Umberto Curi: “Dividere i migranti
è un segno della miseria dell’Europa”

Umberto Curi, filosofo, docente emerito dell’università di Padova e in numerosi atenei internazionali, ha scritto nel 2010 il libro “Straniero” che ha avuto un tale successo da divenire un punto di riferimento per il confronto su questo tema. Sull’onda di questo saggio di grande impatto pubblico, Curi ha continuato a sviluppare questo argomento assieme alla riflessione su alcuni temi fondamentali dell’interrogazione filosofica, quali l’amore e la morte, il dolore e il destino. In questa intervista anticipa una sua prossima pubblicazione.

Professor Curi, lei propone di superare la distinzione tra migranti profughi e migranti economici. Una distinzione molto utilizzata.

Fino alla nausea. Su questo punto non emergono mai, o solo sporadicamente, espressioni di dissenso: i migranti vanno distinti in due categorie, a seconda che si tratti di profughi richiedenti asilo, in fuga da situazioni di guerra o di persecuzione politica, oppure di migranti “economici”, che intraprendono la difficile e pericolosa avventura dell’emigrazione per migliorare le loro condizioni di vita.

Con quali conseguenze?

Mentre ai profughi, una volta che se ne sia accertato il possesso dei requisiti che li rendono tali, si dovrà riservare l’accoglienza, un trattamento completamente differente va previsto per gli “economici”, destinati per lo più ad essere rimpatriati, o ad essere bollati col marchio infamante di clandestini. Questa vicenda costituisce un esempio illuminante delle conseguenze che possono scaturire dall’uso del linguaggio. Due categorie analitiche, come quelle di profughi e di economici, si caricano di implicazioni che vanno ben al di là dell’uso linguistico in senso stretto, producendo a valanga effetti potenzialmente dirompenti.

Come nasce la distinzione tra chi fugge e chi è attratto dalla possibilità di sopravvivere in condizioni più umane?

Nasce da una cattiva interpretazione degli studi di Egon Kunz, nelle seconda metà del secolo scorso. Kunz aveva abbandonato l’Ungheria dopo l’avvento al potere del partito comunista ed era divenuto docente al dipartimento di demografia a Canberra. Kunz sottolinea la necessità di riconoscere le differenze fra le motivazioni che spingono i rifugiati a cercare una nuova collocazione, rispetto a quelle che sono alla base del fenomeno dei migranti volontari. La semplificazione proposta da Kunz, nota come “push-pull theory”, doveva incontrare un notevole successo, anche se era destinata a rimanere confinata nell’ambito di una cerchia ristretta di studiosi, funzionale a una prima descrizione o classificazione della realtà. La direttiva assunta dall’Unione Europea in tema di emigrazione, poi prontamente ripresa e rilanciata nel dibattito politico italiano, con la recisa distinzione fra richiedenti asilo e migranti economici, rappresenta una distorsione dell’accezione originaria proposta da Kunz, fino al punto da rovesciarne sostanzialmente il significato.

Quindi lo stesso diritto d’asilo concesso ad alcuni e negato ad altri è basato su false premesse?

A differenza di ciò che abitualmente si crede, più che configurarsi come una condizione oggettiva – tale dunque da imporre sempre e comunque il riconoscimento – l’asilo è piuttosto l’esito di una procedura largamente discrezionale, e comunque non vincolante. In termini più espliciti: il rifugiato non detiene la condizione di “richiedente asilo”, ma la acquisisce, a seguito dell’applicazione di alcuni criteri, diversi da Stato e Stato, e addirittura, per uno stesso Stato, da periodo a periodo, al punto da poter affermare che l’asilo non è una condizione inerente all’individuo, ma è piuttosto un privilegio concesso dallo Stato. In definitiva è lo Stato che decide se concedere o meno il riconoscimento.
Per comprendere meglio questo aspetto cruciale è possibile ricorrere ad un esempio, fra i molti disponibili da quando l’immigrazione in Europa è divenuta un fenomeno su scala sempre più larga. Nel corso del 2007 dei 18.559 iracheni che hanno fatto domanda di asilo in Svezia l’82% è stato riconosciuto come rifugiato, dei 5.474 che lo hanno chiesto in Grecia, lo ha ottenuto lo 0%. E’ anche accaduto che un numero consistente di migranti la cui domanda di asilo era stata respinta dalla Francia o dall’Italia, siano stati accolti come rifugiati in Svezia. Con la conseguenza paradossale che la stessa persona può essere considerata un migrante economico in Francia e un richiedente asilo in Svezia. L’elusività delle norme ribadite nel Trattato noto come “Dublino 3” (approvato nel 2015), assieme all’estrema difficoltà di applicazione rigida delle norme stesse, ha condotto al fenomeno del cosiddetto “asylum shopping”, vale a dire all’acquisizione dello status di rifugiati in più di un paese. Con intuitive ulteriori complicazioni nella gestione dell’accoglienza.

