Cuperlo: 2 sinistre sorde
Il PD? È da rifondare

Due sinistre che intendono esprimere progetti riformisti e di governo ma sono “totalmente incapaci di comunicare”. Un PD da “ripensare e rifondare a dieci anni dalla nascita”. L’inseguimento anche da parte della sinistra nei confronti del populismo dei 5 Stelle che rischia di “degenerare in un pericoloso anti parlamentarismo”. La grave crisi che investe tutte le sinistre riformiste in Europa. Gianni Cuperlo ne parla in questa intervista a Strisciarossa.

Ti chiedo subito una previsione: quanto sarà larga la coalizione di centrosinistra alle elezioni? Credi che ci siano ancora margini realistici per recuperare anche Mdp?

Temo che si possa avverare la profezia di Ezio Mauro, il proporsi di una nuova, ennesima, anomalia italiana. Questa volta con due sinistre che si presentano divise nella campagna elettorale più difficile degli ultimi anni. L’anomalia non sta in questo caso nella divisione in sé. Al fondo anche in Francia o in Germania si sono misurate nelle urne una sinistra di impronta più radicale e una di governo. Nel nostro caso l’anomalia è che la divisione vedrebbe in campo due sinistre riformiste o di governo ed è questa incomunicabilità a colpire chi, come me, ha cercato in ogni modo e con ogni mezzo di scongiurare questa soluzione. Su quante siano ancora le chance di unire ciò che il tempo alle spalle ha diviso vorrei spendere parole di fiducia e ottimismo ma temo sia più razionale prendere atto della scena che abbiamo davanti. Diciamo che gli ostacoli sono molti e anche piuttosto ostici da superare. Resta sempre
la speranza di un atto volitivo che però chiederebbe una generosità da parte di tutti.

Perché si è arrivati a questo?

Per una molteplicità di ragioni e di errori. Ho cercato di indicarne alcuni in un libretto uscito di recente dove muovo dalla presa d’atto che Renzi e ciò che abbiamo battezzato renzismo ha occupato lo spazio lasciato vuoto da una fragilità dell’impianto che ha sorretto l’atto di nascita del Partito Democratico. Credo che alla radice dei nostri problemi di adesso non vi siano i caratteri difficili dei singoli, che pure contano, ma il fatto che abbiamo mancato l’aggancio col cambio d’epoca attorno a noi. Il Pd nasce nel 2007, pochi mesi prima che esploda la Grande Crisi che ha mutato radicalmente la geografia sociale, economica, persino morale dell’Europa e del capitalismo occidentale.
Aggredire quella vicenda dalla quale non siamo ancora riemersi facendo delle primarie o della vocazione maggioritaria l’identità di una nuova sinistra è stato per lo meno un azzardo.

Probabilmente l ‘esito negativo era già scritto nel momento della scissione perché è inevitabile che chi va via ha tutto l’interesse a competere con chi si è lasciato anziché ad allearsi, persino a prescindere dai contenuti. Non ritieni che quel momento sia stato gestito con troppa leggerezza dal gruppo dirigente del Pd?

E’ evidente che responsabilità enormi per la rottura che si è consumata spettano a chi, essendo al timone, aveva la funzione di tenere assieme l’equipaggio. Ma a questo punto non basta compilare pagelle o esercitarsi in un rimpallo di colpe. Bisogna prendere atto che servirà ricostruire un pensiero e un perimetro di alleanze sociali e politiche che sono venute meno. Aggiungo che servirà anche ripensare, rifondare, quel progetto pensato dieci anni fa come l’approdo dei ceppi fondamentali del riformismo italiano. La scissione, al netto di limiti o errori, ha spezzato quel disegno e Del Rio, in quel fuori onda rubato a febbraio, lo disse con sincerità: quando si apre una crepa nella diga cambia la percezione sulla sua solidità. Questo dovrebbe capire il gruppo dirigente del Pd, che c’è qualcosa che va oltre i sondaggi o le percentuali alle elezioni e riguarda la natura, la missione di una forza nata per federare altri e che in corso d’opera non è riuscita fino in fondo a federare sé stessa.

Se la rottura in qualche modo era scontata non pensi che un ulteriore errore sia stato quello di proporre il Rosatellum? In fondo solo la destra è in grado di realizzare alleanze prescindendo da tutto. La nuova legge elettorale le fa un regalo non da poco.

