Da Accattone a Baglioni alla Torraccia
le parole per raccontare Centocelle

“Gruppi di ragazzi vestiti tutti uguali che ciondolano, vagano per via dei Castani, girano col motorino e stanno dietro alle cose loro. Il calcio, il lavoro che manca, le storie d’amore raccontate dai graffiti sgrammaticati che adornano muri e marciapiede del quartiere…”.

Scatta una foto istantanea Pancrazio Anfuso raccontando Centocelle, quartiere di Roma dove è nato e dove è vissuto. Cammina a piedi sulle strade della sua infanzia, intreccia ricordi e visioni contemporanee; i pensieri, passo dopo passo, sgorgano liberi e le storie prendono forma.
Anfuso incontra piazze, vie, scorci, facce sconosciute e tutte uguali, ragazzotti col piercing, supertatuati ad affermare un’idea conformista di ribellione. Uno uguale all’altro. L’unica cosa che crea una certa differenza è la resistenza spontanea del quartiere, quell’insieme di odori e attese, di visioni scalcinate e immondizia a corredare il percorso di una gentrificazione che non decolla da queste parti del mondo.
L’hipster, impostato e pronto a occupare il territorio con le movenze tipiche e con un adulante stile di vita urbano, qui non sfonda. Pedala in salita. Troppa umanità nel quartiere, troppa la forza che scorre – inconsapevolmente – nell’aria polverosa. Non c’è niente da fare, da qualunque verso la guardi.
Il libro che Pancrazio Anfuso ha scritto si intitola: “Centocelle, storie e luoghi del quartiere dalla A alla Z” (Jacobelli editore, 12 euro il costo). Un percorso curioso per visitare un quartiere recente… c’è scritto così in controcopertina. Ma sin dalla lettura delle prime pagine, si coglie un elemento di ricchezza maggiore. Non si tratta di un elenco di posti e vicende incasellati in ordine alfabetico. Centocelle emerge dalla penna dell’autore con una vivacità e bellezza inattese.

Il cronista che abbiamo lasciato in via dei Castani, senza taccuino nell’incontro con le facce omologate dei ragazzotti, non segue alcun ordine logico se non quello della deriva dei suoi passi. A cavallo della storia, come fosse il suo destriero filosofico, attraversa spazi e tempi. Guarda con occhi da bimbo il cambiamento. Interroga se stesso prima che tutti gli altri, quindi si vede con le ginocchia sbucciate in piazza dei Mirti, tesse l’amore per l’arte attraverso la magnifica storia del Teatro di Centocelle. Mitico luogo di sperimentazione.

Mitico perché oggi che non esiste più alcun teatro, e nel quartiere la cultura è poco coltivata, quasi zero, gli interlocutori dell’autore negano che sia mai esistito. Per loro un garage è un garage. Una cantina è una cantina. Non esiste alcuna possibilità che il seme dell’arte e della bellezza sia diventato fertile in luoghi così irrituali, sostengono. La realtà cancellata con un colpo di spugna impertinente. Per fortuna c’è chi la coltiva, questa realtà.

La forza del lavoro di Pancrazio è proprio questa: aver lasciato il racconto a uno sguardo situazionista. Aver concesso al cuore quella deriva psicogeografica che ricucendo tempo e luogo agisce nell’abitare poetico.
Deriva è la parola giusta. Tra luoghi e memorie, attraverso la riscoperta del proprio sguardo che si poggia sovrano sul mondo, lo riempie di contenuti che necessariamente seguono un percorso sovversivo. Senza paura, senza quegli schemi così mortificanti che rendono defunte le cronache. Non per un caso il percorso che ha portato alla stesura del libro è partito in un luogo di libertà e creatività, su Emergenze (l’ambiguità della scoperta), quando per la tenacia e l’intuizione di un gruppo di visionari è partita una ricerca narrativa innovativa, rigorosa e potente. Una sperimentazione sul campo per emergere dal torpore senza permesso. Un viaggio, un’esperienza, uno sguardo con occhi sempre nuovi sulla vita. Per non arrendersi ai luoghi comuni, al pessimismo del tempo, all’impossibilità di uscire dal solco delle cose banali.

Anfuso la sfida l’ha accettata. La restituzione è notevole. Il materiale si dipana con gentilezza, tra gli arcacci e Accattone, la Resistenza, la sovversione, l’aeroporto, le battaglie, Claudio Baglioni gloria locale che canta dal balconcino di casa sua, i coatti e la cultura punk. Punge la curiosità con eventi dimenticati, accende la fantasia con storie epiche e tramandate da generazione in generazione. Il pregio è che non racconta tutto e non collega tutto con tutto. Lo scrittore si fa testimone dell’inatteso, anche quando attraversa le strade che mille volte ha attraversato. Defilato e curioso, percorrendo e ripercorrendo la mappa della sua Centocelle. Che ora è anche nostra.