Da Agnes Varda a Maria Luisa Bemberg.
Il Festival Cinema e donne a Firenze

Il Deutsches Institut Florenz si trova all’interno di un palazzo storico di Firenze. Appena varchi il portone, ti colpiscono l’ampio atrio, le grigie colonne, le scale imponenti e austere. L’Istituto vero e proprio è un labirinto di stanze dotate di lavagne elettroniche, computer, videoproiettori, arredi vari. E’un luogo vissuto, si percepisce dal fatto che su ogni sua parete sono attaccate locandine degli eventi passati, materiale pubblicitario, foto.

A introdurci nell’ambiente è Raffaella, conosce 5 lingue e ha numerosi hobbies. Dopo un po’, inizia a venire altra gente, ci sono giovani ma soprattutto persone di mezza età, tutte sorridenti, danno l’impressione di sentirsi a proprio agio e conoscersi tra di loro. In ogni caso, si salutano e muovono in quegli spazi con naturalezza L’occasione è bella: la festa finale della 41° edizione del Festival di Cinema e Donne “Madre delle storie”.
Mentre ci si sistema, Paola Paoli e Maresa D’Agostino, che rappresentano la Direzione del Festival, si accertano che tutto sia a posto e poi ci spiegano il senso di queste cinque giornate di cinema al femminile.

Varda e Bemberg, lo sguardo delle donne

Dal 20 al 24 novembre, infatti, si è raccontato il mondo attraverso lo sguardo delle donne, che ne hanno colto le piccole/grandi tragedie, ma anche i segni di speranza e i moti di ribellione, come, ad esempio, nei film di Agnes Varda, dedicati ai movimenti di liberazione degli anni ’60 – ’70.

La regista francese, che nel 2005 ricevette il Sigillo della pace in Palazzo Vecchio, dopo un passato da cineasta indipendente, si affermò come maestra del cinema e si fece apprezzare anche per le sue performance e istallazioni realizzate in diversi musei.
Notevole anche Yo la peor de todos, della regista argentina Maria Luisa Bemberg, che racconta la vita straordinaria di Sor Juana Ines de la Cruz, figura di religiosa e poetessa messicana, che sin da piccola seppe attingere cultura dalla ricca biblioteca del nonno. La religiosa scrisse, tra le altre cose, Respuesta a Sor Filotea, quello che può essere considerato il primo manifesto femminista del sud America, nato come risposta al pamphlet di un prelato che sminuiva gli interessi e le insolite capacità letterarie e filosofiche della donna. Ciò comportò per lei la rinuncia agli studi e la condusse al voto del silenzio, firmandolo come Io la peggiore di tutte.

Le Nemesiache di Lina Mangiacapra

Altra figura interessante proposta al Festival di Firenze è stata quella della napoletana Lina Mangiacapra. Con le sue Nemesiache ha rappresentato una tappa fondamentale del femminismo non solo partenopeo, ma anche nazionale e internazionale. Artista poliedrica, ha attinto ad ampie mani al mito, per leggere e interpretare un presente controverso, difficile, soprattutto nel contesto meridionale.

Così, violenza di genere, follia e internamento, immigrazione, razzismo, questi e molti altri sono stati i temi trattati in questa 5 giorni di cinema e donne. Gli schemi narrativi adoperati dalle registe hanno trovato una cifra descrittiva originale e inconfondibile, tanto da far dire: ecco, era proprio ciò che mancava, una prospettiva insolita, un punto di vista alternativo, proprio perché esperienziale: ardite sperimentazioni con le parole e i movimenti del corpo, dettagli che la macchina da presa ha saputo cogliere nella loro epifania semantica.
“Opere straordinarie, provenienti da numerosi Paesi europei e oltre. E l’Italia? Rispetto al passato qualcosa sta cambiando, se prima, infatti, le registe erano solo Cavani e Wertmuller, ora ve ne sono alcune veramente interessanti”, afferma Maresa D’Agostino.
Dal momento che l’industria cinematografica non è riuscita finora a coinvolgere nella misura adeguata le professionalità femminili, ha finito per generare marginalità e standardizzazione dei ruoli.

La parte attiva della macchina da presa

Da qualche anno a questa parte, tuttavia, le donne non si collocano più solo davanti all’obiettivo, ma al di qua di esso, sono cineaste e non semplicemente attrici. Sono la parte attiva e non quella passiva della macchina da presa.
Paradossalmente, così, il non essere state fagocitate da quel sistema costruito secondo modelli maschili ne ha preservato ricchezza, magia, linguaggio simbolico. Ciò che sfugge, difatti, alla fredda razionalità tecnica mantiene gli aspetti immaginifici del mito o della fiaba, l’epos della creazione, il senso del tragico, l’essere incompiuto ma prolifico. Madre delle storie, appunto.

Un percorso lungo 41 anni

“Questi aspetti vengono fuori soprattutto nel momento in cui il cinema maschile detta il format – dice Maresa – Qualsiasi schema imbriglia, organizza, detta le regole del gioco. Ci si può convincere, quindi, che per emergere o sopravvivere in questo mondo bisogna adeguarsi, accettare compromessi, mettere da parte principi. C’è di sicuro tanto da fare ancora, ma fortunatamente le donne hanno iniziato a dire No. Il movimento Me too lo sta dimostrando”.
Al Festival Cinema e Donne è stato possibile incontrare tante donne colte, professionali, intense, belle. Retrospettiva, fucina, laboratorio, scuola, 41 anni sono tanti e 41 anni fa l’aver avviato questo percorso significa aver avuto una visione, un progetto chiarissimo, la consapevolezza di dove si fosse e dove occorresse arrivare, vuol dire aver compiuto un’azione rivoluzionaria e necessaria, insieme.