Una legge era necessaria e rispondeva all’appello rivolto al Parlamento dal capo dello Stato. Penso che doveva e poteva essere una legge in parte diversa. Personalmente non ho votato la fiducia alla Camera perché lo ritenevo un errore di merito e metodo, tanto meno ho condiviso la forzatura delle cinque fiducie poste al Senato. Mi sono speso per un sistema che prevedesse almeno il voto disgiunto così da favorire la nascita di una coalizione più larga senza imporre una sorta di camicia di forza che ha pesato anche nella trattativa condotta in questi giorni. Mi si è risposto che Forza Italia era contraria, ma non si è scelta la via di una battaglia per convincere altri della bontà di quella soluzione. Certo, se guardiamo i sondaggi di ora penso che qualche domanda chi ha chiuso la porta a quella  prospettiva se la dovrebbe porre.

 

La grande novità delle precedenti elezioni è stata l’irrompere del populismo a 5 stelle. Sono passati cinque anni e non si intravede ancora una risposta convincente della sinistra. Si è passati dagli streaming imbarazzanti all’inseguimento populista (azzerare i costi della politica, tagliare le “poltrone” eccetera eccetera). Tutti hanno responsabilità gravi, vecchi e nuovi dirigenti del Pd…

Hai ragione. Vedi, un anno fa io con molti dubbi ma alla fine senza trincerarmi dietro il non detto ho votato sì al referendum costituzionale. Ho anche cercato di spiegare le ragioni di una scelta che avrebbe dovuto essere motivata in modi completamente diversi da quelli scelti. Ti confesso però che quando ho visto gli autobus di Roma tappezzati da una campagna del Pd che invitava a votare sì per tagliare il numero dei politici ho capito quale errore di fondo si stesse consumando. Non distinguere tra l’antipolitica, che anche la sinistra talvolta ha cavalcato, e l’antiparlamentarismo che inevitabilmente conduce a destra è un limite serio. Detto ciò penso che la sinistra continuerà a inseguire quelle sirene finché non ricostruirà un pensiero critico, senza concessioni a una politica in larga misura squalificata e ricollocando al centro della scena valori e programmi di una emancipazione collettiva per chi in questi anni è rimasto più solo e più indietro. Non mancano le chiavi teoriche per un discorso di questo genere e neppure le soluzioni operative. Sul primo versante mi piace segnalare la lucidità dell’ultimo saggio di Magatti sul bisogno di cambiare i nostri paradigmi. Sul progetto l’ultimo libro di Prodi che, fosse stato pe me, avrei adottato come programma del centrosinistra per le prossime elezioni.

Se i sondaggi fossero veritieri quale scenario vedresti per il dopo elezioni? Te lo chiedo non solo per il Paese (ingovernabilità, larghe intese, nuove elezioni) ma anche per il PD.

Non ho una risposta e le previsioni, come si dice, stanno a zero. Non sappiamo quanto peseranno i candidati nei collegi uninominali, nel senso di capire se il voto sarà sulle persone o più di appartenenza. Non mi sento di assegnare patenti di sicura vittoria a nessuno e siamo entrati in un tempo della politica dove quattro mesi corrispondono a quattro anni di quando eravamo ragazzi. Siamo in una terra incognita dove l’unica cosa certa, anche alzando lo sguardo sull’Europa e persino sulla stabilissima Germania, è che non vi è certezza di una maggioranza politicamente omogenea anche se dobbiamo sperare che le urne la restituiscano. E ovviamente non sul fianco destro.

La sinistra riformista è in grave difficoltà in tutta Europa. In fondo l’unico partito socialista che regge è il Labour di Corbyn, che però non governa, e in misura minore l’Spd. Come si può affrontare e superare questa fase?

Con quella rifondazione del pensiero che accennavo e con qualche tratto di eresia che ci faccia uscire da un mainstream dove anche la sinistra degli anni ’90 e zero si è troppo spesso accomodata. Nuove categorie implica questo, la consapevolezza che da una grande crisi non si esce ristabilendo l’ordine precedente ma con una rottura di politiche, istituzioni, gerarchie nella lettura della società. Corbyn come Sanders hanno colto prima e meglio di altri questa necessità. Né l’uno né l’altro hanno vinto ma direi che, al netto delle differenze nelle ricette, hanno avviato una semina. Se usiamo la logora metafora del deserto, mi verrebbe da dire che bisognerà spendersi, riscoprire anche valore e passione di conflitti e militanza, ma che non sarà una traversata semplice.