In definitiva una falsa distinzione profughi/migranti economici?

Per quale motivo razionalmente definibile una persona che cerchi di fuggire dalla prospettiva statisticamente assai probabile di morire di fame deve essere considerata meno degna di aiuto rispetto a chi tenti di sottrarsi ai pericoli della guerra? Quale più stringente obbligo sul piano dell’accoglienza può derivare quando si sia in presenza di comportamenti che obbediscono in ogni caso all’esigenza di tutelare la propria incolumità? Per dirla in termini più rozzi, ma anche più espliciti: perché chi rischia di morire per fame non merita lo stesso trattamento di chi rischia di morire a seguito di bombardamenti?

Cosa dovrebbe fare l’Europa?

Anziché attenersi ad un’applicazione stringente di norme approvate oltre settanta anni fa, si tratterebbe di “aggiornare” la protezione legislativa, alla luce dell’unico principio moralmente e giuridicamente sostenibile. Quello secondo il quale venga riconosciuto il diritto all’accoglienza a chiunque – per ragioni politiche, economiche, “miste” fra le une e le altre, o di altra natura – sia indotto a lasciare il proprio paese. Giungendo insomma a considerare pushed (come dovrebbe essere intuitivo) coloro che giungano in Europa per sfuggire ad un incombente pericolo di vita, sia essa minacciata da guerre o da epidemie, disastri ambientali o, ancora, gravi carenze alimentari. E’ – o dovrebbe essere – di comune buon senso ritenere che non è la realtà a doversi adattare alla norma, ma viceversa sono le disposizioni normative, in quanto storicamente determinate, a dover interiorizzare i mutamenti intervenuti nella realtà delle dinamiche storiche.

Cosa emerge da questo concedere salvezza ai soli definiti tecnicamente profughi, escludendo in modo arbitrario altri non meno disperati?

Emerge la miseria culturale di un’Europa incapace di reggere l’impatto del fenomeno migratorio dal punto di vista psicologico e intellettuale, prima ancora che sul piano strettamente politico e normativo. La distinzione fra profughi ed economici si manifesta insomma per quello che è: un maldestro e inconcludente tentativo di mascherare una radicale inadeguatezza, teorica e politica, trasformando in norma discriminante un banale schema classificatorio, inidoneo a conferire legittimità a scelte e comportamenti ondivaghi, dettati dalla necessità di far fronte ad un’emergenza soverchiante. L’essere un migrante economico viene assimilato a qualcosa che è comunque di per sé riprovevole. Di qui la tendenza a individuare in questa categoria di migranti non solo i clandestini, ma anche i potenziali terroristi, secondo un corto circuito linguistico e concettuale tanto evidente, quanto abitualmente ignorato.

Da dove nasce la connotazione negativa di migrante economico?

Scaturisce da un tacito presupposto, generalmente trascurato nella polemica in atto sul fenomeno migratorio, e cioè che il perseguimento di obbiettivi economici costituisca di per sé un fatto degradante, o sia comunque moralmente disdicevole. Ciò che si lascia intendere, in maniera del tutto trasparente, è che il tentativo di autopromozione economica messo in atto da molte migliaia di individui in arrivo in Europa riveli un’attitudine censurabile, perché ispirata a interessi volgarmente materiali, quali sono quelli collegati alla ricerca di condizioni di sussistenza meno disperate.

Come definire questa visione dell’Europa?

Un paradosso, che va denunciato con forza: quegli stessi soggetti che dall’inizio dell’età moderna hanno benedetto e santificato gli appetiti economici come motore di progresso e di positive trasformazioni, quanti hanno fatto del dio denaro il totem di fronte a cui genuflettersi, i profeti, gli apologeti, i militanti di quella sorta di guerra santa che a partire dal XVII secolo l’Europa ha combattuto per diffondere e generalizzare una cultura totalmente dominata dal culto pagano dell’arricchimento e della prosperità economica – tutti costoro, con invidiabile imperturbabilità, e una buona dose di faccia tosta, esprimono la loro condanna, senza nascondere il loro scandalo, e anzi con toni apertamente moralistici, nei confronti di coloro che, con quattro secoli di ritardo, avrebbero appreso la lezione, e starebbero agendo per conseguire risultati significativi sul piano economico.

L’Unione Europea di fatto biasima chi emigra per cercare di sopravvivere economicamente?

Un intero continente, e più ancora una tradizione culturale, da tempo ormai asserviti alla logica che identifica il progresso con la crescita economica, che costruisce gerarchie di valori fondate sul denaro, che celebra quotidianamente i riti della religione dei consumi, ritorce come un’accusa alle migliaia di disperati alla ricerca della mera sopravvivenza ciò che da decenni è alla base degli idoli venerati dalla società, e che è la molla dello sviluppo economico-sociale occidentale.