il fatidico 6 settembre, la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, per disinnescare la mina piazzata sul cammino di Arcelor Mittal ristabilendo l’immunità penale dei vertici per gli interventi previsti dal piano ambientale. Salva Ilva, appunto, ma fino a un certo punto, visto che sul gigantesco polo siderurgico grava, comunque, la decisione di nuova cassa integrazione per quasi 1400 operai a partire dal 30 settembre e, intorno alla metà del mese, si saprà che fine farà lo spegnimento programmato dell’Altoforno 2 disposto dalla magistratura. Un provvedimento che assesterebbe un colpo durissimo ai volumi produttivi e dunque ai livelli occupazionali dello stabilimento.

Gli ultimi colpi ai lavoratori Whirlpool

Se a Taranto piove a Napoli diluvia. Approfittando del silenzio politico sulla vicenda Whirlpool, la multinazionale ha deciso di assestare due montanti violentissimi in pieno volto alle maestranze dello storico sito partenopeo di via Argine. Così, in una chetichella ad orologeria – se mi passate il mostro gergale – nel giro di pochi giorni prima ha dichiarato che i soldi postati dal governo nel decreto di cui sopra, 16,9 milioni di euro, non sono assolutamente sufficienti a far quadrare i conti della crisi dichiarata e aperta alla fine di maggio, poi ha rilasciato, nella persona di Luigi La Morgia, amministratore delegato del gruppo in Italia, un’intervista a Repubblica per chiudere espressamente le porte a ogni possibilità che il marchio rimanga a Napoli. E in questo scenario nulla cambia la convocazione arrivata in queste ore ai sindacati da parte del gruppo di elettrodomestici per il prossimo 16 settembre.

Il caso Almaviva Contact

Se a Napoli diluvia a Palermo, dalle parti di Almaviva Contact, nevica fitto. Perché stavolta il tavolo al ministero, già fissato per i primi di settembre, al fine di salvare 1600 posti di lavoro o, quanto meno, guadagnare tempo, la crisi politica se lo è proprio inghiottito. Il risultato è che l’azienda, per metà vittima della deregolamentazione e degli umori dei committenti e per metà carnefice – ricordiamo bene la spregiudicatezza con cui ha gestito Roma, Napoli e, in passato, lo stesso sito del capoluogo siciliano –, lunedì, a leggere i bene informati, aprirà la procedura di licenziamento collettivo, dimezzando il personale di quello che, in città, resta uno dei più grandi (per dimensioni) datori di lavoro.

Se non vi bastano le tre storie che vi ho raccontato, potete andarvi a cercare le altre 157. Ci troverete nomi conosciuti accanto a vertenze sempre taciute, fabbriche da migliaia di addetti, accanto a realtà più piccole ma non meno cruciali per il territorio nelle quali operano. Qualcuna ve lo ricordo io. Le vicende infinite di Termini Imerese e Industria Italiana Autobus. E poi Invatec, La Perla, Honeywell, Pernigotti, Mercatone Uno. Come mi salgono alla mente, a memoria, in un diluvio di settori diversi, accomunati dalla stessa incertezza e chiedendo scusa a quelle storie che, per comprensibili ragioni di spazio, non hanno trovato posto.

L’anno nero della produzione automotive

E senza dimenticare FCA, protagonista di quello che la Fiom ha definito, senza mezzi termini, anno nero della produzione del settore automotive. Questo 2019, al quale mancano ancora parecchi mesi, sta bruciando persino le peggiori attese e se non verrà varato al più presto un piano nazionale di investimenti a rischiare saranno migliaia di lavoratori.
“Il problema – ha detto Maurizio Landini, segretario generale della Cgil – è che bisogna smettere di gestire, una a una, le singole crisi. Il ministero dello Sviluppo economico deve cominciare a ragionare in termini di politica industriale. Ci vuole un piano straordinario di investimenti, che deve riguardare anche il Mezzogiorno. È necessario un disegno complessivo, strategico, che coinvolga le imprese, le università, i lavoratori e le istituzioni ad ogni livello”.

Le crisi sono vecchie, alcune persino di anni. Come è vecchia la richiesta, inascoltata, di mettere in campo una vera politica industriale. Il governo è nuovo, fresco di giuramento. A lui il compito di rimboccarsi le maniche e affondare le braccia fino ai gomiti nel pantano. Calma e gesso e buon lavoro.

Giorgio Sbordoni, RadioArticolo1

ASCOLTA